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Ecocidio, un passo decisivo per la giustizia ambientale

Il reato di ecocidio entra a far parte del diritto comunitario. Lo prevede la direttiva sul "Ripristino della Natura" approvata lo scorso febbraio dal Parlamento europeo, in un'azione concordata con il Consiglio, che configura un passo storico per la tutela dell'ambiente nel vecchio continente.

  • Pasquale De Vita
  • Giugno 2024
  • Mercoledì, 18 Settembre 2024
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Cos'è l'ecocidio?

Il termine ecocidio fu coniato dal biologo Arthur Galston in occasione della Conferenza congressuale sulla guerra e sulla responsabilità nazionale del 1970, riferendosi alle devastazioni causate dall'Agente Orange nei territori di Vietnam e Cambogia.

La Direttiva sul "Ripristino della Natura"

La Direttiva, adottata il 27 febbraio 2024, rappresenta un momento cruciale per la giustizia ambientale nell'Unione Europea. Oltre a nuove misure e sanzioni per contrastare la criminalità ambientale, la norma introduce i "reati qualificati", ovvero violazioni che conducono alla distruzione di un ecosistema. La criminalità ambientale è la quarta attività criminale al mondo e una delle principali fonti di reddito per il crimine organizzato, insieme al traffico di droga e armi e alla tratta di esseri umani.

La direttiva ricomprende sotto la dicitura "ecocidio" reati e violazioni che possono causare la morte o gravi conseguenze per la salute o ingenti danni alla qualità dell'aria, del suolo, delle acque e delle specie viventi.

Nuovi reati e sanzioni

La norma ha ampliato l'elenco dei reati ambientali, includendo il commercio illegale di legname e l'esaurimento delle risorse idriche. Questi nuovi reati qualificati portano alla distruzione dell'ambiente naturale e sono paragonabili all'ecocidio. Ad esempio, gli incendi boschivi su vasta scala o l'inquinamento diffuso di aria, acqua e suolo rientrano in questa categoria. Ci sono anche, fra gli altri, il riciclaggio delle navi e i relativi scarichi di sostanze inquinanti, l'immissione sul mercato di legname proveniente da deforestazione illegale e le azioni che provochino il deterioramento di un habitat all'interno di un sito protetto.

Le sanzioni sono ora più severe. I reati ambientali commessi da individui e da rappresentanti aziendali saranno soggetti a pene detentive. Le massime condanne potranno arrivare fino a 8 anni per i reati più gravi o 10 anni nel caso il reato comporti la perdita di vite umane, e 5 anni per gli altri casi.

Per le imprese, l'entità delle sanzioni sarà determinata dalla natura del reato. Potrà oscillare tra il 3% e il 5% del fatturato annuo globale o tra 24 e 40 milioni di euro. Gli Stati membri avranno la facoltà di perseguire legalmente i reati ambientali commessi al di fuori del loro territorio.

La formazione e la raccolta dei dati

La Direttiva non si limita alle sanzioni, ma prevede anche misure di prevenzione e formazione. Durante i negoziati, i deputati hanno insistito sull'introduzione di sostegno e assistenza nel contesto dei procedimenti penali per gli informatori (whistleblowers) che denunciano reati ambientali. Inoltre, gli Stati membri dovranno organizzare corsi di formazione specializzati per forze dell'ordine, giudici e pubblici ministeri, redigere strategie nazionali e organizzare campagne di sensibilizzazione contro la criminalità ambientale.

La raccolta di dati sui reati ambientali sarà fondamentale per affrontare meglio la questione e aiutare la Commissione a mantenere regolarmente aggiornato l'elenco dei reati.

Il relatore per il Parlamento europeo, Antonius Manders (PPE, NL), ha dichiarato: "È giunto il momento che la lotta alla criminalità transfrontaliera assuma una dimensione europea, con sanzioni armonizzate e dissuasive che impediscano nuovi reati ambientali. Con questo accordo, chi inquina paga. Ma non solo: è anche un enorme passo avanti nella giusta direzione. Qualsiasi dirigente d'impresa responsabile di provocare inquinamento, infatti, potrà essere chiamato a rispondere delle sue azioni, al pari dell'impresa. Con l'introduzione del dovere di diligenza, poi, non ci sarà modo di nascondersi dietro a permessi o espedienti legislativi."

I prossimi passi

La Direttiva obbliga gli Stati membri ad adeguare la propria legislazione nell'arco di due anni, ma non tutte le decisioni in essa contenute costituiscono degli obblighi per gli Stati. In Italia le principali preoccupazioni sono state sollevate in particolare dalle aziende agricole, che potrebbero trovarsi in difficoltà nell'interpretazione di alcune norme.

 

Per approfondimenti:

Sito Parlamento europeo 

Sito Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica

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