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L’amore al tempo dei leoni

È uno dei primi animali che impariamo a conoscere. Prima ancora di avere visto un pollo o una farfalla, di aver coccolato un gatto o giocato con un cane, abbiamo già accarezzato un leone di peluche. Ma non basta una vita per afferrarne i segreti

  • Claudia Bordese
  • gennaio 2010
  • Giovedì, 28 Gennaio 2010
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Protagonista di favole e cartoni animati, è tra gli animali più citati dai bambini, e da adulti abusiamo del suo mito in motti e proverbi. Ne ammiriamo la potenza e l'aspetto maestoso, l'incedere morbido e l'abilità venatoria. E l'amore? Tale è l'aura di guerriero che circonda il leone, che poco ci importa delle sue abitudini amatorie. Ma la forza motrice del mondo, l'atto riassuntivo della vita che permette di consegnare i propri geni all'immortalità, non può essere ignorata in questi imponenti felini, nei quali il comportamento riproduttivo si manifesta con un marcato conflitto tra i sessi, e una conseguente serie di soluzioni adattative messe in campo con modalità differenti da maschi e femmine, all'unico fine di massimizzare la sopravvivenza della prole.
Procediamo per ordine. Il leone, Panthera leo, in tempi preistorici era diffuso in Europa, Asia, Africa e Nord America. Sappiamo bene quanto il suo areale si sia ristretto, per motivi naturali ma soprattutto antropici, e questo ci costringe oggi a discettare quasi unicamente del leone africano, ignorando se le sue abitudini comportamentali fossero condivise dalle altre popolazioni diffuse per il mondo. La maggior parte dei leoni vive oggi nelle savane dell'Africa sub-sahariana, organizzati in branchi di circa 5-15 individui. Le femmine sono la maggioranza; in genere una decina o poco meno, rappresentano il nocciolo stabile del gruppo e sono tutte imparentate tra loro. Sorelle, madri, figlie o cugine, trascorrono la loro vita nel medesimo branco, quello in cui sono nate. Hanno a disposizione del loro orologio biologico un lungo periodo riproduttivo, essendo fertili dai quattro anni di età e fin quasi ai venti. Diverso è il discorso per i maschi. Dominano il branco in un numero che può variare da uno a sei. Non sono nati lì, ma in un branco che hanno abbandonato per sempre quando avevano tre anni, non da soli ma riuniti in un piccolo manipolo di giovani maschi, in genere fratelli o comunque imparentati. Dopo un paio d'anni di iniziazione alla vita adulta trascorsi a vagare nella savana, a impratichirsi nella caccia e nella sopravvivenza, iniziano la ricerca di un branco controllato da maschi vecchi o deboli, e ne tentano la conquista. Se hanno successo, lo governeranno per due o tre anni, accoppiandosi con tutte le femmine fertili presenti, prima di subire a loro volta l'attacco di giovani maschi fermamente intenzionati a spodestarli. È quindi ovvio che il periodo che i leoni maschi hanno a disposizione per riprodursi sia limitato a quei due o tre anni in cui guidano la vita del branco. Terzo e fondamentale elemento del gruppo sono i cuccioli, che a dispetto della giovane età giocano un ruolo estremamente importante nelle vite di leoni e leonesse adulte.
Il periodo riproduttivo dei leoni non è limitato a un determinato momento nell'anno e, analogamente a quanto accade nella nostra specie, le femmine – se non gravide – sono fertili per circa quattro giorni ogni mese. È particolarmente interessante notare come l'estro delle femmine si sincronizzi all'interno di un branco, probabilmente grazie al controllo esercitato su di esso da alcune sostanze chimiche – i feromoni – rilasciate dalle femmine stesse. C'è un evidente vantaggio in questo involontario sincronismo. L'estro contemporaneo di tutte le leonesse del branco fa sì che le cucciolate nascano nello stesso periodo. Questo permette alle femmine di allattare i piccoli in modo comunitario, lasciando che una madre vada a caccia tranquilla mentre sorelle o cugine nutrono indistintamente figli e nipoti. È un comportamento estremamente coesivo e stabilizzante, una forma di altruismo giustificato evolutivamente dal fatto che l'aiuto viene rivolto a consanguinei. Un altro vantaggio consiste nel fatto che i giovani maschi al raggiungimento del terzo anno di età, quando verranno costretti ad abbandonare il branco, non saranno soli, ma avranno dei coetanei – fratelli o cugini – con cui affrontare con maggior sicurezza le prime difficoltà della vita adulta, e di valido aiuto nel tentare la conquista di un nuovo branco.
Ma torniamo all'accoppiamento. Nei tre o quattro giorni al mese in cui è fertile, una leonessa si accoppia giorno e notte ogni venti minuti, con tutti i leoni adulti del branco. A questa incredibile intensità amatoria non corrisponde stranamente un elevato numero di nascite, e questo non perché i maschi non compiano adeguatamente il proprio dovere, ma piuttosto perché l'estro delle leonesse non sempre corrisponde a un'ovulazione. Quale vantaggio evolutivo si cela dietro una simile apparente disfunzione fisiologica? È presto detto: la stabilità del branco. Concedersi all'accoppiamento anche in giorni non fertili limita fortemente l'aggressività tra i leoni maschi, che sono sovente osservati attendere in coda quieti il loro turno. D'altronde non avrebbe senso scontrarsi in furibonde lotte con rivali parimenti agguerriti. Le leonesse sfruttano quindi le lusinghe dell'amore per mantenere la pace tra i leoni adulti del branco e garantirne così la stabilità. In questo caso "stabile" è sinonimo di "resistente e durevole", di un branco cioè in grado di respingere con maggior coesione e vigore gli attacchi dei giovani maschi che prima o poi giungeranno a insidiare il potere dei vecchi leoni. L'allegra disinvoltura con cui le leonesse si concedono a maschi diversi non dovrebbe far sembrare questo un problema, in fondo si tratterebbe di sostituire i vecchi amanti con altri più giovani e aitanti. Il problema sono i cuccioli.
Dopo una gestazione di circa quattro mesi le leonesse partoriscono da uno a quattro cuccioli, che seguiranno amorevolmente, coadiuvate dalle altre femmine del branco, nello svezzamento e nella crescita, fino ai due anni di età, tanto da non andare in estro e non essere quindi fertili per lo stesso periodo di tempo. I giovani leoni che conquistano un branco, sanno di avere a disposizione non più di due o tre anni prima che altri maschi vengano a spodestarli. Prendere quindi il controllo di un branco nel momento in cui sono da poco nati i cuccioli – e le nascite, come l'estro, sono sincronizzate in tutte le femmine del gruppo – vuol dire buttar via quasi tutto il tempo a disposizione senza generare figli, o procreare in ultimo dei cuccioli che entreranno in sfavorevole competizione con quelli più grandi dei maschi che li avevano preceduti.
La chance è solo quella, e non può essere sprecata. Ecco allora l'occasionale ricorso a una pratica vile e spregevole: l'infanticidio. Uccidere tutti i cuccioli del branco appena conquistato vuol dire riavere le femmine fertili in pochi mesi, e quindi buone probabilità di generare prole propria. Le leonesse, come ogni buona madre, provano a opporsi a questo comportamento abbietto, e a volte ingaggiano una strenua difesa dei propri cuccioli, ma il risultato è sempre il medesimo.
Questo scenario abominevole, non abituale ma possibile, giustifica il comportamento riproduttivo delle leonesse. È indubbiamente meglio operare per evitare il conflitto, con l'obiettivo di mantenere una stabilità virtuosa in grado di favorire e accontentare tutti. Interessante concetto.

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