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Come clima, guerre e migrazioni stanno riscrivendo il mondo

Prendete uno qualunque dei grandi temi della nostra epoca — clima, guerra, migrazione — e provate a isolarlo dagli altri. È impossibile. Ogni dato sul clima rimanda a un conflitto, ogni conflitto a una fuga, ogni fuga a un territorio logorato da eventi estremi. Le crisi non procedono più in parallelo: si intrecciano, formando una rete di cause ed effetti così densa da riscrivere il futuro del Pianeta.

  • Alessandra Corrà
  • Febbraio2026
  • Giovedì, 26 Febbraio 2026
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Immagine da Pixabay Immagine da Pixabay

La nuova geografia cambia anche noi

Secondo il rapporto "Migrazioni ambientali e crisi climatica" dell'organizzazione italiana A Sud il 69% dei migranti intervistati indica la crisi climatica come fattore determinante nella scelta di partire. Dietro ogni viaggio non c'è solo la povertà o la guerra. Ci sono campi aridi, raccolti spazzati via dalla siccità, coste erose dove un tempo sorgevano villaggi. Una geografia che cambia, e che costringe a trasformare anche le vite di chi la abita.

Questa nuova geografia della sopravvivenza trova conferma nei dati dei principali organismi delle Nazioni Unite. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stima che ogni anno decine di milioni di persone siano costrette a spostarsi a causa di eventi climatici estremi; l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), dal canto suo, sottolinea come il legame tra mobilità umana, degrado ambientale e instabilità politica non sia più un'eccezione, ma una condizione strutturale del nostro tempo. Anche il Migration Data Portal sostenuto dalla stessa IOM, documenta l'aumento delle migrazioni provocate da desertificazione, erosione costiera e innalzamento del mare: processi lenti, quasi impercettibili giorno per giorno, ma inesorabili nel giro di pochi anni.

Quando la guerra incide sul clima

Ma il cambiamento climatico non è soltanto una emergenza naturale: è anche un acceleratore di conflitti, perché indebolisce territori già fragili, aumenta la competizione per risorse vitali e crea le condizioni per nuove tensioni sociali. Allo stesso tempo, però, è vero anche il contrario: la guerra alimenta il cambiamento climatico, lo aggrava e ne amplifica gli effetti.
Le operazioni militari rilasciano enormi quantità di CO₂, distruggono infrastrutture energetiche e idriche, incendiano terreni e città, interrompono sistemi di gestione dei rifiuti e inquinano aria, suolo e oceani. Ogni bombardamento produce emissioni; ogni conflitto prolungato lascia dietro di sé territori fatiscenti, foreste bruciate, falde inquinate, comunità costrette a spostarsi. La Striscia di Gaza, in Palestina, ne è un esempio tragicamente evidente: un luogo in cui guerra, degrado ambientale e fragilità climatica si sommano anziché separarsi. La Palestina è un territorio già sottoposto a stress ambientale da anni. In questo contesto di precarietà, la guerra ha amplificato un contesto ambientale martoriato, distruggendo impianti di depurazione, infettando falde acquifere, incendiando edifici che rilasciano nell'aria sostanze tossiche.

Il risultato è una crisi ecologica senza precedenti, in cui la popolazione civile non affronta solo le conseguenze immediate dei bombardamenti, ma anche quelle più lente e insidiose di un ambiente avvelenato. È la prova di come, nei territori più fragili, il confine tra crisi climatica e crisi bellica non esista più: l'una alimenta l'altra, rendendo la 'sopravvivenza' il tema centrale del futuro.

Il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP), nel suo rapporto preliminare, registra un aumento allarmante dell'inquinamento atmosferico, insieme a una diffusa contaminazione del suolo e delle falde acquifere. A confermarlo è anche uno studio pubblicato su Science of the Total Environment, che rileva un forte incremento di monossido di carbonio e aerosol tra il 2023 e il 2025 come conseguenza dei bombardamenti.

La guerra, dunque, non solo uccide nell'immediato esseri umani e animali: sgretola ecosistemi, avvelena risorse vitali, trasforma intere aree in luoghi impossibili da abitare. L'UNDP United Nations Development Programme, nel suo Migration Report parla di "crisi multiple" che si sovrappongono e si alimentano a vicenda: conflitti, collassi ambientali, instabilità economica e politica. Dentro questa matassa di cause, la migrazione diventa spesso l'unica via di fuga, la risposta estrema a un territorio che non offre più condizioni minime di sopravvivenza.

Il risultato è la mobilità forzata. Chi scappa da una città bombardata e chi abbandona un raccolto distrutto dalla siccità è spinto dalla stessa urgenza: sottrarsi a un ambiente che non permette più di vivere. È il volto nuovo e doloroso dell'umanità in movimento, vale a dire persone che migrano, non solo per cercare pace, ma per poter sopravvivere.

Eppure, di fronte a questa interconnessione, le risposte politiche restano ancorate a categorie del passato. Rifugiati di guerra, migranti economici, profughi climatici sono etichette che non riescono a cogliere la complessità delle vite che raccontano.

Un mondo in movimento, che non possiamo più ignorare

La sfida, oggi, è ripensare le politiche migratorie in un pianeta che cambia più rapidamente della capacità dei governi di adattarsi. Le forme tradizionali di protezione non bastano più in un mondo in cui i conflitti non esplodono soltanto per un confine conteso o per un giacimento energetico. Le guerre del futuro si accenderanno per l'acqua, per l'accesso a un'aria respirabile, per il diritto elementare di restare nella propria casa senza esserne cacciati da incendi, siccità o inondazioni.

In questo scenario, la domanda cruciale non sarà più chi si muove — chi migra, chi chiede asilo, chi fugge — ma quante società riusciranno a rimanere stabili nei propri territori senza essere spinte verso l'esodo forzato. Perché la crisi climatica non mette in movimento solo individui ma mette alla prova intere comunità, economie, sistemi di governace.

In un mondo sempre più interconnesso e vulnerabile, non sarà più il potere economico o militare a determinare il successo, ma la capacità di ogni nazione di costruire un futuro sostenibile, inclusivo e rispettoso dell'ambiente. Il vero potere, nel secolo a venire, risiederà nella responsabilità: quella di preservare il nostro pianeta per le generazioni future.

 

Per approfondimenti:

Wikimedia - Environmental Impact of the Gaza War – Sintesi

EU/Financial Times – Risorse naturali e sicurezza

 

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