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C’era una volta una grande foresta

Lo scorso 9 novembre su Rai 3, all'interno del programma Geo, è andato in onda il documentario "C'era una volta una grande foresta", interamnete girato nel Parco naturale della Mandria. Abbiamo chiesto al suo autore, il documentarista torinese Michele Tamietto, motivi e suggestioni di questa scelta.

  • Alice Gado
  • Novembre 2023
Martedì, 19 Dicembre 2023
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La foresta della Mandria - Foto arch. EGAP dei Parchi reali La foresta della Mandria - Foto arch. EGAP dei Parchi reali

Michele Tamietto, documentarista torinese, realizza filmati dal 1987: prima per il DSE (Dipartimento di Scuola ed Educazione) della Rai (oggi Rai Cultura) e successivamente per la trasmissione GEO di RAI3. Nei suoi lavori il focus è la natura intesa come scrigno di storia, tradizioni ma anche luogo in costante evoluzione capace di stupire perché mai uguale a se stessa. Nei suoi documentari dà particolare attenzione agli spazi aperti, alle loro unicità e colori. Gli ambienti rappresentati, per quanto possano essere famosi e conosciuti, presentano sempre qualcosa di inedito: una sorta di cambio di prospettiva, in cui accompagnare lo spettatore. Abbiamo intervistato Tamietto all'indomani della trasmissione in Rai del suo documentario 'C'era una volta una grande foresta' girato nel Parco naturale della Mandria.

Michele Tamietto, il suo documentario più recente, C'era una volta una grande foresta, è andato in onda lo scorso 9 novembre su Rai 3, all'interno del programma Geo. Perchè ha scelto questo luogo?

Perché frequento il parco da molti anni e quando ne varco la cinta mi sembra sempre di essere in un altro mondo. Siamo a pochi chilometri da Torino eppure ci si sente così lontani dalla città. Spero, con questo filmato, di far conoscere questa realtà in Italia e all'estero. Sarebbe bello se, spinto dalle mie immagini, qualcuno decidesse di visitarlo perché secondo me rappresenta una peculiarità del Piemonte ancora poco conosciuta.

Durante le riprese nella Mandria, qual è stata la scena più difficile da girare?

Sicuramente filmare i cervi e poterne registrare il bramito. Per oltre 30 ore ho atteso al freddo, su una altana, la comparsa di un maschio e il suo harem... ma nulla. Poi, una sera, tornando in auto dopo l'ennesimo insuccesso, ecco comparire i cervi in una prateria. Certe volte è questione di fortuna oltre che di pazienza.

Per la realizzazione del documentario, quante figure sono state coinvolte nella produzione?

Per la verità, io mi definisco un artigiano più che un regista, perché non mi occupo solo delle riprese ma anche della scelta dei soggetti, della stesura dei testi, del montaggio e della componente musicale, affidando a mio figlio Paolo, la composizione e la realizzazione della colonna sonora. Alla fine, ogni documentario è una mia composizione che poi passa nelle mani di esperti del settore che in studio ne calibrano colori e audio per rendere il tutto idoneo agli standard televisivi RAI.

Parliamo del suo "lavoro" principale che per molti anni è stato altro. Come è riuscito a perseguire la passione per le riprese?

Ho sempre lavorato nel settore tessile-abbigliamento, ma in ambito informatico, seguendo la realizzazione di progetti complessi per la gestione operativa dei processi aziendali. Grazie a questi lavori anche molto impegnativi, ho potuto garantirmi una base finanziaria solida. Dedicare il mio tempo libero a riprese naturalistiche è stato un modo per staccarmi dalla quotidianità e fare qualcosa che mi soddisfacesse appieno. Nel 2019, dopo aver raggiunto la pensione, ho finalmente avuto la possibilità di dedicarmi alla mia passione a tempo pieno.

E' nato prima l'interesse per l'osservazione della natura o quello per le riprese video?

Sono nate insieme, probabilmente quando ero bambino e andavo a pesca con mio padre. Tempi sospesi, fatti di tanta osservazione della natura circostante. E' li che ho iniziato a sviluppare "l'occhio" ovvero ad avere una visione personale del mondo naturale che non si fermasse al primo sguardo. Ero sempre alla ricerca di un qualcosa da poter catturare sulle mie pellicole: dapprima le 8mm, poi le superotto, le 16mm... Crescendo anche i miei mezzi si sono evoluti. Non a caso, fra i miei primi progetti, c'è proprio un racconto sulla fauna ittica intitolato "I popoli dell'acqua, dalle sorgenti alle pianure (1987)" e"I popoli dell'acqua, dalle pianure al mare (1988)".

Quando sente il termine documentarista naturalista, quali sono le prime cinque parole che le vengono in mente?

Spazi aperti. Avventura. Libertà. Natura. Imprevisti... soprattutto climatici!

Come sceglie i luoghi e gli argomenti da raccontare?

Mi sposto in tutto il Piemonte, solitamente senza preconcetti o aspettative. Lascio che siano i luoghi e le storie di chi incontro a emozionarmi ed è quindi grazie alle mie esperienze personali che trovo i soggetti per i documentari. Qualche volta, però, mi capita di rimanere colpito da servizi che vedo in tv o di cui leggo notizie interessanti: è questo il caso di ENOSIM (L'isola degli sparvieri), documentario del 2022 dedicato all'Isola di San Pietro in Sardegna.

C'è un aspetto che considera indispensabile per la riuscita di un video-racconto?

In primo luogo mi deve piacere. Non mi vergogno a dirlo: la mia visione è quella che conta. Non mi interessa realizzare qualcosa che piaccia solo al pubblico. Certo, se questo accade, ne sono felice, anche perché in questo modo riesco a condividere aspetti soprattutto naturali e storici che spero non si perdano nel tempo.

Qual è l'obiettivo che si pone con i suoi video-racconti?

l mio fine è quello di fissare e rendere meno effimera la bellezza e la cultura che percepisco intorno a me. In particolare, cerco sempre di legare le mie riprese al mondo naturale e ai suoi animali perché credo sia questa la vera essenza di un documentario naturalistico.

 

Per approfondimenti:

Da Raiplay, puntata GEO del 9/11/2023 in cui è stato presentato il documentario in Mandria (ultimi 36')

 

 

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