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Il bostrico tipografo

I maschi accolgono le femmine all'interno di una cavità scavata nei tronchi e dopo l'accoppiamento le femmine preparano nuovi solchi per deporvi le uova. Infine, le larve danno vita ad altre gallerie parallele. Questo accade a molti boschi che sembrano sopravvissuti a devastanti incendi

  • Francesco Tomasinelli
  • novembre 2009
  • Martedì, 10 Novembre 2009
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Quelle macchie grigie nel bosco si possono osservare da molto lontano. Sono formate da decine, a volte centinaia, di abeti rossi morti, drammaticamente visibili tra gli altri alberi, ancora verdi e in salute, che rivestono i pendii dell'Appennino Tosco Emiliano. Molti degli escursionisti che passano da queste parti sembrano credere che il danno sia dovuto a un incendio, ma in realtà quegli abeti scheletrici sono vittima di un nemico più subdolo e poco visibile. Si tratta di un insetto piccolissimo, lungo circa mezzo centimetro, spesso anche meno, noto come bostrico tipografo (Ips typographus). L'aspetto è quello tipico di molti Coleotteri Scolytidae, specializzati nell'attacco al fusto degli alberi: sono bruni, tozzi, di forma vagamente cilindrica e rivestiti di una fitta peluria. Sembrano piccoli residui di corteccia che sul tronco degli alberi risultano quasi invisibili. Ma non sono gli adulti a fare i veri danni, tecnicamente è la larva a uccidere le piante. Il maschio del bostrico, infatti, accoglie le femmine all'interno di una piccola cavità scavata nel tronco dell'abete, dopo averle richiamate con un particolare feromone (l'odore riproduttivo dell'animale). Dopo l'accoppiamento, a giugno, le femmine fecondate scavano altre gallerie sotto la corteccia, allineate lungo l'asse del tronco, deponendovi decine di uova. Le larve che si sviluppano, lunghe pochi millimetri, danno vita a loro volta a una serie di gallerie parallele, perpendicolari alla galleria madre. Qui i futuri bostrici continuano a scavare per 5-6 cm fino a luglio dove in un piccola "cella" si trasformano in adulti e fuoriescono dalla pianta.

Sembra incredibile che un insetto così piccolo possa avere effetti così negativi sulle piante. Ma le numerose gallerie interrompono il flusso della linfa, condannando l'albero a una morte molto rapida. Una pianta pesantemente attaccata, infatti, non sopravvive generalmente all'estate: la chioma si ingiallisce e gli aghi cadono, mostrando i rami spogli. Quando la corteccia si stacca o viene rimossa, compare una fitta trama di cunicoli, simili a bassorilievi, che ricoprono gran parte del fusto in centinaia di punti diversi.

Tutta colpa del bostrico quindi se alcune delle nostre foreste di abete rosso stanno scomparendo? «Non proprio – spiega Paolo Piovani, il biologo che ha seguito le infestazione nelle montagne del Parmigiano. L'abete rosso viene attaccato perché è sotto stress. Si tratta infatti di una pianta tipicamente alpina che qui, in Appennino, è al di fuori del suo habitat ideale. È stato piantato in queste valli negli anni '60 per far fronte ai disboscamenti. Ma l'eccessiva calura e la siccità estiva, che negli ultimi anni si sono acuite indeboliscono le piante quel tanto da renderle vulnerabili agli attacchi del coleottero». Anche per questo, infatti, l'estate del 2003, una delle più calde degli ultimi 50 anni, è quella in cui il problema è esploso. Centinaia di piante sono andate perdute e il coleottero si è stabilmente insediato sul territorio. «Il fatto interessante – continua Piovani – è che di per sé il bostrico, così come altre specie legate al legno, sarebbe anche un insetto utile, perché di solito attacca alberi vecchi o malati, dando il via a un processo che, sull'arco di decine di anni, trasforma il legno in nuovo terreno per la foresta. Ma in molte zone è ormai troppo abbondante e ha attaccato moltissime piante. L'aumento delle temperature osservato negli ultimi anni può garantire anche una seconda generazione estiva e un limite più alto di quota».

Purtroppo, contrastare questi animali dalle piccole dimensioni e ciclo vitale rapido è molto difficile. La strategia attuale è quella di monitorare le varie popolazioni di coleotteri attivi, in modo da poterne prevedere gli effetti. Per seguire l'evolversi della situazione vengono usate particolari trappole a feromoni che attirano gli individui presenti nell'area in un contenitore di plastica.

Di fronte a una grande infestazione non si può fare molto», prosegue il biologo. I nemici naturali dell'insetto esistono (vespe parassitoidi che depongo le uova sulle larve del bostrico) ma non possono controllare un attacco su larga scala. A livello locale, le trappole possono dare discreti risultati, così come lo scortecciamento degli alberi colpiti, che fa morire le larve.

Nell'Appennino, dove l'abete rosso non è autoctono - conclude Piovani - è più conveniente seguire l'evolversi della situazione. Spesso i boschi in buona salute sono risparmiati e dopo qualche anno l'infestazione si esaurisce. In fondo gli attacchi del bostrico sono un buon pretesto per favorire il rinnovamento delle foreste in condizioni non ottimali. Sarà un processo lungo, ma alla fine decisamente positivo».
Il fatto allarmante è che, complice il riscaldamento globale, a volte questi attacchi si osservano anche nelle Alpi, seppure su scala meno clamorosa, in Piemonte, Val D'Aosta e in Svizzera. In questo caso, a farne le spese, sono sempre le aree rimboschite che presentano molte piante deboli. L'errore del passato è stato favorire queste monoculture di abete, spesso in zone poco indicate, a scapito di boschi più complessi ma meno redditizi per la produzione di legname.

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