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Chi sono i profughi ambientali

Le migrazioni che avvengo spesso in seguito a cambiamenti climatici, catastrofi ecologiche, incidenti nucleari, crescita demografica e desertificazione. Motivazioni dunque legate all'ambiente, o meglio al controllo delle sue risorse che sfociano in guerre civili o di ampio raggio. La Giornata Mondiale della Terra ci sembra l'occasione più propria per non dimenticarcene

  • Emanuela Celona
  • Aprile 2017
  • Martedì, 11 Aprile 2017
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Chi sono i profughi ambientali
Distribuzione delle guerre nel Modo per cause ambientali
Fonte: http://ejatlas.org

Una narrazione tossica. Così può essere definito il modo in cui ci vengono raccontate oggi le storie dei migranti. Un fenomeno che per il nostro Paese rappresenta ciclicamente un'emergenza e del quale si sottolinea l'importanza di una politica di accoglienza, promossa da alcuni ma osteggiata da altri. Diventa così piuttosto facile accompagnare la figura del migrante da sentimenti di paura e di delegittimazione, perchè il 'diverso' incute timore, perché lo si conosce poco o, addirittura, nulla si sa sulle cause delle migrazioni che avvengo spesso - e diffusamente - in seguito a cambiamenti climatici, catastrofi ecologiche, incidenti nucleari, crescita demografica, desertificazione.

Motivazioni legate all'ambiente, o meglio al controllo delle sue risorse che sfocia in guerre civili o di ampio raggio. L'immagine che vedete in alto è la 'Mappa dei conflitti ambientali', una risorsa didattica, di networking e advocacy messa a disposizione di attivisti, studiosi, insegnanti che troveranno molti usi per il database, così come i cittadini che vogliono saperne di più sui conflitti spesso invisibili e dimenticati. 
Nucleare, risorse minerali, controllo rifiuti, proprietà territoriali, cambiamenti climatici, gestione dell'acqua, reti infratsrutturali, progetti turistici, conservazione della biodiversità sono tutti fattori che generano guerre violente e diffuse in tutto il Pianeta, come riportato  dalla densità dei 'pallini' segnati sulla mappa. 

Sui conflitti e sui profughi ambientali si è discusso in un interessante 'dialogo' ospitato alla Biennale Democrazia di Torino, lo scorso 31 marzo, insieme con Marica Di Pierri, giornalista e attivista impegnata su tematiche sociali e legate all'ambiente, e Valerio Calzolaio, giornalista e scrittore, già sottosegretario al ministero dell'Ambiente.

Dal 1985 al 1994, secondo l'Unep - il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente - i profughi ambientali sono stati 25 milioni e si stima che, nel 2050, potrebbero arrivare a 200 milioni, la maggior parte proveniente dall'Africa e diretti in Europa. 
Un previsione pazzesca che però non induce gli Stati a inserire tra le priorità dell'agenda politica mondiale il tema degli eco-profughi, perché accanto alla 'libertà di emigrare' deve coesistere per ciascun essere umano il 'diritto di restare' nei luoghi di origine.

C'è infatti una differenza tra chi emigra - perché decide di spostarsi - e chi, invece, se sopravvive, scappa da 'uscite di sicurezza'. Anche i profughi diventano migranti quando escono dai propri confini territoruali, ma devono rimanere almeno un anno in un nuovo Paese per avere la residenza.
Oggi l'ONU stima che i migranti siano quasi un miliardo e tra questi ci sono anche profughi fuggiti per improvvisa inospitalità dell'ambiente in cui vivono. Un aspetto, quest'ultimo, che ha contraddistinto da sempre il genere Homo che già più di un milione di anni fa, si spostava sulla Terra. Circa 130mila anni fa la nostra specie lasciò l'Africa mentre a 60/70mila anni fa risale la prima ondata migratoria degli uomini in tutti i Continenti. Migrando in nuovi luoghi, l'uomo ha trovato nuove specie e abbandonato un clima in mutamento, diventato sempre più inospitale.
Dopo l'ultimo cambiamento climatico importante, all'indomani dell'ultima glaciazione, si è potuto cominciare ad allevare il bestiame e a coltivare la terra: è in quest'epoca - circa 11mila anni fa - che è nata l'idea del confine territoriale.

L'uomo, quindi, già nella notte dei tempi, si è spostato per costrizione e per istinto di sopravvivenza e dalle migrazioni forzate sono derivati sfruttamento e schiavismo. Il 'diritto di restare' nei luoghi in cui si cresce quindi non è scontato, e a ben guardare, non lo è mai stato. 
I profughi ambientali - quantificati in 25 milioni l'anno - sono più numerosi dei rifugiati politici
a cui l'UNCHR (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) riconosce lo status di 'rifugiato', diritto che non è riconosciuto a chi fugge da condizioni ambientali insostenibili.
Eppure saranno sempre di più coloro che scapperanno a causa dei cambiamenti climatici mentre il Mediterraneo sarà sempre più il cuore di migrazioni forzate, in ragione dei tre continenti che collega. Saranno anche in costante aumento le guerre civili determinate dal controllo delle risorse ambientali: basti pensare che in quelle scoppiate negli ultimi 60 anni, il 40% è avvenuto per il controllo dell'acqua e delle risorse energetiche (fonte UNEP).

Dal 1990 al 2009, sono 18 i conflitti sorti per un controllo delle risorse a livello interno al paese e soltanto nel 2014 sono 37 i focolai di conflitti scaturiti per la gestione della risorsa idrica. Le aree ecologicamente più vulnerabili risultano essere quelle più popolate e dove si sfruttano maggiormente le risorse: si tratta di popolazioni che meno agiate, più esposte a stravolgimenti ambientali, con minore capacità di adattamento e legate a un'economia tradizionale dove si fa affidamento su servizi ambientali gratuiti (come la raccolta di acqua potabile).

Se si comprende che il 90% degli ultimi disastri naturali è conseguente ai cambiamenti climatici, fa una certa impressione sapere che, rispetto al 1975, oggi le persone nel mondo hanno il 65% di probabilità in più di lasciare i territori in cui sono cresciuti. Tra le cause, oltre al clima, si aggiungono: la deforestazione; la desertificazione - dovuta spesso a monocolture che, ad esempio in Messico, inducono lo spostamento di 900mila persone ogni anno verso gli Stati Uniti; la siccità che, soltanto in Brasile, porta il 24% della popolazione ad abbandonare i luoghi di residenza; le periodiche calamità naturali e i cosiddetti progetti di sviluppo per i quali le comunità locali sono costrette a spostarsi.
Secondo la Banca Mondiale, negli ultimi 15 anni, 15milioni di profughi ogni anno hanno dovuto abbandonare le proprie terre per progetti di sviluppo. Succede, ad esempio, quando si costruiscno grandi dighe - vediamo cosa succede in Cina, India o Brasile in cui il 40% della popolazione si sposta per la costruzione degli sbarramenti - oppure quando si organizzano grandi eventi: in Brasile, le Olimpiadi e i mondiali di calcio hanno causato - da soli - 70mila sfollati in dieci anni.

All'ingiustizia climatica - per cui soltanto 39 Paesi più inquinanti contribuiscono a peggiorare la situazione generale che ha un impatto devastante su Paesi  ecologicamente più responsabili - si aggiunge un'ingiustizia ambientale per cui le comunità rurali e indigene continuano a rivendicare una profonda diseguaglianza del modello economico contemporaneo, lontano da logiche di vero sviluppo e di tutela ambientale.

Sulla divulgazione di questi concetti lavora il CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, un'organizzazione di studi indipendente che dal 2007 si occupa di ricerca, informazione, formazione e documentazione sui modelli di gestione delle risorse naturali e i loro impatti in termini di conflitti e giustizia ambientale.
Il Centro - nato da un progetto dell'associazione A Sud (www.asud.net) con l'obiettivo di indagare, studiare e divulgare cause e conseguenze in termini ambientali, economici e sociali dei conflitti generati dallo sfruttamento delle risorse naturali e dei beni comuni, nei Sud come nei Nord del mondo - ha contribuito alla realizzazione del primo Atlante globale della Giustizia Ambientale Ejatlas, realizzato nell'ambito del progetto europeo di ricerca Ejolt, finanziato dalla Commissione europea che ha coinvolto per 5 anni di lavoro su conflitti e giustizia ambientale oltre 20 partner internazionali tra università e centri studi indipendenti.  L'atlante globale è consultabile gratuitamente on line.

 

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