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Storia dei parchi italiani, il caso abruzzese

Il Parco nazionale d'Abruzzo fu teatro di una dura battaglia per il ripristino della legalità e delle prerogative dell'ente di gestione, ma fu anche un terreno di sperimentazione unico in Italia di tutela ambientale, di ricerca scientifica, di turismo "alternativo" e di piccola imprenditoria locale, soprattutto giovanile, dedicata alla valorizzazione di tutte le risorse locali. Siamo negli anni 1969-1980 e la storia dei parchi naturali italiani prosegue con il 'caso abruzzese'. 

  • Luigi Piccioni
  • Dicembre 2025
  • Martedì, 9 Dicembre 2025
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Storia dei parchi italiani, il caso abruzzese

Come abbiamo visto nella chiusa dell'ultima puntata, ciò che stava avvenendo nel cuore del Parco nazionale d'Abruzzo divenne oggetto di un'attenzione e di un'impegno prioritari per il Gruppo verde di Italia Nostra. Un'attenzione e un'impegno che, raccolti dall'intera associazione e poi dal Wwf, sarebbero durati molti anni e avrebbero fatto del parco abruzzese il punto più avanzato del nuovo movimento italiano per le aree protette.

Fu solo casualmente, grazie a un articolo di denuncia uscito nel 1963, che il Gruppo verde scoprì che proprio nel parco nazionale più vicino alla capitale era da anni in corso un imponente assalto all'integrità dell'area: nel cuore della riserva venivano costruiti grandi residences, distese di villini privati spesso costruiti con danaro destinato all'edilizia popolare, impianti di risalita. Il tutto in spregio non solo della normativa del parco ma persino di quella edilizia ordinaria. Il direttore del parco, che aveva cercato di opporsi alla devastazione, era stato cacciato e mai sostituito, mentre un asse forestali-amministrazioni locali stava cercando di far passare in parlamento una legge che trasferiva di fatto tutto il potere decisionale sulla gestione della riserva dai suoi organi istituzionali ai comuni.

La campagna di stampa iniziata nel 1963 si amplificò molto presto e si trasformò in uno scandalo nazionale che riempì le pagine dei quotidiani per anni facendo conoscere all'opinione pubblica nazionale non solo le vicende locali ma il concetto stesso di area naturale protetta, fino a quel momento patrimonio di poche persone. Per il Gruppo verde il ripristino della legalità e il pieno recupero delle funzioni dell'Ente parco divennero un obiettivo prioritario, testimoniato dalla pubblicazione - nella primavera del 1968 - di un dettagliato Piano di riassetto che disegnava il possibile futuro di un'area protetta da quasi cinque anni priva di direttore e ancora sotto l'offensiva della grande speculazione edilizia romana e napoletana.

Il Piano di riassetto, coordinato da Fulco Pratesi con la collaborazione di studiosi e tecnici di diverse discipline, era il secondo piano di area protetta realizzato in Italia dopo quello per l'istituendo Parco nazionale del Gennargentu, pubblicato due anni prima. Rispetto a quest'ultimo esso aggiungeva una forte enfasi sugli aspetti socioeconomici e in particolare sulle potenzialità di un turismo alternativo a quello sciistico, stagionale e residenziale, cioè un turismo popolare, destagionalizzato, basato su attività a basso impatto, di visitatori prima ancora che di villeggianti. Coerentemente con lo spirito ispiratore di Italia Nostra, grande attenzione era anche rivolta alla qualità urbanistica dei centri abitati, alla conservazione della loro integrità e alla loro dotazione di servizi.

Il Piano sarebbe probabilmente rimasto una generosa proposta di indirizzo rivolta al mondo politico e all'opinione pubblica, una sorta di appello accorato, se per una serie di fortunose circostanze proprio il redattore della sua parte socio-economica non fosse divenuto, nella primavera del 1969, direttore della riserva. Animato da passione naturalistica, curiosità e competenze tecniche varie e vaste, sostenuto da Italia Nostra e dal Wwf, Franco Tassi prese in mano la gestione del Parco e iniziò ad applicare in modo sistematico le indicazioni del Piano di riassetto.

In un clima teso, fatto tanto di ostilità radicali quanto di adesioni entusiaste, il Parco nazionale d'Abruzzo divenne il teatro di una dura battaglia per il ripristino della legalità e delle prerogative dell'ente di gestione, ma divenne anche un terreno di sperimentazione unico in Italia di tutela ambientale, di ricerca scientifica, di turismo "alternativo" e di piccola imprenditoria locale, soprattutto giovanile, dedicata alla valorizzazione di tutte le risorse locali in un'ottica che oggi definiremmo sostenibile.

Ma tutto questo non consentì al parco abruzzese soltanto di recuperare le sue funzioni istituzionali e di farne uno strumento sia di tutela ambientale che di sviluppo locale. In questo modo - e grazie agli spazi che si aprivano in quegli anni nel mondo dei mass media e dell'editoria - essa divenne un punto di riferimento per le altre riserve italiane e uno dei principali se non il principale centro d'irradianzione della cultura dei parchi e della conservazione della natura in Italia. Anche se la cultura centralista di Italia Nostra e Wwf, che riteneva fosse indispensabile affidare allo Stato istituzioni di interesse sovranazionale come i parchi nazionali, si trovò presto di fronte la diffusa ostilità di un ampio fronte favorevole ad aree protette decentrate, governate dalle amministrazioni locali, fu soprattutto l'esempio e la spinta data a partire dal 1969 dal Parco nazionale d'Abruzzo a fare da catalizzatore per l'ampio movimento degli anni Settanta. Da Pescasseroli vennero le idee e le proposte di tutela più ambiziose e avanzate - come la "sfida" di riuscire a tutelare il 10% del territorio italiano - e le proposte più organiche di sviluppo locale basate sulla conservazione delle risorse ambientali, proposte che fecero poi dell'intera regione abruzzese il terreno di una grande iniziativa congiunta tra ambientalisti e sindacalisti della Cgil. Pescasseroli fu il primo e per diversi anni l'unico laboratorio italiano del "turismo alternativo". A Pescasseroli si formò un'intera leva di studiosi, di tecnici, di gestori, di attivisti che avrebbe poi operato nelle nuove aree protette create tra il 1975 e la metà degli anni Novanta. A Pescasseroli, particolare significativo, fu redatta la bozza di legge quadro che poi fu alla base del testo approvato nel 1991.

La grande stagione dei parchi italiani che si sarebbe aperta a metà degli anni Settanta, con tanti e diversi protagonisti, ebbe insomma qui il suo humus più fertile.

 

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