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Come si racconta la ricerca scientifica?

L'arte di comunicare. Linguaggi e tecniche per il coinvolgimento e la facilitazione è il titolo della terza edizione della 'Scuola Invernale di Comunicazione della Ricerca Scientifica', ospitata nel Parco nazionale Gran Paradiso. Una tre giorni di formazione, in cui si è creato un gruppo affiatato, con un senso di gratitudine verso un parco animato da persone impegnate per la conservazione, la tutela, la ricerca e la comunicazione della biodiversità.
Vi raccontiamo com'è andata, in attesa della prossima edizione. 

  • Emanuela Celona, Cecilia Dutto
  • Marzo 2026
  • Mercoledì, 25 Marzo 2026
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Alcuni momenti delle giornate formative | Foto C. Ferrari e C. Giari Alcuni momenti delle giornate formative | Foto C. Ferrari e C. Giari

Ci sono molti modi con cui raccontiamo le storie. E l'uso della parola è soltanto uno di questi. Forse è questa una delle riflessioni più importanti condivise in occasione della terza edizione della Scuola Invernale di Comunicazione della Ricerca Scientifica, ospitata nel Teatro comunale di Ronco Canavese (TO), nel Parco nazionale Gran Paradiso, dal 19 al 21 marzo scorsi, e organizzata dall'Ente parco in collaborazione con il MuSe - Museo delle Scienze di Trento e con il supporto del Comune di Ronco Canavese e dell'Associazione Bioma.

Una tre giorni di formazione - quest'anno dedicata e intitolata L'arte di comunicare. Linguaggi e tecniche per il coinvolgimento e la facilitazione - che ha avuto come docenti Claudio Tomaello, narratore teatrale e libero cercatore che cerca il senso delle cose, di ciò che accade anche grazie al supporto delle fiabe, e Veronica Sommadossi, operatrice di comunità, appassionata di processi che favoriscono la partecipazione sociale e che lavora su progetti che attivano reti e una cittadinanza consapevole.

Diversificata ed eterogenea la platea dei partecipanti: ricercatori in materie scientifiche soprattutto, ma anche educatori, liberi professionisti, operatori museali, funzionari dei parchi, guardiaparco, dottorandi universitari, comunicatori. Tutti accumunati dalla consapevolezza che, quando si parla di scienza - dai progetti e risultati della ricerca, alle campagne di sostenibilità o alle azioni di conservazione - c'è bisogno di usare un racconto chiaro, coinvolgente e partecipato. Riuscire a farlo bene è quasi un'arte che però si basa su tecniche e abilità che si possono imparare e praticare, cercando di creare relazione, attivare l'ascolto e generare partecipazione.

Come raccontare la scienza

È sorprendente notare come calibrati silenzi (la famosa punteggiatura!!), descrizioni accurate di gesti ed emozioni diano un peso diverso alle parole, sia scritte che parlate. E come le storie siano potenti, arrivando senza sforzo a chi le ascolta. Secondo Claudio Tomaello, narratore nonché docente della prima giornata, spiegare un concetto scientifico è diverso dal raccontarlo: perché, in quest'ultimo caso, lo avvolgo in una storia e, si sa, le storie ci entrano dentro e arrivano (e rimangono!) in profondità.

Una storia, per essere ricordata, deve arrivare al cuore, soprattutto in un contesto informativo come quello in cui siamo immersi oggi, dove manca il tempo per pensare e dove è tutto sempre più veloce!

Ogni storia è sì fatta di parole, ma oltre al testo letterale occorre prestare attenzione al testo 'emotivo', cioè alle emozioni che quelle stesse parole veicolano; al testo 'gestuale', e quindi a far vedere il nostro racconto attraverso una gestualità, immaginata o reale; e, infine, al testo ritmico, ovvero a quella alternanza tra serietà e battute, sorpresa e abitudine, allegria e tristezza, preoccupazione e speranza, che danno movimento ritmico alla narrazione. «Ogni volta che raccontate una storia, siete su un palco e avete il potere di veicolare messaggi», ha detto Tomaello. «Ma ricordate: raccontare è una questione di direzione. Dovete trovare una (bella) storia che esca fuori da voi, e illumini chi è in ascolto», ha aggiunto. La narrazione è relazione, è incontro... ed è per questo che è importante chiedersi quali emozioni si provano nel raccontare una storia e quali si trasmettono. Ma attenzione: non c'è una ricetta perfetta per raccontare la scienza. Ci sono linguaggi diversi che si possono utilizzare - suoni, immagini, parole! - ma la domanda, anzi, le domande da cui partire sono: cosa ho da raccontare? e perché voglio farlo? facendo in modo che la storia parta da me, dalla mia passione di raccontare - nel rispetto di chi mi ascolta - e soprattutto restando nella storia per tutto il tempo del racconto.

Coinvolgere è partecipazione

Un pensiero, per cambiare, ci mette tre anni. Un comportamento, invece, soltanto uno. Questa è stata una delle rivelazioni di Veronica Sommadossi, operatrice di comunità nonché conduttrice della seconda e terza (mezza) giornata, che ha svelato come non ci si debba incaponire a cambiare la 'testa' delle persone ma i loro comportamenti: l'85% delle persone, infatti, viene influenzata dal comportamento degli altri, e non da ciò che gli altri pensano.

Sebbene viviamo in un contesto sociale frammentato, in cui spesso occorre raggiungere con i propri messaggi il singolo individuo, è in un determinato gruppo che spesso ci identifichiamo. "È l'individuo che fa il gruppo o è il gruppo che fa l'individuo?" è la domanda da cui è partita Veronica e che forse ha così trovato una risposta.

A tale proposito, esistono tecniche e strumenti di facilitazione per la gestione dei gruppi dove, particolarmente rilevante, può essere il ruolo di chi facilita tavoli di discussione e processi partecipativi. In ogni processo è importante ascoltare, esplorare, comprendere e interiorizzare i diversi punti di vista e, soltanto alla fine, decidere. E ognuna di queste fasi si basa su tecniche e strumenti, come l'aggancio o la scatola delle idee per l'ascolto, oppure il world cafè o lo speed date per l'esplorazione. Ma attenzione: condurre un gruppo è molto diverso dal facilitare in esso le relazioni. E a proposito di relazioni, complice la residenzialità di quasi tutti i partecipanti ospitati nella Locanda della Luna a Ronco Canavese per le tre le giornate, il clima che si è creato è di un gruppo affiatato, con un senso di gratitudine unanime verso un parco nazionale animato da persone appassionate che lavorano per la conservazione, la tutela, la ricerca e la comunicazione della biodiversità. Quindi grazie, e alla prossima edizione!

Evviva la 'fantastica gente dei parchi!'

 

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