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Piemonte Parchi

Dalle tavole dei Re al rischio d'estinzione

Nei fontanili del Piemonte vive ancora un interessante endemismo discendente dai primi vertebrati acquatici.

  • Stefano Bovero
  • Giugno 2011
  • Martedì, 7 Giugno 2011
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Tra le specie animali più rare e minacciate delle acque della nostra regione, la lampreda padana Lampetra zanandreai Vladykov, 1955 occupa certamente una delle prime posizioni. Le lamprede possono essere considerate dei veri e propri fossili viventi in quanto non sono pesci veri e propri ma appartengono alla Classe dei Ciclostomi, ultimi rappresentanti viventi del gruppo degli Agnati, vertebrati acquatici antichissimi ancora privi di mandibole articolate. Le lamprede infatti non sono dotate di una bocca ma hanno un'apertura circolare dotata di serie di denti cornei, atta a succhiare. Il nome di Lampetra zanandreai si deve ad un importante studioso di lamprede, il gesuita Giuseppe Zanan­drea, che dagli anni quaranta agli anni sessanta del secolo scorso si dedicò con estrema passione allo studio di questa specie; fino ad allora la lampreda padana era confusa con la lampreda di ruscello Lampetra planeri (Bloch, 1784). La lampreda padana è una specie endemica della regione padana, ovvero è presente esclusivamente in corsi d'acqua che ricadono nel bacino idrografico del fiume Po, in pochi corsi d'acqua dell'Appennino marchigiano ed è stata segnalata anche sul versante adriatico della Slovenia e in Dalmazia. Questa particolare distribuzione è spiegata dal fatto che, durante gli ultimi eventi glaciali pleistocenici, vale a dire tra 120.000 e 10.000 anni fa, il bacino idrografico del fiume Po era molto più esteso verso sud e verso est. La lampreda padana, in dialetto piemontese nota come "lampré" e in alcuni distretti con il simpatico appellativo di "clarinett", fino a circa 40 anni fa, era ancora piuttosto diffusa in diversi torrenti prealpini o nelle aree di risorgiva ed era considerata una pietanza prelibata. Per questo veniva catturata con un sistema originale: con una pala o una piccola zappa veniva rimosso il sedimento limoso dei torrenti, accumulato sulla riva e poi lavato e/o setacciato per raccogliere le ambite prede. La prelibatezza delle lamprede piemontesi era tale che lo stesso Napoleone I, avendole assaggiate durante la sua prima venuta a Torino nel novembre 1797 ordinò ai cuochi imperiali di "tenere sempre provvista di lamprede all'uso torinese" la mensa della capitale dell'Impero. Gli abitanti di Villafranca Piemonte ricordano, a questo proposito che Alexandre Dumas pone le lamprede di Villa­franca come piatto forte del pranzo del Conte di Montecristo. La lampreda padana vive e si riproduce esclusivamente nelle acque dolci. Predilige le acque pulite dei tratti medi dei fiumi, dei piccoli ruscelli con acque limpide e fresche, in zone con corrente moderata e fondali ghiaiosi, sabbiosi o fangosi. In particolar modo la specie era presente in Piemonte in gran parte della fascia delle risorgive, soprattutto nel Biellese e nel basso Pinerolese, nella zona attorno a Cercenasco.

Il ciclo biologico è svolto interamente nelle acque dolci ed è molto particolare. Sebbene la sua biologia non sia ancora totalmente chiara, la riproduzione ha luogo tra gennaio e marzo a seconda dei settori geografici. I gameti vengono deposti in piccole buche di 15-20 cm di profondità, site in aree ombreggiate. In genere l'attività riproduttiva viene svolta da piccoli gruppi composti da una singola femmina accompagnata da due o tre maschi. Alla schiusa delle uova i piccoli delle lamprede hanno anatomia e aspetto diversi dall'adulto. La larva detta "ammocete" ha la bocca a ferro di cavallo, assenza di denti cornei occhi non visibili perché ricoperti da pelle, fori branchiali uniti da un solco longitudinale. Gli "ammoceti" vivono immersi nel substrato e si nutrono per filtrazione. La fase larvale dura quattro-cinque anni. Raggiunta la dimensione di circa 20 cm ha luogo la metamorfosi e viene assunto l'aspetto dell'adulto con occhi visibili, disco orale rotondo con denti cornei e fori branchiali separati. Gli adulti vivono sei-otto mesi e non assumono cibo; si spostano lungo i corsi d'acqua alla ricerca dei luoghi idonei per la deposizione dei gameti e dopo la riproduzione muoiono. L'areale distributivo della lampreda padana ha subito una forte contrazione nel nostro paese in seguito ad estinzioni locali di numerose popolazioni dovute principalmente alle alterazioni degli habitat (canalizzazioni, prelievi di ghiaia, inquinamento delle acque e dei substrati e abbassamento delle falde). Anche la pesca, se effettuata in modo distruttivo, può causare ingenti danni alla specie; deleteri sono anche i massicci ripopolamenti di Salmonidi, in quanto le trote immesse cacciano attivamente le lam­prede soprattutto allo stadio larvale. La Lampetra zanandreai è stata inserita nella Direttiva 92/43/CEE tra le "specie animali e vegetali d'interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione" (all. II) e tra le "specie animali e vegetali d'interesse comunitario il cui prelievo nella natura e il cui sfruttamento potrebbero formare oggetto di misure di gestione" (all. V). È inoltre elencata tra le specie particolarmente protette nella Conven­zione di Berna (all. II). Recentemente, grazie a un progetto di monitoraggio e conservazione dell'ittiofauna portato avanti dal Parco naturale La Mandria in collaborazione con l'Associazione "Ziri­chiltaggi" Sardi­nia Wildlife Con­servation, è stato possibile rinvenire una grande popolazione di lampreda padana presso le risorgive di Fontane Cup, presso Grange di Nole (TO), lungo il basso corso della Stura di Lanzo, e porre le basi per la conservazione di questo ambiente bellissimo e unico. In questo contesto ambientale quasi incontaminato formato dalle acque sorgive proveniente dal fontane Cup e la loro unine con le acque torrente Ronello, oltre alla lampreda sono presenti altre specie rare e importanti lo scazzone Cottus gobio e il gambero di fiume nostrano Austropotamobius pallipes.

Stefano Bovero
Dell'Associazione Zirichil­taggi" Sardinia Wildlife Conservation con la collaborazione di Gian Luigi Scoditti, Federica La Pietra, Marco Favelli, Giulia Tessa, Enrico Gazzaniga, Rafael Repetto e del Parco naturale La Mandria.

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