Verso la fine del I secolo a.C. viene fondata dai Romani, nella media valle del Tanaro, Augusta Bagiennorum, una città di circa 21 ettari. Il territorio è quello delle genti liguri dei Bagienni che si sta popolando di colonie, in quella fase storica avamposti strategici in terre ostili. Con l'avvio del principato augusteo – Ottaviano assume l'epiteto di Augusto nel 27 a.C. – la città acquista caratteri monumentali grazie alla costruzione di edifici simbolo tratti dalla città modello, Roma: il foro e la sua grande piazza, cuore dell'abitato, i templi, la basilica civile, il teatro, le terme e l'anfiteatro.
Augusta Bagiennorum, il suo nome è precisato nella Tabula Peutingeriana, copia medievale di una carta delle vie stradali romane, è racchiusa da una palizzata preceduta da un fossato e presidiata, agli angoli, da torri di controllo. La città non ha bisogno di vere e proprie mura, sorge in un luogo tranquillo e ben collegato. In un giorno o due si arriva a Pedona (oggi Borgo San Dalmazzo), una cittadina commerciale di un certo di peso e in due o tre al mare. Augusta dal canto suo è un nodo di distribuzione, dedicata alla sosta e allo scambio. L'assenza di mura è anche un messaggio politico, quelli sono gli anni della pace augustea – in realtà una pace garantita dalla guerra – la pace si deve vedere. Le direttrici viarie sono il cardo e il decumano. Ha porte di accesso a sud e a nord, mentre la parte orientale è protetta naturalmente dal torrente Mondalavia.
Il 18 giugno 901 è un giorno importantissimo, quello in cui l'imperatore Ludovico III di Provenza dona Bene a Eilulphus, vescovo di Asti. Questo è il primo documento scritto che riguarda la città, un diploma che ci segnala che quella di Bene era una curtis, cioè una grande azienda in possesso di terreni agricoli. Ludovico scrive "ti regalo questa corte cum aquaeductus", da questo si sa che l'acquedotto romano era ancora in funzione agli inizi del X secolo. Il documento menziona la Pieve di S. Maria e nomina un castrum di cui non c'è traccia nel sito romano. La sola struttura fortificata della zona, indicata già in documenti trecenteschi, è a Bene Vagienna, a due chilometri in linea d'aria. Dunque, probabilmente, durante il Medioevo l'abitato si sdoppia. Gli agricoltori restano nel luogo dove hanno sempre vissuto ed è lì che battezzano i loro figli e seppelliscono i loro morti: sono state trovate sepolture davanti alla pieve e il tempio maggiore, il Capitolium – per inciso restaurato nel 2019– queste ultime databili tra IX e XIII secolo. Medievale è anche la chiesa campestre di San Pietro, costruita sulla via che porta al nuovo insediamento. La Bene antica fornisce prodotti agricoli al castello e quest'ultimo garantisce protezione al villaggio agricolo, quelli sono gli anni delle incursioni ungare che si spostano nelle campagne piemontesi.
La storia aurea di Augusta Bagiennorum finisce tra III e IV secolo d.C. Ed è esattamente così se ci si riferisce alla sua anima di città romana. Il tempo plasma la sua identità, scalfisce i suoi palazzi, corrode i suoi manufatti, scombina la sua immagine. Il suo nucleo però rimane in vita, semplicemente, muta. Il piccolo tempio collocato di fronte al teatro è un esempio di quella trasformazione: all'inizio del IV secolo arriva in Piemonte dalle aree orientali quella religione i cui seguaci "mangiano" il loro Dio e così diventa una chiesa. Tra il VII e l'VIII secolo, in piena età longobarda, l'edificio, la Pieve di S. Maria, viene ingrandito e dotato di fonte battesimale, segno preciso di una comunità con disponibilità economiche e in crescita.
Storia di una bottega
La metamorfosi di Augusta è stata studiata approfonditamente a partire dal 2024 con lo scavo della prima della lunga fila di botteghe che si affacciavano sulla piazza del foro, lungo il suo lato meridionale. Questa è la loro storia che ridà colore a quelle sagome.
Al termine dell'età romana, la taberna crolla: mancano l'interesse e la possibilità economica di mantenere in piedi quei muri. Il primo a cadere è il tetto, cedono anzitutto le travi che lo sorreggono, spesso gli intonaci delle murature si staccano o scivolano a terra e a seguire i muri collassano. Costruite con un muro di fondo unico, continuo, a cui si appoggiavano i muri divisori che le separavano, le botteghe avevano aperture sul retro, di servizio, e sulla piazza del foro. Quello era l'accesso principale che immetteva in un unico lungo porticato, sui brandelli di muro che erano posti al suo riparo sono stati trovati frammenti di intonaco dipinto di rosso pompeiano, proprio lo stesso rosso di Pompei.
Della bottega romana restano tracce di pavimentazione, rivestimenti fatti di ciottoli e laterizi legati da malta, tecnicamente detti a cocciopesto oppure, in altri casi, frammenti di mosaico. Qua e là sono spuntati dalla terra dei "doni" come una pedina da gioco verde acqua, perline usate per decorare capi di abbigliamento, pigmenti blu egizio e ocra usati per decorare manufatti e pure un fallo votivo integro, utilissimo per proteggere il proprietario della bottega dalle maledizioni di eventuali clienti insoddisfatti. Ci sono anche resti di organismi, coralli e una spugna (fossile) e grandi quantità di Glymeris glycimeris, molluschi bivalvi commestibili che ancora oggi sono distribuiti in tutto il Mediterraneo. Non si conosce il loro utilizzo, tra l'altro nessun guscio risulta lavorato, si sa però che non sono fossili perché conservano tracce della colorazione naturale.
A un certo punto nella bottega succede qualcosa, ci sono segni di picconate, sia nell'intonaco che nel pavimento e si passa a un battuto in terra molto semplice, addirittura facile da pulire. In quello strato di terra tre buche di palo allineate e dei carboni sparsi, traccia di un soppalco (forse destinato a conservare materiali) che a un certo punto brucia. L'ipotesi di utilizzo come magazzino è sostenuta dalla terra analizzata in cui sono stati trovati pollini e semi talmente vari da far supporre lo stoccaggio di vegetali destinati alla vendita. Non mancano pollini principalmente di quercia e di faggio, provenienti da boschi che evidentemente crescevano nei dintorni dell'abitato, ma anche di viti e di grano, coltivazioni che connotano il paesaggio agrario del Nord Italia a partire dagli ultimi secoli dell'epoca romana.
La scorsa estate è stata asportata la cotica superficiale di una quarantina di metri lineari di terreno e il risultato dei lavori riporta una situazione ancora un poco diversa. La bottega presa in esame presenta grandi buche in cui furono letteralmente gettati materiali da costruzione come sezioni di pavimento a cocciopesto, pietre e tegole. Da tener presente che il foro si trovava a un livello inferiore rispetto a quello delle tabernae, così nelle vite successive dell'abitato i contadini, in cerca di terreno coltivabile, scavarono quelle fosse e ci buttarono dentro tutto quello che sporgeva, insieme a frammenti di vasellame, ossa e denti di animali. Tante parti di muro o di pavimento della città romana sono state probabilmente depositate anche nell'area del Capitolium, ancora oggi detto "bricas", ossia cumulaccio di pietre. I materiali da costruzione risultano tutti di provenienza locale. Una località dei dintorni conserva il toponimo "terre ruse", terre rosse, quindi verosimilmente l'argilla veniva da lì. Anche il gesso era prelevato in zona, nelle vicinanze del torrente Mondalavia c'era una cava, peraltro utilizzata fino agli anni Sessanta del '900. Altre fosse sono state rilevate in corrispondenza della soglia della nostra bottega, quelle cavità lasciate da robuste radici di alberi tracciano altre dimensioni temporali del luogo.
Il progetto Metamorfosi: una sinergia istituzionale perfetta
Il senso del susseguirsi delle molte vite della città è stato portato alla luce negli ultimi anni. Le ricerche precedenti si erano attestate sull'indagine delle pertinenze romane ma documenti medievali e strutture più tarde dimostrano l'uso dell'agglomerato urbano in età molto avanzata. Così è iniziata la campagna di scavo dedicata alla metamorfosi di Augusta Bagiennorum. I ricercatori sono partiti dal rilievo con il georadar che ha permesso di individuare nel sottosuolo l'ubicazione delle tabernae, e a seguire si è fatta l'asportazione dello strato più superficiale del terreno con un mezzo meccanico, il rilievo georeferenziato con l'ausilio di droni e livello ottico, l'intervento manuale con pale, picconi, carriole, setacci, secchi, pennelli, palette e altri strumenti via via più delicati a seconda dell'opportunità. Il tutto non senza difficoltà: a fine Ottocento due studiosi locali con competenze specifiche, Giuseppe Assandria e Giovanni Vacchetta, intrapresero i primi scavi salariando i contadini proprietari dei terreni e utilizzandoli come operai. Alla fine dello scavo i vuoti venivano riempiti con il materiale estratto in precedenza, così si è dovuto procedere con particolare attenzione per non scavare su quanto già scavato da loro.
Il progetto, elaborato dal Dipartimento di Studi Storici (Università degli Studi di Torino) e dalla Direzione regionale Musei nazionali del Piemonte, in collaborazione con il Comune di Bene Vagienna e il Centro di Conservazione e Restauro 'La Venaria Reale'', è stato coordinato da Paolo de Vingo e Sofia Uggé e da Giacomo Rosso, responsabile del cantiere di scavo. Vi hanno preso parte 64 studenti della Laurea Triennale in Beni Culturali, della Laurea Magistrale in Archeologia e Storia antica e della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici 'Giorgio Gullini', che si sono alternati sul cantiere per oltre quattro mesi di attività consecutiva.
Il "vestito" più recente di Augusta Bagiennorum è la Riserva Naturale di Bene Vagienna, istituita dalla Regione Piemonte nel 1993 e oggi parte delle Aree protette delle Alpi Marittime; ancora una volta boschi e campi coltivati insieme a rondini, gruccioni, qualche ragno opilionide, carabi, rospi smeraldini, graziosamente trasferiti ogni mattina, un po' più in là, a margine degli scavi, e a tutti gli esseri silenziosi o vocianti che contribuiscono a costruire la Storia della Terra. Una femmina di pigliamosche ha fatto il nido in un anfratto del Capitolium.
* Si ringrazia RRS-Direzione regionale Musei nazionali Piemonte e all'Università di Torino (Dipartimento di Studi Storici) per l'autorizzazione alla realizzazione e all'utilizzo delle immagini dell'area archeologica e degli scavi.
Per approfondimenti:
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