Sarà capitato a tutti di raccogliere un ciottolo da un corso d'acqua e di notare che la parte esposta alla luce è ricoperta di una pellicola marroncina, vischiosa al tatto e più o meno sviluppata a seconda delle condizioni ambientali di dove ci si trova. Nei corsi d'acqua di montagna, dove la turbolenza è elevata e l'ambiente può risultare severo, questa patina è spesso sottile, ma non per questo meno interessante. Gli esperti di ecologia fluviale la chiamano periphyton ed è composta da una comunità complessa di piccoli organismi autotrofi ed eterotrofi: sempre gli esperti di idrobiologia spiegano che quello strato minimo e apparentemente insignificante è invece uno degli elementi chiave dell'equilibrio degli ecosistemi fluviali.
Di questo microcosmo fanno parte anche le diatomee, alghe unicellulari microscopiche poco note al grande pubblico e difficili da osservare senza strumenti adeguati, ma che hanno un ruolo enorme su scala globale. Producono circa il 20% dell'ossigeno presente in atmosfera: per dirla in altre parole, uno su cinque dei respiri che compiamo dipende anche da loro. Non solo: sono in grado di fissare quantità di anidride carbonica paragonabili a quelle assorbite complessivamente dalle foreste pluviali del pianeta. Un contributo silenzioso ma decisivo, che avviene lontano dai riflettori. Per raccontarne la ricchezza e la distribuzione nei corsi d'acqua della valle Po è stato pubblicato Le diatomee della valle Po, primo volume de I Quaderni di Alpstream, una collana di pubblicazioni che si propone di presentare le attività di Alpstream - Centro per lo studio dei fiumi alpini, centro di ricerca del Parco del Monviso attivo a Ostana dal 2019 e dove tre atenei piemontesi, l'Università di Torino, il Politecnico di Torino e l'Università del Piemonte Orientale, si dedicano allo studio e alla tutela dei sistemi fluviali alpini.
Il volume, firmato da Elisa Falasco, Maria Cristina Candellero, Stefano Fenoglio e Francesca Bona del Dipartimento DBIOS dell'Università di Torino, nasce dal lavoro congiunto di tesisti, borsisti e dottorandi che negli ultimi anni hanno concentrato le proprie ricerche sui principali corsi d'acqua della valle, nel tratto compreso tra le sorgenti del Po e Revello. Il manuale, stampato dal Centro Stampa della Regione Piemonte, descrive le comunità di diatomee campionate in 20 siti differenti, distribuiti sia lungo l'asta principale del fiume sia nei suoi affluenti, a quote comprese tra 390 e 2.000 metri sul livello del mare. In totale sono stati analizzati 156 campioni, con l'obiettivo di ricostruire ricchezza, biodiversità, ecologia e distribuzione delle specie presenti. Si tratta di un lavoro che ha certamente una forte valenza specialistica, utile a ecologi fluviali, ricercatori e tecnici del monitoraggio ambientale e restituisce un quadro estremamente dettagliato, dedicando attenzione anche allo stato di conservazione delle specie censite con informazioni utili ricavate da una Red List recentemente pubblicata. Il lavoro si inserisce così in un quadro più ampio, nel quale si evidenzia la consapevolezza dell'importanza di preservare i corsi d'acqua alpini come habitat di specie sensibili, peculiari e in molti casi minacciate. Studiare le diatomee, infatti, non significa soltanto fare tassonomia, ma leggere in profondità la salute dei fiumi e i cambiamenti che li attraversano. Non è un caso che proprio alle diatomee sia dedicato anche un momento di confronto scientifico in programma a Verona martedì 21 e mercoledì 22 aprile 2026. L'iniziativa, che riunisce agenzie ambientali e istituti di ricerca dislocati sull'intero territorio nazionale, si inserisce nelle attività di armonizzazione delle metodiche di monitoraggio biologico delle acque dolci e rappresenta un appuntamento periodico per fare il punto su tassonomia e approcci condivisi, anche grazie all'intervento di due tra i maggiori esperti europei di diatomee provenienti da Belgio e Lussemburgo.
Per richiedere gratuitamente una copia della pubblicazione è disponibile un modulo online.
Le diatomee sono uno degli indicatori biologici più affidabili per valutare la qualità delle acque. Facili da campionare ma difficili da identificare, richiedono strumenti come atlanti e raccolte iconografiche per supportare il lavoro degli specialisti e garantire una corretta applicazione degli indici ecologici. Sono presenti in acqua durante tutto l'anno, rispondono rapidamente alle variazioni ambientali e restano ancorate al substrato, registrando nel tempo le condizioni del fiume. Dal punto di vista biologico, sono organismi straordinariamente complessi. Sono dotate di clorofilla a e c e di una serie di pigmenti accessori, tra cui la fucoxantina, che conferisce loro il tipico colore bruno. Le dimensioni variano da pochi micron fino a mezzo millimetro: le più grandi raggiungono lo spessore di un capello umano. La loro caratteristica più distintiva è però il frustulo, una parete cellulare rigida impregnata di silice, strutturata come una sorta di scatola con due valve che si incastrano tra loro. Su questa "armatura" si trovano i dettagli morfologici che permettono di distinguere generi e specie, un lavoro che richiede competenze elevate e strumenti di osservazione avanzati.
Anche il loro ciclo vitale riserva aspetti curiosi: si riproducono prevalentemente per via asessuata, attraverso divisione cellulare. Ogni divisione comporta una leggera riduzione delle dimensioni delle cellule figlie, poiché il frustulo non è espandibile. Di generazione in generazione, gli individui diventano progressivamente più piccoli, fino a raggiungere una soglia minima oltre la quale interviene la riproduzione sessuata, che consente di ripristinare le dimensioni originarie. Un meccanismo elaborato ed efficace, che accompagna queste alghe da circa 200 milioni di anni, il tempo che è servito loro per colonizzare praticamente ogni ambiente acquatico del pianeta, dalle sorgenti alpine agli oceani.
Tornando al tema della pubblicazione sulle diatomee della valle Po e al di là del valore tecnico e specialistico, questa ricerca veicola anche un messaggio più semplice e alla portata di tutti. Invita infatti a osservare i fiumi con attenzione e a farsi parte attiva della loro tutela, a riconoscere la complessità e l'importanza che si nascondono anche negli elementi più minuti. Perché a volte basta chinarsi su un sasso, lungo un torrente, per scoprire che su quella patina apparentemente insignificante si cela un mondo intero. E, cosa ancora più sorprendente, di importanza fondamentale anche per noi esseri umani.
Il Centro per lo Studio dei Fiumi Alpini – Alpstream è sorto con la finalità di aumentare le conoscenze relative a biodiversità, funzionamento ecologico, idraulica e idrologia dei sistemi fluviali montani, al fine di promuoverne la gestione sostenibile e la conservazione. Alpstream nasce nel 2019, per espressa volontà del Parco del Monviso e delle Università piemontesi, grazie ad un finanziamento Interreg Alcotra. Il Centro ha sede a Ostana, Comune del Parco e dell'area MaB UNESCO Monviso, dove sono presenti un laboratorio, alcune aule con diversa capienza e un sistema di mesocosmi o fiumi artificiali, unico nel suo genere. Qui si svolgono numerose attività didattiche, rivolte non solo agli studenti universitari ma aperte anche alle scuole di ogni ordine e grado, oltre che attività di ricerca sul territorio, sia nei fiumi delle nostre vallate sia nel sistema di fiumi artificiali, che permette la realizzazione di esperimenti complessi e le cui potenzialità richiamano scienziati da altre Università italiane ed estere. Oltre alle numerose attività localizzate nell'area del Monviso, Alpstream sta diventando un punto di riferimento a livello nazionale e sovranazionale per lo studio dei fiumi. I ricercatori universitari collaborano attivamente sotto il cappello del Centro in progetti che riguardano l'Autorità di Bacino del Po, la Regione Piemonte oltre che in alcuni progetti europei come i LIFE.
Sullo stesso argomento:
Il laboratorio nel fiume (da Piemonte Parchi del 5/4/2023)
