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Una lunga storia di ricerca

Le prime pubblicazioni scientifiche sul letargo della marmotta e la dieta delle volpi risalgono ai tempi di Renzo Videsott. Da lì si svilupparono altre indagini scientifiche sulla flora e sulla fauna del parco grazie anche al sostegno di una buona politica dei parchi.

  • Bruno Bassano
  • Agosto/Settembre 2012
Venerdì, 31 Agosto 2012
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Il Parco nazionale Gran Paradiso viene istituito nel dicembre del 1922, durante il governo Mussolini, insediatosi il 31 ottobre di quell'anno. A sostegno delle ragioni istitutive del parco gli uomini di scienza dell'epoca elencavano le valenze zoologiche, botaniche e geologiche dell'area protetta, fornendo una prima rappresentazione delle tematiche che in futuro sarebbero state oggetto di ricerca. Negli anni '30, la Commissione che gestiva il neonato parco incaricava valenti zoologi piemontesi - su tutti Enrico Festa - di studiare la fauna presente nell'area protetta. Si trattava di descrizioni critiche delle peculiarità zoologiche del Gran Paradiso, con il rilievo delle specie presenti e di quelle che erano scomparse (ad esempio: Gipeto, Lupo, Lince). La scuola zoologica del tempo aveva carattere descrittivo, anche perché molte erano le specie poco conosciute: questo si intendeva per ricerca scientifica. Gli anni '40 sono stati divorati dalla guerra: non c'era tempo nè modo di fare della ricerca nel parco. Dobbiamo risalire agli anni '50 per trovare i primi documenti di ricerca scientifica. Era allora direttore sovrintendente Renzo Videsott, professore a contratto di clinica medica all'Università di Torino. Videsott, da veterinario, chiese aiuto soprattutto ai veterinari dell'Università per fare ricerca e, così, uscirono le prime pubblicazioni scientifiche sulla fisiologia del letargo della marmotta alpina e sulla dieta delle volpi, ricostruita tramite l'esame macroscopico e microscopico delle feci. Due lavori importanti, ancora attuali, antesignani di future metodologie, ma poco conosciuti, anche perché pubblicati solo in italiano e su riviste di secondo piano. Il lavoro sulla dieta delle volpi vide impegnati, da una parte, i guardiaparco in uno dei primi lavori di collaborazione nella ricerca scientifica e, dall'altra, giovani ricercatori di anatomia patologica dell'Università di Milano, Facoltà di Medicina Veterinaria. Tutte le preparazioni delle migliaia di campioni raccolti (5500 feci, per la precisione), le analisi al microscopio di ogni singola sezione di pelo presente nelle feci e tutta la descrizione dei risultati si deve a un giovane studente dell'epoca, allievo del Prof. Leinati, Grimaldi, ma il suo nome compare solo al secondo posto dell'elenco degli autori, come spesso accade. Pochi credevano nell'importanza di quell'indagine e solo quando la mole infinita e originale di quei dati apparve in tutta la sua pienezza, solo allora il cattedratico, con un netto segno di penna (un cerchio e una freccia) spostò il nome del primo autore (Grimaldi) in secondo piano, in modo che oggi tutti ricordano quella ricerca come Leinati et al. (1960). Trent'anni dopo, un identico lavoro sulla dieta della volpe, realizzato da ricercatori dell'Università di Siena, ha messo in evidenza rilevanze nelle abitudini alimentari di questa specie, frutto dei cambiamenti di habitat e di gestione del territorio registrati nel tempo: un implicito riconoscimento della bontà dei metodi di allora, della qualità scientifica di quel lavoro e dell'importanza di effettuare indagini sul lungo periodo o ripetute regolarmente nel tempo. Un altro esempio d'interazione tra parco, sue guardie e ricercatori è stato lo studio sulla fisiologia del letargo della marmotta. Nel tardo autunno delle montagne del parco, sul terreno coperto di neve e ghiacciato per i primi 30 centimetri, cominciava questa storia di ricerca: le guardie scavavano metri e metri di terreno per raggiungere la camera del nido del letargo, in cui gli animali (sei marmotte) dormivano, sfruttando i vantaggi della termoregolazione sociale. I primi dati sui parametri fisiologici del letargo della marmotta (frequenza di cuore e respiro, temperatura corporea, ecc.) ebbero così la luce, ancora per mano di ricercatori della Facoltà di Medicina Veterinaria, ma questa volta di Torino (Castellano et al., 1954 e 1957). Anche questa volta, dopo molti anni, altri ricercatori hanno ripreso quel lavoro e quei metodi per approfondire le conoscenze sui meccanismi di uno dei più affascinanti sistemi di adattamento alla montagna e al freddo. Ancora negli anni '50 si succedono molte descrizioni scientifiche sulla fauna, sulle malattie e sui parassiti. Tra questi ultimi, il lavoro di Goidanich (1951), scritto in un italiano prezioso e basato su un dittero senza ali, parassita permanente epizoo ematofago di camosci e stambecchi, il Malophagus rupicaprinus; i lavori di Tortonese e Rossi (1954) sugli aspetti faunistici del vallone del Gran Piano di Noasca; il lavoro di Bisbocci e Guarda (1959) sull'Ectima contagioso di camosci e stambecchi e, infine, il discusso e discutibile lavoro di Tortonese sui pesci del PNGP, in cui si posero le basi "scientifiche" per l'introduzione del Salmerino di fontana nelle acque del parco: "... ogni iniziativa intesa a promuovere il diffondersi del Salmerino di fontana nelle nostre acque è meritevole di incoraggiamento" (Tortonese, 1954). Esempio, quest'ultimo, di come talvolta le ricerche scientifiche e i pareri degli scienziati possano essere male interpretati, oppure messi acriticamente in atto, alterando l'integrità della componente naturale. Dopo oltre 50 anni, altri e più approfonditi studi hanno messo in evidenza l'effetto negativo di quel parere e di quella introduzione: il Salmerino di fontana, immesso dal parco, portato in quota, nei laghi alpini dalle stesse guardie ha, con la sua affermazione, alterato profondamente la biodiversità di quegli ecosistemi, interrompendo il flusso di energia delle catene trofiche che legano fitoplacton, zooplancton, anfibi e rettili. Oggi il parco, alla luce dei nuovi risultati della ricerca, impiega una parte cospicua delle sue risorse umane per cercare di modificare questo danno biologico almeno in alcuni laghi dell'area protetta. Ancora un ultimo esempio di legame tra ricerca storica e attuale: gli studi di Barasa, dell'Università di Torino, del 1963 e 1968 sulle trasformazioni strutturali della cavicchia ossea del corno dello stambecco e del camoscio. Di nuovo lavori poco valorizzati e conosciuti, ma di grande rilievo, se riletti in chiave di studio della Life History di queste due specie. Barasa, oltre 40 anni fa, già aveva descritto la dinamica della crescita del corno di queste due specie, distinguendo tra maschi e femmine e, soprattutto, rilevando il meccanismo dell'arresto precoce della crescita corporea nel maschio di camoscio (che termina di incrementare il diametro della sua cavicchia ossea tra il 4° e 5° anno di età) e, viceversa, tardiva dello stambecco (che termina la sua crescita all'8° anno di età). Questi rilievi sono stati ripresi anni dopo e i risultati di allora sono stati confermati, anche se riletti in chiave più approfondita. Purtroppo, nessuno degli autori moderni si è ricordato di rileggere quegli scritti storici e nessuna citazione ne è stata fatta, mettendo ancora una volta in luce un problema antico della ricerca nazionale, solo di recente superato, almeno in parte: l'abitudine di pubblicare i dati della ricerca solo in lingua italiana e su riviste "grigie", vanificando, di fatto, molti sforzi fatti e privando la comunità scientifica internazionale di conoscenze uniche e rilevanti. Gli anni '70 e '80 hanno visto crescere l'interesse per lo studio dell'eco-etologia delle specie alpine, con le ricerche, in particolare, del professore Durio, e dell'eco-patologia della fauna, con le indagini del gruppo del professore. Balbo, entrambi dell'Università di Torino. Ma, per il parco, questi sono stati gli anni soprattutto delle grandi reintroduzioni: stambecchi e, in minor misura, camosci sono stati intensivamente catturati e traslocati in diverse aree dell'arco alpino italiano ed europeo, ponendo le basi per il grande recupero di queste specie e per la loro piena conservazione. Quelle catture hanno visto protagonisti il parco, le sue guardie e, soprattutto, l'allora ispettore sanitario, Vittorio Peracino, che ha dedicato la sua esistenza professionale a questo scopo, rendendo possibile la redistribuzione dello stambecco in tutta Italia e ponendo le basi per la futura ricerca a lungo termine su questa specie. Questo è accaduto tra il 1991 e i giorni nostri: sulla spinta impressa da Peracino sulle tecniche di cattura, basate sulla tele-sedazione, e quindi sulla possibilità di manipolare animali in grandi numeri e con un impatto pressoché nullo sulla loro sopravvivenza, si sono potute attivare aree di studio a lungo termine su stambecco e camoscio. Questo, ovviamente, in collaborazione con ricercatori di Università italiane e straniere che, inevitabilmente attratti dalla possibilità di seguire animali marcati, hanno iniziato a produrre quantità importanti di lavori scientifici, pubblicati su riviste internazionali di rilievo. Oggi, quello che accade nelle aree di studio del parco è noto a tutta la comunità scientifica internazionale, grazie all'incremento della qualità dei lavori e alla maggior sensibilità dei ricercatori. Oggi, nel parco, si studiano sul lungo periodo, oltre a camosci e stambecchi, la marmotta alpina, l'aquila reale e il gipeto, lo scoiattolo, l'ecologia dei laghi alpini, l'arvicola delle nevi, la pernice bianca, il lupo e le variazioni periodiche della biodiversità animale (6 diversi taxa), in 5 aree test, rilevate ogni 5 anni. Questo diverso modo di impostare l'osservazione e lo studio della fauna selvatica ha anche, in parte, condizionato il lavoro del Corpo di sorveglianza che, sempre di più, si è avvicinato a un'attività di monitoraggio e di raccolta dati a lungo termine sui diversi aspetti naturalistici dell'area protetta. Questa sinergia tra corpo autonomo di sorveglianza, periodicamente formato e aggiornato, e ricercatori, nazionali ed esteri, è la forza dell'attuale struttura di ricerca del parco, confermata dal notevole numero di pubblicazioni prodotte negli ultimi 15 anni. Questa vocazione del più antico parco nazionale italiano deve adesso essere rinforzata e trasmessa all'intero sistema delle aree nazionali protette: i parchi, in altre parole, devono diventare sempre di più occasione di studio dei diversi aspetti ambientali. Questa vocazione alla ricerca scientifica e alla misurazione degli effetti climatici e antropici sulla conservazione degli ambienti e della biodiversità è attuabile solo a condizione che vi sia il sostegno effettivo da parte del Ministero dell'Ambiente e degli organi politici locali e, soprattutto, da parte delle direzioni degli enti, che devono credere in questo obiettivo e sostenerlo con forza, proprio com'è accaduto in questi ultimi anni nel Parco nazionale Gran Paradiso. *Servizio sanitario e della ricerca scientifica, Ente Parco nazionale Gran Paradiso.

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