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La difficile arte della denuncia

I migliori registi impegnati per l’ambiente si stanno rendendo conto che il vecchio stile “nobile ma noioso” fa scappare gli spettatori e che per attrarli c’è bisogno di professionalità e di uno stile nuovo

  • Martin Atkin
  • giugno 2010
  • Domenica, 13 Giugno 2010
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Ogni anno nascono nuovi Festival cinematografici che si occupano di ambiente, di conservazione e sostenibilità. Presentano documentari che spaziano dalla conservazione della natura al cibo organico, dalle disastrose conseguenze della globalizzazione al cambiamento climatico. Non c’è certo carenza di film a questi festival, anzi sembra che tutti si reputino registi di film ambientalisti. Armati di telecamera digitale e di un portatile, questi “registi” passano mesi, a volte anni, a intervistare contadini affamati, rifugiati ambientali oppressi e pescatori poveri in canna, lamentando quanto i distributori siano indifferenti ai loro lavori. Sfortunatamente molti registi peccano di scarsa creatività, rivelano poco talento nel montaggio, insufficiente conoscenza tecnica per realizzare film che dovrebbero essere proposti al grande pubblico. La maggior parte di questi documentari è destinata a circuitare in pochi festival o essere vista da piccoli gruppi di attivisti o appassionati. Il grande pubblico pare sia tagliato fuori. Sono film catastrofisti, deprimenti e piuttosto noiosi, e contengono allarmi apocalittici e spaventosi. Non c’è da stupirsi se la gente non ha voglia di vederli, e se coloro che li vedono si sentono poi impotenti e vulnerabili. I documentari sono realizzati con buone intenzioni, i “registi-attivisti” hanno profonde conoscenze nel loro campo, ma spesso poca competenza nei rudimenti della ripresa cinematografica, nella regia, nel montaggio, nella registrazione dei suoni o nella strutturazione di una sceneggiatura. La domanda cruciale che dovrebbero porsi viene spesso trascurata: «A chi è diretto il film, che messaggio si vuole trasmettere, come si vuole che il pubblico reagisca?» Che senso ha fare un film senza tenere conto degli spettatori? Questo non vuol certo dire che tutti i film ambientalisti siano fatti male o che non riescano a raggiungere il pubblico, anzi, direi proprio il contrario. The End of the Line, Extinction Sucks, Recipes for Disaster, Meat the Truth, Earth Keepers e Waterlife sono solo alcuni tra i tanti film realizzati di recente che risultano coinvolgenti, creativi e, oserei anche dire, divertenti, e che hanno ricevuto consenso dal grande pubblico. I progetti Cross Media, come ad esempio WWF’s Inside COP15, oppure TVE’s Million Views for Copenhagen, propongono già un nuovo stile di comunicazione visiva per gli utenti online dei nostri giorni.

Martin Atkin, Direttore Media, WWF International

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