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Strigolattoni, quando le piante comunicano

Scoperti recentemente, questi ormoni vegetali sono essenziali per la crescita della pianta e nelle interazioni tra la stessa e l'ambiente in cui cresce

  • Claudia Bordese
  • Aprile 2014
  • Mercoledì, 16 Aprile 2014
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Immobili e silenziose, le piante non stimolano il nostro immaginario come gli animali, e tendiamo così a scordare il ruolo fondamentale che hanno svolto nello sviluppo della vita e della biodiversità, grazie al basilare contributo della fotosintesi, fonte primaria dell'ossigeno terrestre.

Basterebbe soffermarsi un attimo sulla loro anzianità di servizio sul pianeta e sulla loro capacità di colonizzare gli ambienti più estremi e remoti, per rendersi conto che la loro immobilità e presupposta inferiorità sono concetti fittizi. Analogo discorso vale per la comunicazione. Il fatto che non riempiano l'aria di grida, canti e vocalizzi, non significa certo che non comunichino tra loro. La fisiologia vegetale ci insegna che le piante hanno a disposizione un fornito arsenale di sostanze chimiche che, diffuse nel terreno, permettono agli individui di comunicare tra loro, di segnalare l'affollamento, di favorire la simbiosi, di inibire la crescita.

E' recente la scoperta di una nuova categoria di ormoni vegetali, gli strigolattoni, essenziali nella crescita della pianta e nelle interazioni tra la stessa e l'ambiente in cui cresce. Circolando nella pianta, questi fito-ormoni impediscono lo sviluppo di eccessive ramificazioni, favorendo in tal modo la concentrazione dei nutrienti nelle parti dedicate allo sviluppo di fiori e di frutti. Inoltre, rilasciati nel terreno dalle radici, gli strigolattoni favoriscono la simbiosi con i funghi micorrizici presenti nel terreno che, crescendo in stretto rapporto con le radici delle piante offrono loro i minerali presenti nel terreno altrimenti inaccessibili, ricevendo in cambio gli zuccheri elaborati dalla pianta.

L'aspetto negativo è dato dal fatto che gli strigolattoni diffusi nel terreno favoriscono anche lo sviluppo di piante parassite che associandosi alle radici sfruttano le sostanze prodotte dalla pianta senza ovviamente dare nulla in cambio. Il problema è particolarmente evidente in alcune colture agricole africane - quali miglio, sorgo, mais - di cui l'uomo ha selezionato piante con poche ramificazioni perché fossero più produttive, ma nel farlo ha probabilmente selezionato piante con maggior produzione di strigolattoni che nei terreni africani portano ad attacchi parassitari che annullano il vantaggio dato dalle maggior simbiosi micorriziche.

E' evidente l'importanza di studi rivolti a comprendere i meccanismi di funzionamento e controllo degli strigolattoni, per poter intervenire modulandone la presenza e la diffusione. A questo è dedicata una recente ricerca del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell'Università di Torino - pubblicata da Journal of Experimental Botany - che per la prima volta ha usato un legume selvatico, Lotus japonicus, come modello di studio degli strigolattoni, ricavando nuove informazioni sugli enzimi che ne regolano la presenza e la diffusione, e che potranno rivelarsi preziose nella pratica agronomica, che si vogliano piante ornamentali più frondose o colture più fruttifere.

 

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