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Il Museo Zoologico di Napoli, patrimonio di storia e biodiversità

Nel cuore dell'ateneo partenopeo, il Museo Zoologico rappresenta un tesoro di conoscenza e memoria scientifica, custodendo migliaia di reperti che raccontano oltre due secoli di evoluzione della zoologia e della tassidermia.

  • Roberta Improta
  • Dicembre 2025
  • Martedì, 16 Dicembre 2025
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L'interno del Museo - Foto p.g.c. Museo Zoologico L'interno del Museo - Foto p.g.c. Museo Zoologico

Nato per volontà del Re di Napoli Gioacchino Murat nel 1813, il Museo Zoologico dell'Università di Napoli Federico II ha inglobato nel tempo le collezioni dei Borbone e di molti privati, arricchendosi nel tempo con campioni raccolti in spedizioni scientifiche e acquisti mirati. Dopo i danni subiti durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare a seguito di bombardamenti, occupazioni e trafugamenti vari, il museo ha faticato non poco a recuperare e ricostruire il proprio patrimonio postbellico, e oggi si presenta al pubblico con due grandi saloni espositivi, con una superficie di oltre 900 metri quadrati, a seguito di realizzazione effettuata nel 1901. Fra le numerose collezioni, è particolarmente rilevante quella dei Vertebrati, costituita da più di 1000 esemplari "in pelle", soprattutto Uccelli e Mammiferi.

Reperti straordinari e storie affascinanti

Numerose sono le specie rare o addirittura estinte, come il wallaby dalla coda unghiuta lunato, il piccione di Norfolk, una coppia di possibili leone del Capo mummificati, di fatto una testimonianza unica in Europa di una sottospecie oggi estinta. Un esemplare di ippopotamo acquistato nel 1862, con la sua postura innaturale, testimonia inoltre gli albori della tassidermia in Italia. È presente anche uno dei due esemplari di scheletro completo di dugongo esistenti in Italia. Particolare ed importante reperto faunistico è poi il cosiddetto "gufo di Capodimonte", un esemplare di gufo reale catturato a Capodimonte nel 1911, unica segnalazione storica della presenza della specie in un parco urbano di Napoli.

Reperti unici nella loro singolarità

Acquisito nel 1819 dal Real Museo Borbonico, lo scheletro del cosiddetto "Elefante di Portici" è di un giovane maschio di elefante indiano, ottenuto nel 1742 da Carlo III di Borbone dal sultano ottomano Maometto I. Questo animale rappresentava all'epoca una straordinaria attrazione pubblica, utilizzato anche nelle parate ufficiali e persino sulla scena del Teatro San Carlo nell'opera "Alessandro delle Indie". La sua presenza attirava alla Reggia di Portici migliaia di visitatori, che erano soliti pagare una mancia alla guardia che lo custodiva per poterlo ammirare. Morì nel 1756, probabilmente per una cattiva alimentazione, e la sua scomparsa segnò la fine dei privilegi di cui godeva il caporale cui l'animale era affidato, dando origine al detto popolare napoletano "Caporà, è mmuort' l'alifante!" (trad.: "Caporale, è morto l'elefante!") ad indicare la fine di una situazione favorevole, un'occasione sfumata.

Lo scheletro di un giovane esemplare femmina di Balena franca boreale, nota come "Balena di Taranto", rappresenta l'unico esemplare musealizzato esistente di questa specie con provenienza mediterranea. Entrata accidentalmente nel Mar Grande di Taranto nel febbraio 1877, è stata la prima balena della specie mai comparsa nel Mediterraneo. Considerata un mostro marino, fu inseguita e attaccata da oltre 30 barche, colpita da centinaia di colpi di fucile, rivoltella e candelotti di dinamite. Si arenò agonizzante e morì lo stesso giorno. Dopo essere stata esposta per parecchi giorni in un baraccone, il suo grasso fornì ben 3.521 kg di "olio di pesce". Successivamente, i visceri e lo scheletro furono acquisiti dall'Università di Napoli e, nel 1950, trasferiti al museo, costituendo un'importante testimonianza storica della biodiversità mediterranea.

Testimonianze di un passato remoto

Nel 1884 fu acquistato l'esemplare di Foca monaca nota come "Foca di Posillipo", catturato nel Golfo di Napoli in quell'anno. Questa è la sola testimonianza concreta della presenza storica della specie nel Golfo di Napoli ed in Campania. La sua presenza, citata anche da antichi autori romani e greci, scomparve definitivamente con l'uccisione dell'ultimo esemplare a Capri nel 1910.

Un esemplare di granchio gigante del Giappone, il più grande artropode vivente e una delle specie viventi più antiche ("fossile vivente", con oltre 100 ma), è noto come "Granchio dell'Imperatore", poiché probabilmente donato dall'Imperatore del Giappone Hirohito in occasione del suo viaggio a Napoli il 17 luglio del 1921. Questo esemplare unisce scienza e storia in un simbolo di scambi culturali e scientifici tra Oriente e Occidente.

Infine, tre collezioni scientifiche di grande rilievo custodiscono un patrimonio naturalistico storico, nonostante le perdite subite durante la guerra. La "Collezione Entomologica Achille Costa", tra le più vaste d'Italia, conta oltre 30.000 esemplari di insetti provenienti da tutto il mondo e rappresenta un archivio unico, anche per i tipi di specie da lui descritte. La "Collezione Elmintologica Centrale Italiana", originatasi nel 1912 dall'unione di svariate donazioni di eminenti elmintologi, raccoglie circa 2.000 preparati di elminti parassiti di uomo e vertebrati. Infine, la Collezione Malacologica Mediterranea, costituita tra il 1900 e il 1928, offre un'ampia panoramica di molluschi e conchiglie del Bacino Mediterraneo.

Le foto di questo articolo sono gentilmente concesse dal Museo Zoologico dell'Università di Napoli Federico II.

Gli articoli "I Musei delle Meraviglie" sono curati da Sabrina Lo Brutto, Università degli Studi di Palermo e National Biodiversity Future Center; Vittorio Ferrero, Università degli Studi di Torino; Franco Andreone, Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.

 

La Balena di Taranto
L'Elefante di Portici ed il Dugongo
La Foca di Posillipo
Il Gufo reale di Capodimonte
L'ippopotamo
La coppia di Leoni del Capo
Il Salone Minore del Museo Zoologico di Napoli

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