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Monviso, l’alpinismo cambia stagione

Uno studio internazionale, curato da un biologo che sta seguendo il Master in "Biosphere Reserves Management" all'Università per lo Sviluppo Sostenibile di Eberswalde, analizza gli effetti del riscaldamento globale su vie, sicurezza e abitudini in alta quota.

  • Davide Rossi
  • Aprile 2026
  • Lunedì, 25 Maggio 2026
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Il ricercatore Daniel Ojeda e sullo sfondo il Monviso - Foto p.g.c. EGAP Monviso Il ricercatore Daniel Ojeda e sullo sfondo il Monviso - Foto p.g.c. EGAP Monviso

Tra gennaio e febbraio un ricercatore spagnolo ha lavorato nelle valli Varaita e Po, ospite del Parco del Monviso, per studiare gli effetti del cambiamento climatico sull'alpinismo.

Daniel Ojeda, 41 anni, biologo e studente del Master in "Biosphere Reserves Management" presso l'Università per lo Sviluppo Sostenibile di Eberswalde, in Germania, ha svolto un periodo di analisi sul campo ai piedi del Re di Pietra nell'ambito del suo progetto "Time to Ascent Monviso". L'obiettivo è capire come il riscaldamento globale stia modificando le condizioni delle vie alpinistiche e il comportamento di chi frequenta la montagna.

Un lavoro di squadra

Il lavoro sul campo ha coinvolto un'ampia rete di interlocutori: sono stati intervistati alpinisti esperti, guide alpine, istruttori del CAI, gestori di rifugi e autori di pubblicazioni dedicate al Monviso. A queste testimonianze si è affiancato un questionario online rivolto a un pubblico più ampio di escursionisti e frequentatori della montagna. Il contesto è particolarmente significativo: il Monviso è la montagna al centro della Riserva della Biosfera UNESCO posta alla quota più elevata d'Europa e rappresenta quindi un contesto ideale per analizzare gli effetti del riscaldamento globale in ambiente di alta montagna. Dopo alcuni mesi, i dati della ricerca sono ancora in fase di elaborazione, ma ci sono già alcuni risultati disponibili, sia pure in forma preliminare, che consentono già di delineare alcune tendenze nette.

I primi risultati

Il primo dato concreto riguarda i cambiamenti fisici dell'ambiente: la fusione del permafrost e il ritiro dei ghiacciai stanno rendendo il terreno più instabile. Le temperature medie sono in aumento, la neve è meno abbondante e si scioglie più precocemente, mentre i regimi pluviometrici risultano alterati e più variabili, con fenomeni sovente più intensi che in precedenza. Questo insieme di fattori incide direttamente sulla sicurezza in montagna di escursionisti e alpinisti: la riduzione della copertura nevosa espone la roccia, spesso instabile, con un aumento della frequenza di caduta massi: un fenomeno ben noto che ha avuto un momento particolarmente significativo nel dicembre 2019, con l'importante crollo avvenuto nella giornata di Santo Stefano, ma che continua e ha reso necessario chiudere al passaggio escursionistico il sentiero V13 nel tratto a monte del lago Chiaretto, dove continuano a essere frequenti le scariche di rocce. Alcuni itinerari risultano oggi più pericolosi rispetto al passato, soprattutto nei mesi estivi, e praticabili solo in finestre temporali più ristrette.

Le trasformazioni ambientali si riflettono in modo evidente sulle vie alpinistiche e in diversi casi le testimonianze raccolte parlano di una vera e propria necessità di modificare i percorsi. Il collasso di sezioni di ghiaccio o la scomparsa della neve nei couloir solitamente usati per l'ascesa costringe sempre più spesso a cambiare itinerario, rendendo le salite ancora più tecniche e complesse. In alcune situazioni diventa necessario ricorrere a infrastrutture come catene o ancoraggi, con conseguenze anche sui costi e con implicazioni gestionali non trascurabili. In ultima analisi, alcune vie classiche vengono progressivamente abbandonate nella stagione estiva: è il caso, ad esempio, della parete Nord del Monviso, tradizionalmente caratterizzata dalla presenza di neve e ghiaccio e oggi sempre più frequentemente percorsa su roccia o addirittura evitata nei mesi più caldi.

Accanto alle modifiche degli itinerari si registra un cambiamento nelle abitudini degli alpinisti. La cosiddetta "sostituzione temporale" è una delle dinamiche più evidenti: le attività tendono a spostarsi verso le stagioni intermedie, primavera e autunno, quando le condizioni risultano più favorevoli. Si tratta però di finestre brevi e meno prevedibili, che tra l'altro spesso non coincidono con i periodi di ferie: questo richiede una maggiore flessibilità e una pianificazione più attenta. È una strategia che è già stata analizzata in altre zone dell'arco alpino, ma che sul Monviso risulta ancora poco esplorata in termini di vantaggi e di limiti. Parallelamente cresce il ricorso alle previsioni meteo e la ricerca di confronto diretto con guide e residenti esperti del territorio: due necessità il cui soddisfacimento è peraltro facilitato dalle tecnologie digitali e dalla circolazione rapida delle informazioni.

Un turismo che cambia

Cambia anche il profilo dei frequentatori. Si osserva una crescita degli escursionisti alla ricerca di esperienze accessibili e una riduzione dell'alpinismo legato alle grandi ascensioni classiche, "le grandi imprese" tipiche degli anni dai Sessanta agli Ottanta del secolo scorso. Aumenta invece l'interesse per l'arrampicata sportiva, percepita come meno esposta ai rischi oggettivi dell'alta quota. Una trasformazione che, senza quasi che ce ne si accorga, sta sostanzialmente ridisegnando l'immaginario e le pratiche della montagna.

Le ricadute di queste dinamiche si estendono anche alla gestione delle strutture. I rifugi alpini si trovano ad affrontare nuove criticità e la carenza d'acqua, necessaria anche per la produzione di energia, è un problema sempre più frequente nei mesi estivi. Allo stesso tempo, l'affluenza dei visitatori cresce ma diventa meno prevedibile, con picchi concentrati in periodi molto ridotti, come i fine settimana estivi: si sta iniziando a parlare seriamente di "overtourism" anche in questi ambienti d'alta quota e la gestione dei servizi, in particolare della ristorazione, risulta più complessa. In altre parole, mentre la stagione tradizionale perde centralità dal punto di vista tecnico, la montagna continua ad attrarre pubblico, ma con modalità diverse.

Non mancano poi riflessioni legate alla tutela della biodiversità. Il riscaldamento globale sta spingendo alcune specie animali e vegetali a quote più elevate. Questo potrebbe generare sovrapposizioni tra habitat sensibili e aree di arrampicata, con possibili conflitti tra fruizione e conservazione. La ricerca sottolinea l'importanza di coinvolgere il mondo degli alpinisti come alleato nella gestione di questi equilibri, attraverso informazione e responsabilizzazione dei frequentatori.

L'analisi di Daniel Ojeda non ha solo finalità accademiche, anzi è centrale un forte orientamento applicativo. L'obiettivo è elaborare raccomandazioni utili per una gestione della montagna più vicina alle sue mutate condizioni, sia all'interno della Riserva della Biosfera del Monviso che più in generale. I cambiamenti stagionali nelle attività possono incidere sulla manutenzione dei sentieri, sulla comunicazione dei rischi, sull'organizzazione dei soccorsi e sulla pianificazione dei servizi: analizzare la situazione con un approccio basato sul metodo scientifico può fornire elementi utili per rimodellare attivamente il futuro dell'alpinismo e delle altre attività in montagna sotto il profilo turistico e sportivo. La montagna diventa così un luogo dove il cambiamento si manifesta in modo diretto, quasi inevitabile da ignorare.

Un cambio di registro è necessario

Il progetto ha già suscitato interesse a livello locale e si prevede l'organizzazione di momenti pubblici per la restituzione dei risultati, come incontri o conferenze rivolte alla popolazione e i turisti, alpinisti o meno. Una modalità che potrebbe contribuire ad accrescere la consapevolezza su ciò che sta accadendo.

Lo studio si inserisce nelle attività della rete mondiale delle Riserve della Biosfera UNESCO ed è finanziato dalla Divisione di Scienze ecologiche e della Terra nell'ambito del programma UNESCO Man and Biosphere. Ha inoltre il sostegno del Parco del Monviso, che insieme al Parc Naturel Régional du Queyras ha in gestione la Riserva della Biosfera transfrontaliera del Monviso, e la supervisione scientifica di Paola Fontanella Pisa, ricercatrice del GLOMOS (Global Mountain Safeguard Research Center) dell'Istituto EURAC di Bolzano, dove Ojeda ha condotto un'indagine parallela.

I dati definitivi saranno disponibili nei prossimi mesi. Per ora, tra interviste e prime analisi, emerge una fotografia chiara: il Monviso resta un punto di riferimento per l'alpinismo, ma le regole del gioco stanno cambiando. E chi sale in montagna, oggi, deve imparare a leggere un ambiente sempre meno prevedibile: come sempre accade, non possiamo pensare che sia la montagna ad adattarsi ai suoi frequentatori. Siamo noi, piuttosto, a doverci adattare a cambiamenti che derivano da scelte e comportamenti umani su scala globale.

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