"Amo sentire raccontare le storie. Per questo motivo sono diventato documentarista e sceneggiatore di film lungometraggi."
"Scoprire la mia identità occitana, l'identità dei nostri luoghi, la lingua, ha dato una prospettiva diversa alla mia vita: ho capito che c'era qualcosa di più importante della geologia... potevo diventare un geometra speculatore e sono diventato un militante occitanista, poi mi sono aperto ad altri mestieri e posso dire che fino ad oggi sono contento della mia vita [...] Non c'è nulla, credo, di più emozionante che ascoltare uomini e donne che si raccontano [...] Ho la sensazione, nelle cose che ho scritto, nei miei documentari, di essere riuscito a trovare i grimaldelli giusti, grazie ai quali la gente si è rivelata. Ma forse non è questione di grimaldelli: basta saper ascoltare".
Fredo Valla
Fredo Valla è una figura difficile da racchiudere in una sola definizione: regista, sceneggiatore, documentarista, giornalista, ma soprattutto narratore di territori e comunità. Da anni il suo lavoro attraversa cinema, reportage e scrittura con uno sguardo coerente, profondamente legato alle montagne, alle identità culturali e alla memoria dei luoghi.
So già cosa risponderebbe se gli si chiedesse chi è davvero: "Un intellettuale di montagna". E in quella frase c'è tutto il suo mondo.
L'ho chiamato un pomeriggio d'inverno, in un'ora quieta, con quella sensazione che la distanza fosse solo geografica. Dall'altra parte della linea una voce pacata, concreta, quasi asciutta.
Biografia di un intellettuale di montagna
Valla vive a Ostana, dove coltiva il suo orto a 1.350 metri. Fino a poco tempo fa era solito fare lunghe camminate e praticare lo scialpinismo. La montagna non è il suo soggetto, è la sua condizione quotidiana. La scoperta dell'identità occitana, che lui stesso considera decisiva nella propria formazione, ha segnato l'inizio di un percorso culturale coerente, fatto di attenzione alle minoranze linguistiche, alle comunità alpine e alla relazione profonda tra uomo e territorio.
Accanto alla collaborazione con Giorgio Diritti, con cui ha firmato sceneggiature come Il vento fa il suo giro e Un giorno devi andare, la sua carriera comprende documentari, libri, installazioni museali e un lungo lavoro giornalistico. Per oltre venticinque anni ha scritto per riviste di divulgazione e cultura come Atlante, Airone, Gardenia, No Limits World, Aqua, Silva, oltre che per supplementi de La Stampa e periodici per ragazzi come Topolino e Le Giovani Marmotte.
Tra queste esperienze, un posto speciale lo ha occupato anche Piemonte Parchi. "Conservo ancora le copie cartacee con i miei reportage", racconta con un filo di nostalgia. Rimpiange la versione stampata della rivista: la carta, dice, aveva un peso, una permanenza, un modo diverso di abitare il tempo rispetto al digitale.
E per me, che collaboro con questa stessa testata, sentirglielo dire ha qualcosa di emozionante, è come percepire un filo sottile che unisce generazioni di sguardi e di racconti.
I reportage di "cammino"
Tra i lavori che ricorda con maggiore intensità c'è il lungo cammino in Russia, circa 330 chilometri lungo il fiume Don, sulle tracce dei soldati italiani dell'Armata Italiana in Russia. Fu lui stesso a proporre l'idea alla rivista Airone, immaginandola fin dall'inizio come un viaggio da compiere a piedi, non come una semplice ricostruzione storica.
Non un incarico redazionale, dunque, ma una scelta personale: attraversare quei luoghi lentamente, passo dopo passo, per restituire non solo i fatti ma le atmosfere, i silenzi, la memoria ancora presente nei paesaggi. Camminare lungo il Don significava misurarsi con distanze ampie, villaggi isolati, testimonianze sparse, tracce quasi invisibili di una storia che non appartiene solo ai libri ma alla terra stessa.
Da questo si intuisce che, per Valla, il cammino non sia stato soltanto un mezzo per raggiungere una meta, ma soprattutto un metodo di conoscenza. Si conosce davvero un territorio solo quando lo si attraversa con il proprio passo, accettandone le distanze, i silenzi, le asperità, e lasciando che siano i luoghi stessi a dettare il ritmo del racconto.
Lo spopolamento e i tre inverni
Parlando di montagna, il primo tema che emerge è lo spopolamento. Negli anni Cinquanta e Sessanta le migrazioni verso la pianura, inizialmente stagionali, diventarono definitive: si partiva per lavorare e non si tornava più. Intere vallate si svuotarono, e con le persone sparirono scuole, botteghe, presidi sanitari, servizi essenziali. La montagna perse non solo abitanti, ma relazioni, memoria quotidiana, comunità.
Oggi qualcuno sogna di tornare, attratto da un'idea di vita più autentica, ma la realtà è complessa. Vivere in quota significa fare i conti con distanze, inverni lunghi, pochi servizi, isolamento. Valla lo riassume con una battuta che dice molto più di quanto sembri: "Per venire a vivere in montagna bisognerebbe aver passato almeno tre inverni e abitarci con dei bambini". Solo attraversando davvero la fatica e il tempo lento si capisce cosa significhi abitare questi luoghi, non semplicemente frequentarli nel fine settimana.
Per questo, insiste, la rinascita non può essere soltanto estetica o turistica. Non bastano i "borghi fioriti", le facciate restaurate o le seconde case aperte due mesi l'anno. Servono lavori stabili e comunità vive. Artigianato, agricoltura, filiere locali, servizi permanenti. Senza persone la montagna resta uno scenario, non diventa un luogo.
"Bisognerebbe mettersi in gioco", afferma Valla. "Occorre pensare con concretezza e insieme con utopia al futuro, e imporlo al mondo della politica non con la forza dei numeri, siamo pochi in montagna, tanti quanti la morfologia dei luoghi lo permette, ma con il valore delle proposte."
La questione non è rivendicare, ma progettare: individuare obiettivi materiali chiari, lavoro, servizi, infrastrutture compatibili, e allo stesso tempo non perdere una dimensione più profonda. "Perché no, rafforzare anche un approccio spirituale."
La montagna, ricorda, porta ancora con sé quell'immagine antica, quasi sacrale, che le attribuivano le civiltà del passato. Un pilastro che sorregge la volta del cielo affinché non sprofondi e non ci schiacci. È una metafora potente, che parla di responsabilità e di equilibrio.
Ma soprattutto, sottolinea, la rinascita non può essere pensata da chi osserva la montagna dall'esterno. "Dovrebbero essere gli abitanti a discutere del futuro delle terre alte, non chi vive in pianura e poco conosce questo ambiente. Sono i montanari che devono diventare i protagonisti della scena, non chi vive altrove" osserva.
Una frase che suona come un invito, ma anche come una presa di posizione netta. Il futuro della montagna passa prima di tutto da chi la abita ogni giorno.
Le tradizioni storiche
Per Valla anche il tema delle tradizioni merita uno sguardo meno retorico. Non ne mette in discussione il valore, anzi, le considera parte essenziale dell'identità delle comunità alpine. Auspica però che non si trasformino in oggetti immobili, cristallizzati nel passato o piegati esclusivamente alle esigenze del turismo.
"Le tradizioni hanno senso se restano vive, se continuano a evolvere insieme alle persone che le praticano. Quando diventano soltanto rievocazioni, feste costruite per attrarre visitatori o spettacoli da calendario, rischiano di perdere il loro significato originario e di ridursi a folklore" osserva.
Per Valla la sfida è custodire ciò che arriva dal passato ma permettendo di cambiare, di adattarsi, di dialogare con il presente. Una tradizione autentica non è una fotografia da conservare intatta, ma un processo che si rinnova. Solo così può continuare a raccontare davvero una comunità e non limitarsi a rappresentarla per chi viene da fuori.
La natura idealizzata
Un altro equivoco diffuso riguarda la natura. Si tende a pensare che, con l'assenza dell'uomo, essa si sia ripresa i suoi spazi. Valla invita a guardare la questione con più realismo: ciò che vediamo oggi non è sempre un bosco vero, ma spesso una boscaglia incolta. Un ecosistema forestale maturo richiede secoli per formarsi e nasce dall'equilibrio tra presenza umana, gestione del territorio e cicli naturali.
Lo stesso discorso vale per il ritorno del lupo. Valla non è favorevole all'abbattimento e considera importante la sua presenza, segno di un ecosistema vivo. Ma rifiuta la narrazione romantica che lo circonda: in alcune zone la presenza è diventata numericamente significativa e crea difficoltà concrete alla pastorizia. I pastori si affidano a cani da guardia, spesso maremmani, ma non sempre vengono addestrati in modo adeguato e talvolta possono diventare problematici anche per escursionisti e persone di passaggio.
"Il punto non è scegliere tra uomo e natura, né tra pastori e predatori. Il vero nodo è costruire un equilibrio, riconoscere che la montagna è sempre stata un territorio condiviso, modellato nei secoli dalla relazione tra attività umane, animali e ambiente. Idealizzare non aiuta, serve conoscenza, presenza, responsabilità e consapevolezza" spiega.
Il turismo consumistico moderno
La critica si allarga al turismo contemporaneo, non solo alpino ma globale. "Si viaggia per consumare, non per conoscere", osserva. "I luoghi diventano tappe da attraversare rapidamente, sfondi da immortalare, esperienze da esibire. Si parte con l'ansia di tornare con qualcosa, una foto, un video, un post, più che con il desiderio di capire davvero dove si è stati. È un turismo consumistico che tocca città d'arte, coste, capitali europee e naturalmente montagne. Ovunque si ripete lo stesso copione: si cercano borghi-cartolina, paesi perfettamente restaurati, balconi fioriti, atmosfere rassicuranti per chi arriva dalla pianura. Ma quella che si vende è spesso un'immagine levigata, rassicurante, che poco ha a che fare con la vita reale delle comunità".
Valla non demonizza il turismo, sarebbe paradossale per territori che hanno bisogno anche di economia esterna, ma ne critica la superficialità. Quando il viaggio diventa consumo rapido, produce infrastrutture invasive, eventi effimeri, servizi pensati solo per l'alta stagione. E finita la stagione, resta il vuoto.
"I paesi di montagna non hanno bisogno di essere cartoline", insiste. "Hanno bisogno di vita, di bambini che vadano a scuola, di botteghe aperte tutto l'anno, di agricoltori, artigiani, famiglie. Il turismo, se vuole essere una risorsa, deve diventare esperienza, incontro, conoscenza, tempo lungo. Non accumulo di immagini ma costruzione di relazioni".
Le Olimpiadi, un'occasione culturale mancata
Anche le Olimpiadi invernali di quest'anno entrano nella riflessione. Pur non riconoscendosi nella logica della competizione, Valla non è contrario allo sport e riconosce che eventi di questa portata possono portare attenzione e investimenti. Ciò che lo lascia perplesso è l'occasione culturale mancata.
Nelle vallate ladine attorno a Cortina, osserva, si sarebbe potuto fare di più per raccontare la storia, la lingua, le tradizioni di quei territori. Quando arrivano i riflettori internazionali, spesso si accendono solo sulle piste e sugli impianti, non sulle comunità che abitano quei luoghi da secoli.
Ricorda invece come, in occasione delle Olimpiadi di Torino, nel 2006, avesse lui stesso lavorato su progetti culturali legati alle identità locali, compresa quella occitana, che per lui è stata fondamentale nella costruzione del proprio percorso umano e artistico. In quel caso sport e radici avevano dialogato.
Il punto, ancora una volta, è lo stesso: non trasformare la montagna in palcoscenico temporaneo. Se si porta il mondo in quota, bisogna avere il coraggio di raccontare chi quella quota la vive tutto l'anno. Perché senza cultura, senza memoria, senza una propria lingua, la montagna rischia di diventare soltanto un grande impianto scenografico. E poi, spenti i riflettori, tornare nel buio.
Raccontare per restare
"Comunicare è sempre stato fondamentale per l'uomo. In questo siamo rimasti bambini." La spinta a raccontare, per Valla, nasce dal bisogno antico di lasciare una traccia, trasmettere qualcosa a chi verrà dopo. "Un film, un testo, un reportage non sono soltanto opere creative, ma frammenti di tempo fissati nella memoria. Possono diventare, tra duecento anni, testimonianza di un'epoca, di un modo di vivere, di guardare il mondo. Scrivere e raccontare significa anche opporsi alla dimenticanza. Dare forma alle storie delle persone, dei paesi, dei paesaggi significa sottrarli all'oblio. In questo senso il racconto non è mai neutrale, è una scelta, una presa di posizione, un atto di responsabilità verso ciò che esiste e rischia di non essere più visto. Non è solo desiderio di immortalità personale. È piuttosto l'idea che ognuno debba abitare il proprio tempo con coerenza, tenere fede al ruolo che si è dato, contribuire con ciò che sa fare, scrivere, filmare, coltivare, insegnare, perché il proprio passaggio sulla terra non sia inutile" conclude Valla.
E forse è proprio qui che il suo discorso torna alla montagna. Non la si salva con una fotografia, con una narrazione estetica o con un evento. La montagna si abita, prima di tutto. Si racconta con rispetto, e si vive nella quotidianità..Perché un luogo esiste davvero solo quando qualcuno lo lo comprende e lo consegna alla memoria degli altri.
Vale la pena chiudere con un ringraziamento sincero a Fredo Valla, per la disponibilità ma soprattutto per lo sguardo che continua a posare sui territori e sulle persone che li abitano. In un tempo che spesso scivola veloce e resta in superficie, la sua voce invita a rallentare, ad ascoltare, a guardare davvero ciò che ci circonda. Con rispetto e consapevolezza. Figure come la sua non sono frequenti, e forse proprio per questo sono preziose: una voce che non cerca visibilità, ma profondità. E che ci ricorda, con discrezione, quanto sia importante che qualcuno continui a interrogarsi sui luoghi, a viverli e a raccontarli con coerenza.
