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Il realismo fantastico

Emilio Salgari era solito frequentare il Museo di Zoologia di Torino, che divenne presto meta d'ispirazione per le sue storie che avrebbero fatto vagare nella giungla o per mari generazioni di lettori

  • Alberto Jona
  • Aprile 2011
  • Mercoledì, 27 Aprile 2011
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Il museo come mondo in cui cercare ispirazione, come luogo in cui svegliare la fantasia, come spazio stimolante dell'immaginario, ha più volte accompagnato il campo della letteratura e dell'arte in genere, da Savinio e Forster fino al set cinematografico e televisivo: da Belfagor che faceva tremare i bambini acciambellati sui sofà durante la visione dello sceneggiato con Juliette Greco e un fantasma misterioso che passeggiava nottetempo per il Louvre, fino a recentissimi film dove i musei di paleontologia si animano di notte in un viaggio fantastico alla Gulliver.
Alla fine dell'Ottocento e nei primissimi anni del Novecento un museo di Torino era diventato la meta magica e immaginifica di uno scrittore che torinese era di adozione, e che con la forza della parola avrebbe fatto vagare nella giungla o su mari tempestosi generazioni di giovani e non giovani lettori in Italia e nel mondo: Emilio Salgàri. Lo scrittore veronese, che dagli anni Novanta dell'Ottocento si era trasferito a Torino, era un abituale visitatore del Museo di Zoologia, quello che conosciamo oggi come Museo Regionale di Scienze Naturali.
Certamente gli spazi non erano quelli attuali di via Giolitti nel complesso del Castellamonte dell'antico ospedale San Giovanni, ci racconta Elena Giacobino responsabile della sezione Museologia e didattica del Museo.
Dobbiamo invece immaginarcelo con una certa fantasia nella sede di Palazzo Carignano, dove dal 1876 era stato spostato dopo la prima ubicazione all'Accademia delle Scienze.
Immaginarcelo con una certa fantasia perché purtroppo di quella sede storica a Palazzo Carignano non ci è rimasta nessuna traccia iconografica, a differenza delle altre due sedi.
Abbiamo le planimetrie di fine Ottocento che ci dicono dove si affacciasse il Museo, cioè sull'attuale via Cesare Battisti, ma immagini, dagherrotipi, fotografie o dipinti pare proprio che non ce ne siano. Ci sono invece le immagini o meglio i disegni degli animali esposti, questo sì, nelle guide del primo Novecento che illustrano le collezioni del Museo. Così almeno quello che vedeva Salgari possiamo ipotizzarlo con una qualche certezza, anche grazie alla datazione della maggior parte degli animali storici presenti al Museo, la cui data di acquisizione è spesso della metà dell'Ottocento, in piena epoca di viaggi di scoperta ed esplorazioni di terre ignote.
Il Museo di Zoologia, come a quei tempi appunto si chiamava, costituiva per la maggioranza del pubblico di allora forse l'unica via di accesso a regioni del pianeta che altrimenti sarebbero state inconoscibili: l'Oriente, l'Africa, le Americhe, il Polo Nord. In questo sicuramente possiamo individuare una delle cause del successo strepitoso di Salgari, un successo che non lo toccò purtroppo in vita. I romanzi di Salgari erano l'unico modo di accesso a un altrove che si favoleggiava misterioso, sensuale, selvaggio e giusto e che i suoi pirati, le sue Perle di Labuan, le sue tigri di Mompracem incarnavano andando a nutrire un immaginario collettivo che ci siamo portati dietro almeno fino agli anni Settanta e Ottanta del Novecento, quando Kabir Bedi furoreggiava nella televisione italiana nei panni di Sandokan.
E il Museo? Sappiano che Salgari era un assiduo frequentatore del Museo di Zoologia ed è assai affascinante pensare che gli animali esposti ora in via Giolitti li abbia osservati e studiati anche lui, proprio gli stessi: tigri, leoni, elefanti, orsi bianchi, bufali; è quasi incredibile pensare che quei musi fissi che ci guardano attraverso, abbiano guardato anche Salgari e abbiano messo in moto la sua selvaggia fantasia. Imbalsamati con tecniche e soprattutto con conoscenze vaghe e incerte da parte dei tassidermisti di allora, che ricostruivano secondo un proprio immaginario e qualche disegno, ippopotami con zampe grassissime, tigri che sembrano più gattoni che felini temibili, antilopi filiformi come canne al vento, quegli stessi animali sono stati dunque il punto di partenza per le avventure di Sandokan, del Corsaro Nero o della figlia Jolanda. Salgari li ha fatti muovere e rivivere ancora una volta attraverso la forza della sua fantasia e delle sue parole, oltrepassando quelle teche - ancora almeno in parte le stesse - che li fermavano nel gesto e nel tempo. In occasione del centenario della morte di Emilio Salgari, il Museo Regionale di Scienze Naturali - racconta Ermanno De Biaggi, direttore del Museo - ha in programma di allestire una mostra dedicata allo scrittore, un percorso attraverso la fantasia del romanziere veronese, ma anche attraverso il suo sapere e la sua straordinaria capacità di immaginazione. Salgari infatti non si era mai mosso dall'Italia, un viaggio solo in nave nell'Adriatico. Però i suoi romanzi sono intessuti di digressioni naturalistiche e storiche, che oltre a essere un momento quasi didattico, vanno a costruire, come nei melodrammi coevi - è stato scritto - passaggi di atmosfere, pause al tumulto degli eventi esattamente come le ouverture o gli interludi scandiscono l'incedere dell'azione nell'opera lirica.
La mostra - racconta sempre De Biaggi - sarà costruita in grandi ambientazioni scenografiche che faranno rivivere come in un teatro della memoria gli ambienti esotici descritti da Salgari. Quindi il pubblico potrà realmente immergersi, così come avveniva un tempo attraverso i suoi romanzi, nell'immaginario di Salgari ripercorrendolo e appropriandosene. Il percorso della mostra sarà un viaggio con i suoi romanzi in Europa, in Africa, in Oriente, nelle Americhe e nelle Regioni Polari, toccando anche la fantascienza e le influenze letterarie di scrittori come Verne, Stevenson o ancora i suoi epigoni.
La forza evocatrice della parola è unica e così la libertà della fantasia che Salgari sapeva destare nel lettore: i volti di Sandokan o della Perla di Labuan erano volti diversi per ciascun lettore, i pirati e i mari percorsi erano differenti per ciascun ragazzo che apriva i suoi romanzi a partire dall'immaginario e dalla storia privata di ciascuno. Così anche la giungla e le belve grazie alle parole di Salgari avevano in ciascun lettore una propria immagine indelebile. Il cinema e la televisione hanno per sempre forse fissato un volto, soprattutto per noi italiani, per esempio a Sandokan, mentre i romanzi di Salgari lasciavano quella meravigliosa libertà d'immaginazione che ha fatto sognare e trepidare intere generazioni di lettori.

Alberto Jona

Musicista e musicologo e ha pubblicato studi sul Settecento e sul teatro mozartiano. Ha fondato con Alessandro Baricco la Scuola Holden a Torino; attualmente è presidente e direttore di HoldenArt.

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