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L'avventura di un uomo libero

Criticato dagli inglesi per il suo anti-imperialismo e dagli indiani per il sarcasmo sulla loro religione, Salgari fu davvero un romanziere scomodo.

  • Carlo Grande
  • Aprile 2011
  • Mercoledì, 27 Aprile 2011
  • Stampa

Uomini, animali, eroi, terre lontane: se è vero, come dice la Yourcenar, che ogni storia è rappresentata da piccole isole nell'oceano del dicibile, i libri di Salgàri (anzi, Salgàri, stante che il nome deriva da un termine che in veneto significa "salice"), disegnano un arcipelago vastissimo, che non si può contrarre in pochi temi come il razzismo dell'autore, il suo stile o il suo anti-imperialismo.
Ne è convinta Eloisa Del Giudice, giovane studiosa e traduttrice alla Sorbona, che sta trasponendo in francese La bohème italiana, romanzo salgariano piuttosto raro (edito in Italia da Lubrina), il solo, nella stermi­nata produzione dello scrittore, non legato all'esotismo. Si tratta di un libro autobiografico, nel quale sono rievocati i giorni lontani e spensierati della giovinezza, quando insieme a un gruppo di artisti e letterati bohémien l'autore andò in campagna a fondare una colonia artistica, la "Topaia". Alcuni artisti scapigliati passavano il tempo a ordire scherzi, apparizioni di spettri per evitare di pagare la pigione, a scolarsi fiumi di barbera e grappini, tra feste chiassose e "sconcerti" assordanti.
"Salgari è uno scrittore all'avanguardia - spiega Eloisa Del Giudice - poco diffuso nel mondo anglosassone perché anti-imperialista. Ebbe grande successo nel mondo ispanofono: molti adulti lo conoscono e lo amano, sono gli stessi che ora cercano per i loro figli su Amazon la traduzione in inglese delle Tigri di Mompracem, uscita negli Stati Uniti solo nel 2003. Nel Regno Unito Salgàri non è mai stato tradotto, men che meno in una lingua indiana; e lo è poco anche in Francia. È più viva la tradizione di Jules Verne e dei suoi libri d'avventura. Salgàri, mentre l'impero britannico era nella sua massima espansione, parlava troppo di indigeni, inoltre la patria per lui era qualcosa che si sceglie. La principessa che sposa Sandokan dice: "Mompracem è la nostra patria". Gli inglesi storcevano il naso perché al centro del racconto non c'era un maschio caucasico ma un principe locale e popolazioni indigene, i "Tigrotti della Malesia". A proposito di tigrotti: gli animali sono una colonna portante della narrativa di Salgàri, dal punto di vista sia lessicale che dell'intreccio. Gli studiosi hanno sottolineato ad esempio i molti "suoni" del regno animale riferiti agli uomini: certuni sbuffano come foche, altri tuonano come muggiti di cammello, o urlano come coguari, fremono come orsi.
E le spade "sibilano come serpenti".
Di più: i personaggi salgariani, scrive Michele Mari in I demoni e la pasta sfoglia (Cavallo di ferro), costituiscono essi stessi una famiglia ferina: spesso sono crudeli come fiere, anzi, in fondo sono bestie tout court: Sandokan è una tigre, Tremal-­Naik un serpente... Sono spietati, dice Mari, come gli eroi dei western, nei quali "essere "buono" significa solo avere una preventiva ragione (perlopiù un torto da vendicare) dopodiché si può, anzi si deve essere sanguinari come i "cattivi"".
L'esuberanza semantica, lessicale e narrativa di Salgàri - che lo rende un colorato, sensuale, caotico e musicale anticipatore di "Bollywood" - gli attira molte critiche: i malesi "con le teste di scimmia" verranno emendati nella traduzione inglese del 2003, una tendenza alla "disinfettazione" della narrativa purtroppo molto attuale come è avvenuto per Mark Twain, nella traduzione del quale, ha recentemente segnalato il NY Times, si è abolito il termine "nigger", "negro", che aveva perfetta motivazione in quel periodo. Sarebbe stata una buona occasione per spiegare la temperie razzista dell'epoca, contro cui lo stesso scrittore lottava. In realtà Salgàri era una persona libera: come capita spesso venne bastonato da destra e da sinistra, dagli inglesi perché li definiva sfruttatori, dagli indiani perché non risparmiava loro, in modo particolare con i dialoghi tra Sandokan e Tremal-Naik, frecciate sarcastiche a proposito di religione. Sono "creduloni", dice, per i loro infantili sacrifici (come quelli delle capre in onore di Kalì). Sandokan e Tremal-Naik sorridono della visione della fine del mondo che hanno gli indù: Vishnù che scende sulla terra su un cavallo bianco, e impugnando una spada fiammeggiante stermina tutti gli uomini empi e purifica la terra da ogni male. Concetti non molto diversi da quelli dell'Apocalisse di Giovanni.
Sarebbe criticato anche dagli ambientalisti, oggi: sono frequentissime le scene di caccia in cui gli animali vengono dipinti come ferocissimi e sempre pronti ad attaccare l'uomo. Il rinoceronte è dotato di forza bruta ed è senza cervello: merita, come la tigre, di essere sterminato. Ma le simpatie di Salgàri, in genere, vanno ai più deboli. Dalle sue righe traspaiono l'ammirazione e l'appoggio morale alla lotta dei ribelli indiani contro gli inglesi. Esalta il coraggio dei rivoltosi indiani, simbolo dell'anti-colonialismo, combattenti per la libertà. Insomma, si può essere grandi artisti benché un po' politicamente scorretti: "Salgàri - ribadisce Eloisa Del Giudice - resta un autore fondante per l'educazione dei bambini: non rappresenta un genere minore, ma il puro piacere per l'avventura, essenziale anche nella vita adulta. Salgari è l'artista dell'inverosimile, con le sue avventure impensabili ci abitua a non avere limiti mentali. Se Verne è un orefice, una mente esatta, Salgàri è un grande disinibitore, è uno straordinario esaltatore della creatività". Pericoloso, dunque, pericolosissimo, allora come oggi, per il potere costituito.

Carlo Grande

Torinese, è scrittore, sceneggiatore e giornalista de La Stampa. Già direttore responsabile della rivista di Italia Nostra, ha scritto numerosi romanzi.

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