Venerdì 31 luglio 2026 sarà un'occasione preziosa: nella cornice unica di Cinemambiente in Valchiusella, Giorgio Volpi ci guiderà alla scoperta di un mondo naturale sconosciuto, antico e pioneristico allo stesso tempo. Ci mostrerà come, in un futuro non lontano, potremmo imparare a sfruttare alcune delle scoperte chimiche che la natura ha affinato nei secoli per convertire l'energia solare o per produrre alimenti, farmaci e nuove materie prime.
L'incontro si configura come una conversazione aperta e informale, più vicina al clima raccolto di un rifugio di montagna che a quello di una conferenza tradizionale: un momento di dialogo e confronto in cui tutti i partecipanti potranno porre domande e lasciarsi coinvolgere da storie che parlano di natura, leggendo e commentando insieme anche alcuni passi dei saggi dell'autore.
In vista di questo nuovo appuntamento con "Leggere la natura. Due chiacchiere con gli autori" — che si terrà alle ore 18 presso il Museo della Miniera di Traversella, dove parleremo dei libri "Non siamo gli unici" e "La natura lo fa meglio (e prima)" - Aboca Edizioni — abbiamo rivolto all'autore alcune domande per approfondire i temi al centro delle sue opere.
L'idea che l'uomo possa ispirarsi alle strategie sviluppate dalle altre specie nel corso dell'evoluzione per creare tecnologie e soluzioni più sostenibili è molto affascinante. Tuttavia, non esiste il rischio di un persistente antropocentrismo in questo approccio? Non finiamo per considerare gli altri esseri viventi solo come un serbatoio di soluzioni utili a noi, rimettendo ancora una volta l'uomo al centro del sistema? Come si può trovare un equilibrio tra il trarre ispirazione dalla natura e il rispetto del valore intrinseco, dell'autonomia e degli equilibri delle specie da cui impariamo?
Sono perfettamente d'accordo, c'è una base antropocentrica anche nel considerare la bellezza della biosfera come un serbatoio da cui trarre il nostro benessere anche se in una chiave di sostenibilità. Dobbiamo però ricordare che è implicito in ogni specie vivente garantire la propria prosperità e successo riproduttivo, questo aspetto non è antropocentrico, è biologico. L'antropocentrismo assegna all'uomo un valore superiore e un ruolo dominante sugli altri viventi. Oggi un ridimensionamento del ruolo della nostra specie ci pone al pari degli altri viventi, ma esattamente come per ogni altro essere, siamo istintivamente portati a salvaguardare il nostro benessere e prosperità. La chiave oggi è garantire il nostro stile di vita in modo sostenibile o ecocompatibile e ciò si può raggiungere con l'idea di trarre ispirazione dalla natura (la base della biomimesi) ma anche iniziando a immaginare sistemi produttivi in simbiosi con la natura, sono aspetti particolarmente importanti in agricoltura, nell'allevamento e nello sviluppo di sostanze e materiali (farmaci, coloranti, additivi, ecc.) che possono essere prodotti da forme di vita microbiche, vegetali o animali attraverso colture e allevamenti che salvaguardino gli ecosistemi nella loro totalità. In questo senso il settore dei tessuti (di origine petrolchimica o vegetale e animale) è certamente illuminante e profondamente in crisi. In definitiva riuscire a creare un sistema in simbiosi con la natura è la chiave per riconoscerne la bellezza e prendere coscienza delle abilità della biosfera, solo su questa base è possibile strutturare quel senso di rispetto e ammirazione che oggi in gran parte della popolazione manca. Considerare la natura anche come fonte di soluzioni per il nostro benessere non è necessariamente una forma di antropocentrismo, purché questo avvenga nel riconoscimento del valore intrinseco degli altri esseri viventi e degli ecosistemi.
Nel suo libro si legge che i trilobiti, già oltre 500 milioni di anni fa, avevano sviluppato occhi composti da centinaia o migliaia di lenti di calcite, dotati di soluzioni ottiche sorprendentemente sofisticate. Se questa strategia era così efficace, perché non è stata conservata o sviluppata da altre linee evolutive? Come mai una struttura apparentemente così avanzata è scomparsa insieme a questo gruppo di animali, invece di diffondersi maggiormente nel mondo vivente? Che cosa ci racconta questo sul modo in cui agisce, realmente, l'evoluzione?
I sistemi viventi evolvono e mutano adattandosi all'ambiente, al clima e alle pressioni ecologiche, nel farlo modificano ciò che hanno a disposizione in modo spesso incredibile e affascinante, certamente meglio di quanto l'ingegno umano possa prevedere. Tuttavia ogni forma biologica si scontra con i limiti fisici e chimici dei propri sistemi e con un contesto ambientale che talvolta non è semplicemente sostenibile e porta all'estinzione intere specie o gruppi. È proprio il caso dei trilobiti che nonostante un'incredibile radiazione biologica e innovazioni sorprendenti si sono estinti in corrispondenza di uno dei tanti eventi di estinzione di massa. In realtà i meccanismi della vista ci raccontano proprio del legame evolutivo e della lunga parentela di ogni forma animale, ma questo percorso è accidentato e ricco di strade interrotte o vicoli ciechi. Oggi troviamo esseri viventi come i ricci e le stelle marine che forse stanno evolvendo meccanismi ottici simili a quelli dei trilobiti, dopo centinaia di milioni di anni, in modo indipendente e autonomo, possiamo sospettarlo perché presentano sistemi analoghi, ma grezzi e rudimentali da un punto di vista ottico. L'evoluzione agisce spesso come un artigiano che lavora con quello che ha a disposizione, operando al massimo del risparmio e nel tentativo di ottenere il prodotto più adatto e funzionale; proprio come un artigiano spesso ci riesce dando origine a nuove specie e forme, ma talvolta eventi imprevisti, difficoltà tecniche, modificazioni ecologiche rendono gli sforzi della selezione naturale del tutto vani e inconcludenti. In definitiva l'evoluzione non sceglie mai tra tutte le soluzioni teoricamente possibili, ma solo tra quelle rese disponibili dalla storia evolutiva di ciascuna linea e nel caso dei trilobiti quella linea si è drammaticamente interrotta senza lasciare eredi. La storia geologica ci testimonia moltissime di queste storie da cui dovremmo imparare e trarre buoni consigli!
Ricollegandoci alla domanda precedente, tendiamo spesso a immaginare l'evoluzione come un percorso di continuo progresso verso una complessità maggiore, culminato nelle forme di vita attuali. Eppure, la storia della vita è costellata di organismi straordinari che si sono estinti e di caratteristiche uniche andate perdute. Quanto è corretto parlare di 'progresso' in evoluzione? E quanto la tendenza a interpretare la storia biologica come una traiettoria lineare riflette, ancora una volta, una visione antropocentrica?
Nel linguaggio di oggi il termine stesso di "Evoluzione" implica miglioramento o progresso, ma in realtà significa solo cambiamento ed è notevole osservare che il termine non è stato quasi mai impiegato da Darwin, che preferiva parlare di discendenza con modificazioni o selezione e adattamento. La selezione naturale non tende ad un miglioramento in senso assoluto, non agisce lungo un percorso prestabilito o secondo un progetto intelligente e preordinato, al contrario molti adattamenti sono inefficienti, sfortunati, potremmo dire dei compromessi da un punto di vista funzionale. Il motivo è che i sistemi biologici rispondono a leggi fisiche e chimiche e ogni meccanismo di selezione ha dei limiti e spesso delle difficoltà che impediscono di superare sconvolgimenti climatici, cambiamenti ecologici, competizione con altre specie e altri contesti. Un batterio moderno non è "meno evoluto" di un animale: entrambi hanno alle spalle diversi miliardi di anni di evoluzione. È quindi scorretto parlare di "progresso" se questo non si riferisce esclusivamente all'adattabilità, per esempio per certe specie è progresso perdere dei sensi, o perdere la capacità di movimento o di certe vie metaboliche, invece nell'immaginario comune "progresso" indica l'accumulo di abilità, o il cammino verso una meta di perfezione che non ha nessun corrispettivo in biologia. Infine l'idea che l'evoluzione culmini nell'essere umano riflette più la nostra prospettiva culturale che il funzionamento della selezione naturale: è una lettura antropocentrica della storia della vita, non una conclusione della biologia evoluzionistica.
Quando leggiamo di animali capaci di orientarsi grazie al campo magnetico, di percepire l'ultravioletto o di comunicare attraverso la chimica, tendiamo a considerarli casi eccezionali. Ma se fossimo noi, in realtà, la specie percettivamente più limitata? Quanto la nostra comprensione della natura è condizionata dai sensi di cui disponiamo, e quanto rischiamo di sottovalutare la complessità dell'esperienza animale solo perché interpretiamo la realtà attraverso i nostri specifici filtri biologici?
Si tratta di un tema di fondamentale importanza in biologia e anzi è il principale sforzo richiesto a chi si avvicina a questo mondo. I sensi di ogni essere vivente sono limitati e circoscritti a certe manifestazioni della realtà come il suono, le onde elettromagnetiche, il calore, il gusto, ecc. e anche all'interno di ogni senso lo spettro percettivo cambia molto da specie a specie e addirittura da individuo a individuo. Ad esempio sappiamo bene che noi umani non percepiamo gli ultrasuoni o l'ultravioletto, a cui sono molto sensibili altri viventi. Ma non solo i nostri sensi sono limitati, è anche la loro interpretazione che è gestita da un sistema nervoso che opera secondo reti neurali che si formano e impongono dei limiti o dei rigidi modelli di interpretazione degli stimoli e della realtà. Per questo spesso assegniamo un valore emotivo a certe espressioni degli animali (antropomorfismo) o interpretiamo in modo soggettivo eventi o risultati sperimentali che in un contesto privo di preconcetti ci porterebbero a diverse conclusioni. Il limite sono i sistemi sensoriali fisici, ma anche la rete neurale che li processa esponendoci a illusioni, fraintendimenti o errori. Lo studio delle varie forme di vita in questo contesto in effetti è illuminante perché ci permette di esplorare le diverse "bolle percettive" come le descriveva Jakob von Uexküll quasi un secolo fa, influenzando profondamente la nascita dell'etologia moderna. Non possiamo stabilire quale specie sia "più limitata", perché ogni sistema sensoriale è adattato alle esigenze ecologiche della specie che lo possiede. Dal punto di vista dell'evoluzione non esiste quindi una graduatoria nella percezione, ma certamente non percepiamo il mondo così com'è, ma per come i nostri sensi e il nostro cervello ci permettono di rappresentarlo.
L'appuntamento con Giorgio Volpi è il primo di una serie di appuntamenti sulla biodiversità ospitati dal Festival Cinemambiente in Valchiusella. Leggi la notizia qui.
