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La relazione tra uomo e foresta? Una questione di convivenza

Dobbiamo intenderci sul termine 'foresta', consapevoli del fatto che la nostra cultura in materia è figlia di una mentalità sostanzialmente urbana. Un difficile equilibrio da gestire, quindi, tra chi vuole proteggere il bosco, perchè non lo vive e chi invece vuole contenerlo, perchè lo abita. 

  • Emanuela Celona
  • Novembre 2018
  • Martedì, 6 Novembre 2018
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 Foto Pixabay Foto Pixabay

In una parola, convivenza. È questa la chiave di una relazione millenaria, come quella tra uomo e foresta. La stessa che usiamo quando parliamo del rapporto (auspicabile) tra uomo e lupo, sorprendentemente citato nel primo evento off  del IV Congresso nazionale di Selvicoltura tuttora in corso a Torino e che durerà fino al 10 novembre.

Titolo dell'incontro, 'Il bosco quotidiano. Relazioni tra uomo e foresta' dove ha trovato spazio la proiezione di due film - documentari molto interessanti, 'Il capolavoro del bosco' di Fabio Toncelli e 'Feu' realizzato da R-Eact: un volo sui boschi piemontesi in Valle Varaita e in Valle Maria nel primo caso; una narrazione emozionale sugli incendi che hanno colpito lo scorso anno la ValSusa, nel secondo. Incendi che abbiamo vissuto ed elaborato come un lutto, una perdita, quella dei 'nostri' boschi, esattamente come sta avvenendo in questi giorni per le devastazioni subite a causa del maltempo dalle foreste delle Dolomiti. Ma noi cosa intendiamo con il termine 'foresta'?

La gestione del bosco tra estetica e profitto

Scordiamoci il significato che potrebbe dare alla parola una cultura nordica. «Nel nostro Paese - ha spiegato Enrico Camanni, scrittore e storico dell'alpinismo, ex direttore di Piemonte Parchi nonchè moderatore per l'occasione del dibattito - nonostante la vastità di superficie occupata da Alpi e Appennini, quando parliamo di foresta interferiscono una cultura e una mentalità sostanzialmente urbana». Il che significa la necessità di proteggere il bosco, per chi non lo vive e quella invece di contenerlo, per chi lo abita. Un punto di incontro che salvaguarda entrambe le priorità è una sua corretta gestione. Ma come?

Probabilmente intraprendendo un cammino che si colloca a metà tra il sogno del bosco come patrimonio naturale intoccabile e la possibilità invece di sfruttarlo per produrre reddito. Un cammino che non va mai tutto da una parte, o dall'altra, ma che deve consentire un percorso parallelo in entrambe le direzioni.

«Il bosco ha una sacralità - secondo Luca Mercalli intervenuto tra i relatori dell'incontro - che resta sospesa tra la volontà di mantenerlo tale per motivi estetici e quella di utilizzarlo per produrre, ad esempio, legna da ardere». Entrambi gli scopi sono pregni di valori da difendere, siano essi estetici o monetari, soprattutto per una risorsa che in un Paese come il nostro è sotto-utilizzata e per la quale si affacciano nuovi e importanti usi come quello di stoccaggio di CO2 in risposta ai pressanti cambiamenti climatici.

Ma gestire il bosco significa anche avvicinare concetti apparentemente lontani, nello spazio e nel tempo. Lo ha spiegato bene Giorgio Vacchiano, ricercatore forestale invitato tra i relatori, raccontando la 'teleconnesione' che lega, ad esempio, la foresta Amazzonica al clima di luoghi da questa anche molto distanti, oppure l'acquisto di legname proveniente da boschi lontani. I tempi del bosco, e della sua rigenerazione sono decisamente lunghi, e noi a questa 'eternità' non siamo più abituati. Deve quindi cambiare la nostra visione della foresta, il modo in cui la intendiamo, per abbracciare una sua gestione che sia quanto più possibile sostenibile per darci modo di scoprire tutti i sevizi che il bosco ci offre: dalla biodiversità che ospita, allo stato idrogeologico che assicura, allo stoccaggio di carbonio che potrà incamerare.

Come si racconta una foresta

Ogni bosco ha proprie caratteristiche ed è diverso dall'altro. «Dobbiamo tenerlo sempre presente quando dobbiamo descriverlo o raccontarlo", ha spiegato Elisa Cozzarini, giornalista ambientale e scrittrice, unica presenza femminile della tavola rotonda: per questo è necessario che a una narrazione emotiva si affinché sempre una divulgazione scientifica, in grado di semplificare taluni concetti ma pur sempre in modo rigoroso. Accortezza che va osservata anche quando raccontiamo storie come questa: «Nel 2050 il 70% della popolazione mondiale abiterà le città, ma avrà bisogno di boschi» ha detto Fabio Toncelli, regista e sceneggiatore, intervenuto nel dibattito dopo la proiezione del suo documentario. L'uomo, quindi, avrà sempre più bisogno del bosco, ma non viceversa, secondo il regista, alimentando una relazione avvolta da un mistero che si supererà solo raccontando di questa relazione che lega l'essere umano alla foresta.

Tra qualche tempo, ci sarà ancora il bosco?

Oggi, soltanto un terzo delle terre emerse preserva caratteristiche ancora naturali. Una porzione di spazio che è destinata a soccombere con gli attuali ritmi di crescita. Per questo, secondo Luca Mercalli, dobbiamo obbligatoriamente riflettere sul concetto di limite: quello da imporre allo sviluppo della crescita e quello da considerare nell'utilizzo del capitale naturale che ci viene offerto dal nostro Pianeta.

In questa riflessione obbligata, le foreste ci possono venire in aiuto quando affrontiamo un limite che abbiamo già travalicato: quello del cambiamento climatico. Le foreste sono l'unica arma che abbiamo per far fronte al clima che cambia, sia nell'ambito della mitigazione (perchè stoccano carbonio) che nell'adattamento di fronte a eventi estremi (perchè il bosco salendo di quota e latitudine, genererà possibili nuovi ecosistemi).

Cambiamento climatico che è anche concausa dei pericolosi incendi che si sono verificati lo scorso autunno in Val Susa e che sono stati rievocati in 'Feu', film emozionante realizzato da R-Eact, un gruppo di studenti del Corso di Laurea in Economia dell'Ambiente, della Cultura e del Territorio dell'Università di Torino e dal Dams.

Un esempio di come l'arte possa avvicinare e restituire le problematiche ambientali anche a chi vive il territorio quotidianamente: uno studente di Roma, il regista e una studentessa di Napoli, la protagonista, che insieme ad altri hanno dato voce, corpo, suoni e immagini alla natura bruciata nei boschi in Val Susa, in un'opera filmica che è stata realizzata anche grazie al coinvolgimento della popolazione e delle scuole locali.

Lo scorso autunno, una temperatura straordinariamente elevata (eravamo nell'estate 2017) insieme a una siccità prolungata hanno creato una situazione estremamente favorevole al propagarsi degli incendi nei boschi che hanno raggiunto anche i 30° C di temperatura in quota. Una certezza, questa, non paragonabile agli eventi estremi alluvionali di questi giorni: «Probabilmente il riscaldamento globale ci ha messo lo zampino, ha spiegato Mercalli, ma non possiamo attribuirgli una colpa esclusiva. Ci sono state, infatti, nella storia altre tempeste che hanno lasciato straschichi devastanti, come quella che negli anni Sessanta ha stremato Firenze oppure quella che ha devastato Venezia. Solo che noi italiani abbiamo la memoria corta», ha detto il metereologo. 

Con questi valori, lo scenario che ci si prospetta non è dei migliori. In Italia, la temperatura media è destinata ad aumentare di 1 - 2 °C raggiungendo anche picchi di + 4°C in estate. Se, però, gli Accordi sul clima di Parigi non troveranno attuazione, nel nostro Paese l'aumento in gradi centigradi è destinato anche a raddoppiare. Per questo, secondo Mercalli, vale la pena chiedersi: ci sarà ancora il bosco? «Dopo che il paesaggio montano del nostro Paese assomiglierà sempre di più ai brulli monti del Pakistan e dopo che si saranno appenninizzate le Alpi e desertificati gli Appennini...» sarà una domanda che, forse, sarà tardi porsi, nella consapevolezza che l'uomo è l'unica, vera e incontrovertibile causa del clima che cambia. 

Trailer del film 'Feu', realizzato da R-Eact: un gruppo di studenti del Corso di Laurea in Economia dell'Ambiente, della Cultura e del Territorio dell'Università di Torino e dal Dams. 

 

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