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Una volpe, un lupo e un vecchio mulino

Il Mulino Vecchio di Bellinzago, situato nelle Aree protette del Ticino e Lago Maggiore, è la cornice della leggenda che spiega l'origine della canna di palude e della sua somiglianza alla coda di una volpe.

  • Massimo Losito
  • Gennaio 2026
  • Giovedì, 29 Gennaio 2026
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Disegno di Margherita Perolio Disegno di Margherita Perolio

A Bellinzago si trova una costruzione nota come Mulino Vecchio, costruito alla fine del 1400, all'epoca degli Sforza, che dopo varie vicissitudini e diversi passaggi di proprietà venne acquistato nel 1925 dalla famiglia Ambrosetti, mugnai da diverse generazioni, ed utilizzato per sessant'anni fino all'acquisizione da parte dell'Ente di gestione delle aree protette del Ticino e Lago Maggiore, che nel tempo lo ha ristrutturato e ne ha fattto un bellissimo centro di educazione ambientale, meta di turismo occasionale e di visite di scolaresche.

Il Mulino, ad oggi perfettamente funzionante, è alimentato dallo scorrere dell'acqua della cosiddetta Roggia Molinara, un importante canale artificiale, costruito prima del 1400, che alimenta i numerosi mulini sorti negli anni presso le proprie rive.

Questa cornice ambientale fa da sfondo alla storia che segue, di antica narrazione ma molto attuale per le tematiche trattate, una favoletta che ci parla a suo modo di biodiversità e di convivenza fra specie diverse.

Da diverso tempo una volpe aveva addocchiato il pollaio a fianco della casa del mugnaio, pieno di galline "grasse e fresche", abbondantemente alimentate dalla farina e dalla crusca disponibili in loco in ampie quantità, e stava ragionando su come riuscire ad entrare nel pollaio superando lo sbarramento del muretto di cinta.

Un giorno si presentò nei paraggi un affamato lupo solitario. La volpe lo notò e pensò subito di farne un alleato per il fine ultimo di assaltare il ricco pollaio antistante l'abitazione del mugnaio.

La volpe propose al lupo di scavare insieme un buco nel muro per poter accedere al pollaio. Il lupo accettò e, a gran fatica e sotto gli occhi della volpe che faceva da "supervisore" all'operazione, lungi dall'idea di sporcarsi le zampe impegnandosi in un lavoro così faticoso, riuscì a ricavare nella parete uno stretto pertugio, attraverso il quale i due animali sarebbero riusciti a malapena ad infilarsi.

I due improvvisati soci passarono all'azione durante la notte stessa, penetrando nel pollaio e facendo strage di galline fino a quando il mugnaio, svegliatosi per il gran trambusto causato dall'assalto notturno, non si diresse minaccioso verso i due predatori, armato di un grosso randello.

La volpe, che aveva intelligentemente calcolato di abbuffarsi fino a quando la sua pancia non fosse stata così gonfia da non permettere il passaggio nel pertugio, riuscì con difficoltà a darsi alla fuga, mentre il lupo, ingozzatosi a più non posso, rimase incastrato nel buco e fu colpito dalle numerose legnate inferte dall'inferoicito mugnaio, fino a che una randellata particolarmente violenta lo catapultò all'esterno.

Dopo la ritirata il lupo, malconcio e sanguinante, si ritrovò di fronte la volpe, del tutto illesa, anche lei apparentemente sanguinante ma...per finta! Infatti, in attesa di capire se il lupo fosse scampato all'attacco del mugnaio,  aveva avuto l'idea di rotolarsi in un tappeto di bacche di corniolo, frutto particolarmente abbondante in quel mese di luglio, ricoprendo il suo manto del loro rosso liquido col quale potè simulare ferite quasi mortali.

Il lupo, mosso a compassione, anche se in pessime condizioni fisiche, in un ulteriore slancio di generosità, non esitò a fungere da "barelliere", caricandosi sulla schiena la volpe, fintamente moribonda, e trasportandola lontano con grande fatica e sofferenza, mentre questa, per schernire e dileggiare ulteriormente lo sprovveduto compagno di avventura, fingendo agonici lamenti, non iniziò a recitare una litanìa dialettale, una lunga nènia cantilenosa caratterizzata da un ritornello ossessivo che possiamo tradurre come "il malato porta il sano".

La cosa andò avanti fino a quando il lupo, anche se tardivamente, realizzò di essere stato fino a quel momento buggerato, e, raccolte le residue energie, si vendicò dell'indesiderato passeggero scaraventando l'ignara volpe in un "bugiok", una specie di "lama" limacciosa creata dalla roggia di irrigazione, con un lancio così violento che la volpe si infilò nel fango con tutta la testa lasciando al'esterno solo la coda ritta.

Si dice che così sia nata la canna di palude, che quando fiorisce assomiglia proprio ad una coda di volpe!

(fonte : Silvano Crepaldi - "Cuntuli dal Favlè")

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