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Il nostro amico Octopus vulgaris

Da un documentario che sensibilizza sull'intelligenza del polpo a una mobilitazione internazionale contro un progetto di un suo allevamento intensivo. Il polpo è diventato un animale popolare, capace di incidere sulla nostra sensibilità. Lo dimostra la mancata apertura di quello che sarebbe stato il più grande allevamento intensivo al mondo, bloccato grazie a una attiva partecipazione scientifica e popolare. 

  • Emanuela Celona
  • Settembre 2026
  • Martedì, 29 Settembre 2026
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Morten Brekkevold  | Morten Brekkevold - Flickr - CC BY-NC-SA 2.0 Morten Brekkevold | Morten Brekkevold - Flickr - CC BY-NC-SA 2.0

La mia curiosità verso i polpi – Octopus vulgarsis - la devo a un film, scoperto per caso su Netflix, in una noiosa serata dedita allo zapping sul televisore. Si intitola My Octopus Teacher - tradotto in italiano: Il mio amico in fondo al mare - è del 2020, diretto da Pippa Ehrlich e James Reed nel 2021, e ha vinto l'Oscar nella categoria miglior documentario.

Probabilmente su Netflix c'è ancora e racconta la vera storia del documentarista Craig Foster che nella sua casa in riva al mare, vicino a Cape Town, in Sudafrica, incomincia a immergersi (in apnea e senza alcuna protezione) per esplorare il fondale marino.

Craig Foster si tuffa per osservare da vicino le foreste ricche di alghe giganti ed è in questo habitat naturale che incontra un esemplare di polpo femmina con cui riuscirà a creare una sorprendente relazione.

Sull'intelligenza del polpo si è già scritto molto, ma spesso si ignora il fascino che permea questo animale e, anche per questo, la notizia della chiusura di un suo allevamento intensivo, a Gran Canaria, mi ha incuriosita.

La cronaca è di fine luglio e riporta di "un milione di polpi comuni ogni anno, allevati in vasche nell'area portuale di Las Palmas e destinati a produrre tremila tonnellate di carne destinata al consumo umano" (Fonte: La Repubblica)

Una sorta di prima "fabbrica mondiale" di polpi, di cui è stata ritirata la richiesta di concessione presentata nel 2021 dalla multinazionale del settore ittico Nueva Pescanova, all'Autorità portuale di Las Palmas.

I proponenti sostengono che l'allevamento intensivo non sia impraticabile, e che questo stop non equivalga a una definitiva rinuncia ma, a conti fatti, la mobilitazionecontro questo progetto è stata davvero importante, risolutiva nonché internazionale.

Compassion in World Farming è l'organizzazione che sta dietro al risultato ma chi sono le persone che si sono mobilitate? E come si riesce a sensibilizzare l'opinione pubblica su questioni ambientali, arrivando a tutti, e non solo a chi dell'ambientalismo fa una battaglia politica? Lo abbiamo chiesto a Maddalena Tomassini, media e communication manager dell'associazione e a Elena Lara, Senior Research and Policy Advisor di CIWF. Ecco cosa ci hanno risposto, insegnandoci qualcosa in più su comunicazione, empatia e Octopus vulgaris.

Chi sono i cittadini che si sono mobilitati contro il progetto di Gran Canaria?

La mobilitazione contro il progetto di allevamento intensivo di polpi a Gran Canaria è stata soprattutto internazionale e digitale. A prendere posizione sono stati cittadini, attivisti, associazioni per la protezione degli animali e dell'ambiente e scienziati da diversi Paesi, uniti dalla stessa preoccupazione: fermare un progetto di allevamento insostenibile e proteggere una specie la cui natura è profondamente incompatibile con la cattività.

La campagna ha raccolto un forte sostegno globale: migliaia di persone da Paesi come Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Spagna sono entrate in azione. In poche settimane sono state inviate oltre 43.000 e-mail all'Autorità Portuale di Las Palmas de Gran Canaria per chiedere di fermare il progetto.

A questo si è aggiunto il lavoro di oltre 150 organizzazioni, che negli ultimi anni hanno unito le forze per denunciare i rischi etici, ambientali e di benessere animale legati all'allevamento dei polpi. Una chiara misura, questa, della crudeltà dell'allevamento di polpi. La forza della mobilitazione è stata proprio questa: trasformare un progetto locale in una campagna globale.

 

In termini di comunicazione, è stata adottata una campagna particolare sul progetto? Quali strumenti avete adottato per incrementare il coinvolgimento della popolazione?

L'attivazione di tutte le persone è stata il risultato di un lavoro iniziato molto prima dell'azione stessa. La nostra campagna per fermare questo progetto è iniziata fin dal suo annuncio da parte di Nueva Pescanova nel 2021. Da subito il nostro intento è stato spiegare perché l'allevamento dei polpi rappresenta un rischio per il benessere animale, per l'ambiente e per il futuro dell'acquacoltura.

In questi anni abbiamo pubblicato report, anche insieme a Eurogroup for Animals, denunciando l'incompatibilità dei polpi – animali solitari e territoriali – con l'allevamento, i rischi ambientali del progetto, l'uso di fondi pubblici e la minaccia dell'acquacoltura carnivora. A questo abbiamo affiancato contenuti social, lavoro con i media, immagini e video – fra cui alcune immagini molto forti che mostravano la crudeltà del metodo di macellazione che sarebbe stato adoperato per i polpi allevati – per far comprendere quanto questo tema poco conosciuto fosse cruciale e urgente.

Parallelamente, abbiamo seguito da vicino l'evoluzione del progetto e i suoi passaggi amministrativi. Anche grazie alla pressione esercitata dalla campagna e dalle organizzazioni coinvolte, il Governo delle Canarie ha richiesto una valutazione completa di impatto ambientale.

Quando è stato il momento di chiedere alle persone di scrivere all'Autorità Portuale di Las Palmas, esisteva già una base informata, coinvolta e pronta ad agire. Così la consapevolezza costruita nel tempo si è trasformata rapidamente in pressione pubblica: oltre 43.000 e-mail inviate in poche settimane.

 

Come si spiega il benessere animale? E su quali 'leve' emotive si deve puntare? Documentari come My Octopus teacher possono contribuire in qualche modo?

Spiegare il benessere animale significa spesso rendere visibile ciò che resta nascosto. Siamo abituati a guardare gli animali allevati a scopo alimentare come prodotti, non come individui. Eppure sono esseri senzienti, capaci di provare dolore, stress e paura. La sfida è proprio questa: riportare al centro l'animale.

Per questo i dati sono fondamentali, ma non bastano. Serve una comunicazione che unisca evidenze scientifiche ed empatia, capace di mostrare chi sono davvero questi animali: individui con bisogni, comportamenti, capacità e una propria esperienza del Mondo.

Nel caso dei polpi, documentari come My Octopus Teacher hanno aiutato molte persone a scoprirne l'intelligenza, la curiosità e la complessità. È una consapevolezza che cambia lo sguardo: quando riconosciamo un animale come individuo, diventa molto più difficile accettare che venga rinchiuso in un sistema intensivo.

 

Quali modalità di comunicazione incrementano una nuova consapevolezza?

Serve una comunicazione capace di tenere insieme tre elementi: forza emotiva, basi scientifiche solide e un appello chiaro all'azione. I dati sono indispensabili, ma da soli non bastano a creare empatia: servono storie, immagini e contenuti capaci di far emergere gli animali come individui, non come merci.

Per raggiungere pubblici diversi, il messaggio deve essere accessibile, vicino e credibile: social media, voci autorevoli, giovani ambassador e collaborazioni tra ONG possono aiutare a far crescere attenzione e coinvolgimento. Ma il passaggio decisivo è offrire alle persone un modo semplice per agire, perché solo così conoscenza ed emozione possono trasformarsi in partecipazione pubblica e pressione per il cambiamento.

 

Quanto accaduto a Gran Canaria è replicabile in altre situazioni, ad esempio, di allevamenti intensivi? E in che modo?

Il caso di Gran Canaria dimostra che questo modello può funzionare anche altrove: non solo come successo comunicativo, ma come prova concreta che informazione, pressione pubblica e monitoraggio istituzionale possono incidere davvero. La chiave è intervenire presto: individuare i nuovi progetti nelle fasi iniziali significa avere più possibilità di fermarli prima che diventino realtà, o di impedirne l'espansione.

La sua forza sta nella combinazione tra ricerca, mobilitazione online, collaborazione tra ONG e attenzione costante ai passaggi amministrativi. È così che una preoccupazione etica o ambientale può diventare una leva concreta di cambiamento.

Questo è particolarmente urgente davanti all'espansione dell'acquacoltura carnivora, incluso l'allevamento dei polpi. Non è in gioco solo il benessere di animali inadatti alla cattività: è in gioco anche la salute degli ecosistemi marini, perché questi allevamenti dipendono da grandi quantità di pesci selvatici usati come mangime, aumentando la pressione sugli oceani e sulla biodiversità.

 

Alcune specie animali sono più 'simpatiche', altre meno. Come si può suscitare interesse anche verso queste ultime?

Sì, alcune specie riescono più facilmente a suscitare empatia, mentre altre restano lontane dal nostro immaginario. È il caso dei pesci allevati: nell'Unione Europea non esiste ancora una legislazione specifica per tutelare il loro benessere, eppure sono esseri senzienti, capaci di provare dolore e sofferenza. La comunicazione deve colmare questa distanza.

Per le specie meno conosciute, è fondamentale aiutare le persone a "vedere" l'animale: la sua vita, i suoi comportamenti, la sua bellezza e la sua vulnerabilità. Nella nostra campagna sul tonno rosso dell'Atlantico, ad esempio, abbiamo invitato il pubblico a immaginare cosa significhi per un animale selvatico e migratore essere costretto a vivere in una gabbia. Immagini e video forti possono trasformare una specie poco familiare in un individuo da riconoscere, comprendere e proteggere.

 

Una domanda conclusiva sul rapporto uomo-natura. Quando viene istituita un'area protetta, spesso ci si divide tra chi è a favore e chi, invece, è contrario. Come riuscire a superare questa divisione?

Pur non essendo il tema centrale del nostro lavoro, riconosciamo il valore delle aree protette e il loro legame con una visione più ampia: costruire sistemi alimentari e territori capaci di tutelare animali, persone e Pianeta.

Le aree naturali protette non dovrebbero essere raccontate solo come luoghi di limiti e divieti, ma come investimenti nel nostro futuro comune. Proteggono ecosistemi da cui dipendono anche le comunità locali: quando la natura si degrada, sono spesso proprio le persone del territorio a pagarne per prime il prezzo sociale ed economico.

Per questo è fondamentale ascoltare le preoccupazioni delle comunità e coinvolgerle nelle soluzioni. Ma il messaggio deve restare chiaro: proteggere la natura significa difendere biodiversità, clima, salute, sicurezza e qualità della vita. Le aree protette sono uno degli strumenti più efficaci che abbiamo per fermare la perdita di biodiversità e rendere gli ecosistemi più sani e resilienti.

Proteggere la natura non significa togliere qualcosa alle persone: significa garantire a tutti un futuro più vivo, più sicuro e più giusto.

 

Per saperne di più

Scarica Uncovering the horrific reality of Octopus Farming (in lingua inglese). 

 

 

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