Se vi capita di organizzare una gita nel Parco naturale delle Alpi Marittime e passate per il Comune di Valdieri, dedicate qualche minuto per visitare la Chiesa di San Martino Vescovo. Le parrocchiali dei nostri paesi sono scrigni di inattesi tesori. Ci regalano sorprese e ci stupiscono sempre, anche solo per qualche piccolo dettaglio nascosto.
Quando entrate indugiate un momento all'ingresso dopo la bussola di legno antico, preparatevi spiritualmente ad accedere in un luogo sacro, abituate gli occhi alla penombra e poi incominciate la vostra ricerca.
Dentro la Chiesa di San Martino Vescovo
La facciata di San Martino Vescovo appare semplice nelle sue rigorose forme neoclassiche come il resto della costruzione esterna e interna. Fu rifatta completamente fra il 1789 e il 1796 su disegno di un certo architetto Ignazio Gavuzzi, che fu ingegnere topografo impiegato nell'ufficio degli Ingegneri e topografi e, infine, segretario della Commissione Amministratrice degli ospedali sotto il governo napoleonico. Forse la sobrietà del suo progetto si spiega con la sua professione principale.
Una volta entrati, passeggiando nella navata, l'occhio scorre su alcuni altari di fine Settecento, decorati da marmi policromi fra cui ovviamente la pietra di Valdieri. Nelle vicinanze di questo paese fiorirono, infatti, alcune cave molto utilizzate nei cantieri del Settecento e dell'Ottocento. Architettura e decorazioni appaiono ordinarie e non sembrano promettere particolari sorprese. Ma ecco che nell'ultima cappella a destra, denominata dell'Addolorata, incastonato in una cornice di un marmo giallo, forse di Frabosa, appare all'improvviso qualcosa di eccezionale: un bassorilievo in marmo bianco che rappresenta 'La Pietà'.
La Pietà a Valdieri
La composizione della Madonna con il Cristo morto in grembo proviene dall'arte tedesca ed è denominata Vesperbild, immagine del vespro. Il termine è legato al momento del vespro (sera) e alla meditazione sulla morte di Cristo in attesa della resurrezione. Questa immagine devozionale si diffuse anche in Italia, ove viene chiamata Pietà, trovando nella pittura la sua forma di espressione più comune.
Quì il Cristo è appoggiato alla Madonna con le braccia ancora aperte nel gesto della croce. Il capo serenamente inclinato e appoggiato sulla spalla sinistra volge verso il basso mentre il volto della Madre è rivolto verso l'alto: entrambi sono sereni. Il dramma della crocifissione sembra passato. Ora si legge la pace e già la speranza della Resurrezione. I corpi eleganti si fondono, in un gioco di membra e di panneggi, in un'unica entità. Solo la nudità del Cristo e l'abito della Vergine distinguono il figlio dalla Madre. Il sudario raccoglie ed esalta la bellezza di un corpo che sembra aver dimenticato il martirio. Le braccia si sovrappongono in un abbraccio delicatissimo. Le due figure si appoggiano su una roccia appena abbozzata (il monte calvario con il teschio di Adamo e la corona di spine alle pendici), sullo sfondo alcune nuvole emergono da una superficie liscia e vuota.
L'opera dei Fratelli Collino
Ci troviamo di fronte ad un capolavoro. Ne abbiamo subito conferma leggendo la didascalia accanto all'altare: l'opera è dei fratelli Ignazio e Filippo Collino. Essi furono fra i massimi protagonisti della scultura neoclassica in Piemonte e in Italia. Ignazio fu allievo di Claudio Francesco Beaumont e di Francesco Ladatte (1706–1787), scultore di corte in Torino dal 1745. Con il fratello minore Filippo (Torino, circa 1737 – Torino, 2 agosto 1800) Ignazio studiò a Roma le sculture antiche, rinascimentali e barocche. Nel 1767 vennero nominati direttori dello Studio regio di scultura. Le loro opere si possono ammirare nei luoghi più emblematici di Torino e del Regno Sabaudo (ma lavorarono anche fuori dal Piemonte a Venezia, Bologna e Novara). Ad esempio nella c.d. Galleria del Beaumont (oggi Armeria reale) in Palazzo reale a Torino, nella cattedrale di Saint-Jean-de-Maurienne, nel Mausoleo di Carlo Emanuele III di Savoia nella cripta reale della Basilica di Superga.
L'esperienza romana dei Collino traspare in questo bassorilievo nelle forme classiche che ricordano la lezione di Michelangelo e di Bernini.
Riferimenti artistici
Certamente il riferimento più diretto di questa opera può essere trovato nella Pietà del celebre scultore Ladatte, conservata presso la Galleria Sabauda. I Collino però, a differenza del grande artista rococò, scelgono di ridurre all'essenziale le immagini e i movimenti. La folla degli angeli viene eliminata e la scena è focalizzata solo sul corpo del Cristo e il volto della Madonna. Dall'esplosione del movimento del tardo barocco si transita all'immobilità apollinea di derivazione classica. Non più panneggi che si librano in volo gonfi di vento, e nemmeno figure che si muovono nello spazio di luce ma la languida pacatezza dei corpi immobili accarezzati dalla luce radente. In questo, ben si presta la tecnica del bassorilievo che, specialmente in questo caso, predilige la composizione quasi bidimensionale evitando la profondità.
La pietra utilizzata è il marmo bianco probabilmente proprio quella di Pont in Valle Soana le cui cave furono aperte per merito dei due scultori allo scopo di sostituire il marmo di Carrara molto più costoso.
Le aree protette ci ricordano che la natura e l'uomo, insieme, regalano esperienze di bellezza.
