Se vi è capitato di camminare lungo i fiumi della pianura piemontese, o di risalire i sentieri freschi che portano verso i boschi montani, vi sarà certamente successo di incontrare uno degli alberi più eleganti e discreti del nostro territorio. Lo chiamiamo affettuosamente "fratello frassino", riprendendo una confidenza antica che l'uomo ha sempre avuto con questa pianta, compagna di lavoro, di paesaggi e leggende. Anche in ambiente urbano il frassino è stato inserito sia in filari, sia nel verde arborato estensivo.
Oggi, però, questa presenza silenziosa e rassicurante sta vivendo un momento di profonda e inedita fragilità e per questa ragione, la Regione Piemonte mette a disposizione un manuale redatto da un gruppo di ricercatori e tecnici, interamente dedicato al frassino. Perchè dobbiamo imparare a guardarlo da vicino, capire come è fatto, dove ama vivere e come impreziosisce i nostri ecosistemi.
Una minaccia all'orizzonte: lo stato di salute attuale del frassino
Si chiama Hymenoscyphus fraxineus e si sta diffondendo in tutta Europa dagli anni Novanta. In Piemonte è arrivato nel 2016 e si tratta di un fungo patogeno di origine asiatica che penetra attraverso le foglie e colonizza i rami e il tronco, provocando un progressivo disseccamento della chioma. Questa malattia sta compromettendo la stabilità e la sopravvivenza stessa di moltissimi popolamenti piemontesi, già sotto stress per i cambiamenti climatici, con punte di infezione che in alcune aree colpiscono la quasi totalità dei frassini.
Perché un manuale forestale
Davanti a questa emergenza ambientale, la Regione Piemonte ha promosso e finanziato il progetto pluriennale LOSFRAP ("Linee guida Operative e Strategiche per la conservazione del FRAssino in Piemonte"), unendo le competenze scientifiche dell'Università degli Studi di Torino (DISAFA e AGROINNOVA) e l'esperienza tecnica dell'IPLA (Istituto per le Piante da Legno e l'Ambiente).
Da questa sinergia è nato il "Manuale per la gestione del frassino" in cui ci si è concentrati sulla stesura di linee guida per dare risposte pratiche. I forestali, i proprietari dei boschi e i gestori del verde pubblico avevano bisogno di uno strumento concreto per capire come agire di fronte al fenomeno del deperimento e per pianificare gli interventi. Il manuale offre criteri scientifici per valutare sul campo la gravità dei sintomi e prevedere la vulnerabilità dei boschi prima ancora che la malattia si manifesti e per guidare la transizione. Non c'è una soluzione magica, ma esistono buone pratiche di gestione. Ad esempio, per i boschi il manuale indica come favorire la nascita di nuove generazioni di frassini, come selezionare le piante più resistenti o, dove il danno è troppo grave, come guidare la foresta verso l'arricchimento o la sostituzione con altre specie autoctone meno sensibili. Il manuale rappresenta, quindi, un primo strumento per la tutela del territorio e della biodiversità. Ma è anche un modo per approfondire la conoscenza di questa pianta.
Un gigante gentile: come è fatto il frassino maggiore
Il frassino maggiore (Fraxinus excelsior L.) è un albero che sa farsi notare pur senza ricorrere a colori appariscenti. Può superare i 30 metri di altezza, slanciandosi verso l'alto con un tronco dritto e vigoroso che sostiene una chioma leggera. Se provate a osservarlo durante la stagione fredda, noterete subito il suo tratto più distintivo: le grosse gemme nere, disposte a coppie opposte sui rami.
I fiori compaiono ad aprile, ben prima delle foglie. Sono privi di petali, riuniti in ciuffi scuri. Poiché è una specie che può essere monoica o dioica, alcuni alberi ospitano solo fiori maschili (globosi e nerastri), altri solo femminili (allungati e violacei), e altri ancora entrambi i caratteri. Le foglie sono decidue e composte, formate cioè da un asse centrale (il rachide) su cui sono disposte 5-7 coppie di foglioline lanceolate, più una singola fogliolina terminale. In autunno, prima di cadere, le foglie sfumano dolcemente in un verde tenue, senza variazioni significative di colore. I frutti sono le samare, piccoli acheni provvisti di un'ala membranosa allungata che pendono in grappoli. Sono progettate per farsi trasportare lontano dal vento, garantendo una rapida disseminazione. Il legno del frassino, chiaro e rosato, è celebre per essere elastico, resistente, facile da lavorare e tinteggiare: una risorsa preziosa che l'uomo apprezza da secoli per costruire attrezzi, carri, sci e mobili. Le sue fronde per secoli sono servite come frasca da foraggio di soccorso per animali, e sono ancora diffusi vecchi alberi capitozzati lungo le mulattiere e i prato-pascoli montani, alcuni monumentali. Da questi portaseme si sono originati i frassineti che hanno colonizzato i coltivi montani dopo la fine del mondo rurale tradizionale.
Dove vive il frassino: la sua casa in Piemonte
Il frassino maggiore è un albero dotato di una straordinaria plasticità ecologica, capace cioè di adattarsi a condizioni di temperatura e suolo variabili, purché vi sia una sufficiente disponibilità idrica. È una tipica specie pioniera: grazie alla facilità con cui il vento disperde le sue samare, ricolonizza rapidamente i prati e i pascoli abbandonati, i terreni marginali e le aree vicine ai fiumi.
In Piemonte, il frassino è diffuso praticamente ovunque: lo troviamo nei boschi di pianura, lungo i corsi d'acqua e sulle colline, dove affianca o vicaria querce, olmi e ontani scomparsi per malattie e stress o si infiltra in robinieti abbandonati; ma è soprattutto nelle vallate alpine che esprime al meglio la sua presenza, spingendosi fino al limite del piano montano a 1.700 metri di quota (2.000 metri nelle stazioni più calde e soleggiate).
Tuttavia, pur essendo adattabile, il frassino ha i suoi limiti ecologici. Teme infatti il gelo tardivo e la siccità prolungata, mentre tollera la sommersione dell'apparato radicale per periodi fino a 2-3 mesi all'anno.
I boschi di frassino: dinamismo e biodiversità
Nelle foreste piemontesi il frassino forma boschi puri ma può vivere in associazione anche con altre specie. Gli Acero-tiglio-frassineti, categoria forestale che comprende i frassineti, coprono oltre 49.000 ettari (circa il 5% dell'intera superficie forestale regionale).
Questi boschi hanno due grandi "anime": i boschi secondari o di neoformazione (che rappresentano la maggioranza dei frassineti piemontesi; sono boschi dinamici e giovani, nati spontaneamente negli ultimi decenni sui terreni agricoli e sui pascoli montani abbandonati dall'uomo, in stazioni potenziali per faggete e abetine) e i boschi di forra (ambienti primari, situati nei valloni ombrosi e nelle gole ripide. Si tratta di ecosistemi umidi e affascinanti, considerati a livello europeo habitat di prioritario interesse per la conservazione della biodiversità).
Nella prossima tappa della storia scopriremo più nel dettaglio come agisce Hymenoscyphus fraxineus e quali sono i sintomi precoci causati dal temibile fungo sulla pianta, in modo da monitorarli e salvare insieme il nostro "fratello frassino". Continuate a seguirci!
* Il "Manuale per la gestione del frassino" e questa serie di articoli sono redatti a partire dai risultati ottenuti dal progetto LOSFRAP (Linee guida Operative e Strategiche per la conservazione del FRAssino in Piemonte), finanziato dal Settore Foreste della Regione Piemonte e condotto in sinergia dall'Istituto per le Piante da Legno e l'Ambiente (IPLA S.p.A.) e dall'Università degli Studi di Torino (Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari – DISAFA, Centro Interdipartimentale per l'Innovazione in campo Agro-ambientale – AGROINNOVA).
Il gruppo di ricercatori è costituito da Andrea Ebone, Pier Giorgio Terzuolo e Luca Zarantonello (IPLA - Istituto per le Piante da Legno e l'Ambiente)
Guglielmo Lione , Marianna Giraudo e Paolo Gonthier (DISAFA - Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari Università degli Studi di Torino)
Elisa Catalano (Regione Piemonte, Direzione Ambiente, Energia e Territorio, Settore Foreste).
