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Baraval, ovvero il fascino discreto dell'erba

L'erba di un prato, apparentemente banale, costituisce un mondo da scoprire avvicinandosi senza fretta, osservando e tornando negli stessi posti più e più volte, in stagioni e ore differenti. E' il caso della "Coda di Topo " o "Baraval" che qualcuno, superficialmente, chiama semplicemente "erba".

  • Daniele Castellino
  • Settembre 2022
  • Giovedì, 6 Ottobre 2022
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Campo di baraval controluce a Pascaretto (TO) - Foto D.Castellino Campo di baraval controluce a Pascaretto (TO) - Foto D.Castellino

Erba nel XXI secolo: è verde (finché non secca, quest'anno molto presto), è bella da vedere, ma soprattutto nei video, perché quando ci sei in mezzo non è proprio come una moquette, punge, ci sono gli insetti, sporca.

Con queste premesse non è facile accorgersi che ogni specie, anche nell'erba, ha il suo tempo e segue il suo ciclo. Fra le graminacee, uno dei grandi gruppi di specie vegetali che rientrano in quello che chiamiamo "erba", la Setaria Viridis (per usare il nome della classificazione scientifica) è una delle tante. E' diffusissima ovunque, dai giardini agli orti, sui bordi delle strade e nei prati dalla pianura alla prima montagna. Nelle diverse regioni è nota con innumerevoli nomi dati dai nostri nonni, che vivevano a contatto con la terra e la sua vita e avevano bisogno delle parole per definire gli oggetti e le cose di quello che era il loro mondo: "Coda di topo" un po' ovunque, Impiccala o Malerva in Sicilia, Scassaquindici in Campania, Panicastrella, Panichella, Panico salvatico in Toscana, Pabi e simili in Lombardia ed Emilia, Panisso, Panizola, Pavio in Veneto, Baraval nel Piemonte centro occidentale, ma le varianti sono molte di più. Oggi è "erba": sembra strano che si possa dire qualcosa su una presenza cosi comune e quindi, per il comune e distorto metro di misura, trascurabile.

Un'erba dall'elegante architettura

Il "baraval", per usare il nome più diffuso in Piemonte, comincia a farsi notare da agosto in avanti e permane fino al termine dello sviluppo vegetativo che, nei prati di pianura, si protrae ormai fino a inizio inverno e anche oltre. In primavera e inizio estate sono altre le specie che prevalgono nei prati e nei primi due classici tagli del fieno che vengono chiamati, dai mesi di raccolta, "maggengo" e "lugliengo".

Poi la sua presenza diventa evidente e diffusa, tanto da essere preponderante nel fieno "agostano" e nei tagli successivi destinati per lo più all'utilizzo come foraggio fresco.

Le infiorescenze, piccole spighe, salgono a miriadi sostenute con curve eleganti dagli steli, rifrangono la luce del sole, passando con il tempo dal verde tenero al giallo dorato.

Se le guardiamo da vicino possiamo coglierne l'elegante architettura: spighe cilindriche, simili a delicati scovolini dalle forme arrotondate, che con la maturazione portano minuscoli semi rotondeggianti molto piccoli. I semi pesano circa 3-4 milligrammi l'uno, più o meno un decimo di un chicco di grano o un centesimo di quello del mais: ne occorrono più di 250 per fare un grammo! Semi per noi insignificanti che al più, come possiamo leggere su internet, sembrano preoccupare i proprietari degli incauti cani che si avventurano nei prati e ne escono con quei semini attaccati al pelo.

Neanche molto tempo fa (dipende dal metro, naturalmente) anche i semi del "baraval" erano una risorsa per le genti di campagna. Ancora fino alla metà del '900 questi semi, raccolti a mano in genere dai bambini, venivano utilizzati per alimentare i polli nelle corti delle cascine.

Un dono di fine estate

Il "baraval" è naturalmente ancora importante per il foraggio, nella massa dell'anonima "erba". Tuttavia, per chi ha la fortuna di un po' di tempo per sé e possiede la capacità di guardare, questa erba è un dono di fine estate.

Basta percorrere la campagna con occhio attento nelle prime ore del mattino o in quelle della sera, quando il sole è basso sull'orizzonte e crea alternanza di forte illuminazione e di ombra scura. In quelle manciate di minuti, se ci voltiamo a guardare in controluce i prati ed i bordi delle strade, questa umile erba ci sorprenderà rubando la scena a tutto il resto. In qualsiasi angolo potremo scoprire scene che cambiano a seconda di come ci spostiamo e di dove posiamo lo sguardo, immagini che evocano le atmosfere delle rappresentazioni della natura nelle chine giapponesi.

Più avanti, durante l'inverno, quando la brina si forma (sempre più raramente, ormai) sul terreno scricchiolante sotto i nostri piedi, le spighe rimaste a terra ci regalano nuovi momenti di rara bellezza. Le trine di ghiaccio, sempre diverse, sottili e scintillanti al primo sole ne evidenziano i profili prima di fondere rapidamente in miriadi di goccioline, ricordandoci le calde sere della fine dell'estate passata e la primavera che ritornerà.

 

Brina su spiga di baraval - Foto D. Castellino
Prato di baraval in un pioppeto - Foto D. Castellino
Prato di baraval - Foto D. Castellino
Distesa di baraval - Foto D. Castellino

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