In Italia, come in tutti i Paesi industrializzati, la crescita economica degli anni Sessanta aveva portato un tenore di vita più alto che in passato, urbanizzazione, scolarizzazione, nuove e più estese domande di democrazia e di beni immateriali. Era una società che cambiava velocemente, imparava a reclamare diritti vecchi e nuovi e ad apprezzare la natura - sia quella cittadina che quella 'selvaggia' - in modo nuovo e più intenso che in passato. I movimenti per i diritti civili e quelli legati al mondo del lavoro erano velocemente fioriti, avviando una fase di intensa partecipazione popolare alla vita politica e culturale che toccava tutti i temi. Guardando oggi a quel momento storico viene naturale pensare che la veloce affermazione dell'ambientalismo, anche nelle sue componenti meno politicizzate, sia stata intimamente legata al ciclo di mobilitazioni di massa che si è dispiegato un po' ovunque tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta e in Italia ha avuto la sua fase culminante tra il 1968 dei movimenti studenteschi e il 1978 del referendum sull'aborto, anche se il momento più alto dell'ambientalismo italiano sono stati i successivi anni Ottanta.
Gli anni '70 e l'ambientalismo
In questo quadro così mosso, l'Italia rispose in modo pronto alle sollecitazioni provenienti dai Paesi in cui la spinta ambientale si era manifestata più precocemente. Il 1970, in particolare, fu l'anno in cui l'"ecologia" divenne improvvisamente uno degli argomenti più popolari e dibattuti anche grazie all'influsso del primo Earth Day americano e dell'Anno europeo per la conservazione della natura. I libri sull'argomento si moltiplicarono ed ebbero notevole successo; il turismo naturalistico attirò sempre più persone, soprattutto giovani; politici, studiosi e istituzioni si impegnarono in convegni, ricerche, proposte, creazione di uffici. Il tema delle aree protette beneficiò di tutti questi influssi cosicché le proposte che pochi anni prima erano state avanzate da piccoli gruppi con poche speranze effettive di realizzazione divennero decine, avanzate da soggetti di ogni sorta e in primo luogo ovviamente dall'associazionismo ambientalista, che sperimentava un'intensa crescita in soci, in visibilità, in incisività e in ascolto da parte delle istituzioni e del mondo politico.
Regioni a statuto ordinario e aree naturali protette
Questa ondata si incrociò e in parte si mescolò con quella proveniente dalle nuove regioni a statuto ordinario, nate anch'esse nel 1970. La promessa del decentramento amministrativo era contenuta nella Costituzione sin dal 1948, ma si era realizzata solo nella parte riguardante le cinque regioni autonome a causa di forti resistenze centralistiche. Alla fine degli anni Sessanta tuttavia quella promessa fu adempiuta e le quindici regioni "ordinarie" vennero istituite, elessero i loro consigli e iniziarono ad operare in un clima di entusiasmo, alcune con maggiore capacità di affrontare i compiti via via più ampi che venivano loro ceduti dallo Stato centrale e con maggiore inventiva, altre meno. Per le aree protette italiane si trattò in ogni caso di una svolta: se in quegli stessi anni in Parlamento i progetti di legge quadro si accumulavano, si contrapponevano e finivano regolarmente col decadere per fine legislatura, alcune regioni presero decisamente l'iniziativa e iniziarono a progettare e istituire parchi e sistemi di parchi. Alla testa di questo movimento si posero Piemonte e Lombardia, la prima istituendo numerose aree protette di dimensioni medie e piccole ma ben coordinate tra loro, la seconda con un piano discusso con le popolazioni locali che comprendeva anche alcune riserve di grandi dimensioni. L'istituzione, nel 1974, del Parco regionale del Ticino segnò la nascita del primo parco regionale italiano, della prima area protetta al tempo stesso di grandi dimensioni (83.000 ettari) e realmente degna di questo nome dopo il Parco nazionale dello Stelvio e un inedito esempio di area protetta nata grazie a una spinta popolare e a un costante dialogo tra istituzione e territori. Anche se solo poche altre amministrazioni regionali oltre a Piemonte e Lombardia si sforzarono di immaginare politiche realmente organiche e di applicarle concretamente, tra il 1974 - anno della legge lombarda - e il 1991 - anno della legge quadro - dodici Regioni ordinarie su quindici approvarono delle leggi ad hoc e ancora più impressionanti furono i risultati in termini di aree protette istituite. Tredici dei ventuno istituti regionali crearono in questo periodo ben 86 parchi su una superficie di oltre 1.200.000 ettari. Per comprendere cosa abbia significato tutto questo basti pensare che i cinque parchi nazionali storici istituiti tra il 1922 e il 1968 si estendevano su poco più di 273.000 ettari e che le 128 riserve naturali statali del Corpo forestale dello Stato create dal 1959 al 1991 coprivano appena 89.000 ettari.
Il dibattito fra centralismo e decentramento
Il desiderio delle regioni di vedersi trasferite quante più competenze possibile e la convinzione nella superiore democraticità ed efficienza delle amministrazioni locali rispetto ai ministeri nutrita all'epoca dalle sinistre diedero inoltre vita, proprio a partire dalla metà degli anni Settanta, a un aspro e tenace scontro tra "regionalisti" e "centralisti". I primi propugnavano il trasferimento di tutte le competenze sulle aree protette alle Regioni comprese quelle sui parchi nazionali, i secondi - rappresentati soprattutto da Italia Nostra e Wwf - sostenevano la necessità di avere riserve sia di tipo statale che di tipo regionale e locale, mantenendo in ogni caso i parchi nazionali sotto il controllo ministeriale. La discussione si protrasse a lungo anche se col passare del tempo le asprezze maggiori furono smussate e si impose una fruttuosa mediazione che si rivelò un fattore decisivo nel dare slancio, negli anni Ottanta, all'iter della legge quadro.
Si preparava così, tra conflitti, esperienze pioniere, aspettative diffuse, realizzazioni sempre più frequenti, il decennio più fertile per le aree protette italiane.
