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Stefenelli, dall'alpinismo alla conduzione di un Parco

Fu vice direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso per undici anni ma svolse un ruolo significativo anche nel mondo della conservazione naturale e in quello dell'alpinismo. A quasi quarant'anni dalla scomparsa lo ricordiamo grazie alla viva testimonianza del figlio Paolo.

  • Simone Bobbio
  • Febbraio 2026
  • Giovedì, 12 Marzo 2026
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Da sx in senso orario: Fausto Stefenelli con il figlio Paolo e in un primo piano (archivio famiglia Stefenelli); lo stambecco simbolo del Parco nazionale del Gran Paradiso (da Pixabay)  Da sx in senso orario: Fausto Stefenelli con il figlio Paolo e in un primo piano (archivio famiglia Stefenelli); lo stambecco simbolo del Parco nazionale del Gran Paradiso (da Pixabay)

«La qualità di mio padre che conservo con maggiore emozione è la sua straordinaria passione: l'entusiasmo contagioso e la curiosità che metteva nelle cose. Al tempo stesso, da bambino non avevo la consapevolezza della sua importanza, anche se riconoscevo la deferenza che gli dimostravano i suoi interlocutori. Anzi, talvolta vivevo con un certo disagio la profonda differenza che contraddistingueva il mio contesto famigliare rispetto a quello dei miei coetanei. Io ero quello che seguiva suo papà in montagna nei fine settimana e in estate, lontano dalla socialità e dalle feste in città. Poi vennero gli anni della contestazione, quando i genitori venivano considerati un ostacolo da superare; soltanto in età adulta ho avuto la possibilità di riscoprirne la figura pubblica e l'impegno come naturalista».

Il nome di Fausto Stefenelli sarà sconosciuto ai più, nonostante il ruolo significativo nel mondo della conservazione naturale che lo ha portato a occupare la carica di vice direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso dal 1959 al 1970, chiamato personalmente da Renzo Videsott. Eppure, la vita di colui che «a prima vista si direbbe un accigliato professore e invece è il più dolce, benigno e candido uomo che si possa desiderare» – come scrisse Dino Buzzati sul «Corriere della Sera» – nasconde una serie straordinaria di avventure e sfaccettature che sarebbe difficile racchiudere in un semplice articolo. Ci limitiamo quindi a tratteggiarne un ritratto intimo grazie al figlio ultimogenito Paolo, che ha deciso di condividere ricordi e testimonianze famigliari.

«I miei primi ricordi di lui risalgono all'infanzia in Alto Adige, quando abitavamo in una piccola casa di legno nel bosco fuori dall'abitato di San Genesio, sopra Bolzano. Il paese all'epoca non era raggiunto dalla strada carrozzabile, ma c'era una funivia che lo collegava alla città, dove papà lavorava. Originario della sponda trentina del Lago di Garda, era nato a Trieste nel 1905 e cresciuto dapprima sotto l'Impero Austroungarico e poi sotto il Regno d'Italia. Uno snodo significativo della sua vita si verificò in occasione dell'esame di maturità. Il suo rendimento scolastico al liceo classico era stato impeccabile, ma lui si considerava un brocco in matematica e arrivò alla vigilia a ritirarsi dalla prova, rinunciando al diploma. Quel fatto, inevitabilmente, determinò il suo futuro professionale, che lo condusse a svolgere un'infinità di mestieri diversi fino a quando arrivò a trasformare la propria passione per l'ambiente naturale in un lavoro».

Dall'alpinismo all'ecologia

Gli anni della gioventù di Fausto sono segnati innanzitutto dall'alpinismo e dalla frequentazione della montagna scalando le pareti di roccia in estate e solcando i pendii innevati con sci e pelli di foca d'inverno. Fa parte del gruppo di rocciatori triestini capeggiati dal grandissimo arrampicatore Emilio Comici che alla fine degli anni '20 fondano la scuola di alpinismo della Val Rosandra, presto integrata all'interno del Club Alpino Italiano come primo organo formativo nazionale del sodalizio. L'aneddoto vuole che Stefenelli, indicato da tutti come direttore della neonata scuola, si farà crescere la barba per acquisirne – anche nell'aspetto – l'autorevolezza necessaria. In tale ruolo compare anche nel racconto "Scuola di roccia" pubblicato da Giani Stuparich nel suo Pietà del sole. Si dimetterà definitivamente dall'incarico una decina d'anni dopo, nel 1940, dopo la tragica morte di Comici. In quegli anni emergono già le sue doti di comunicatore, come si può leggere nei numerosi articoli pubblicati nelle pagine della Rivista del CAI, nelle relazioni delle attività della scuola di alpinismo, nei resoconti di ascensioni e gite scialpinistiche.

«Penso – prosegue Paolo Stefenelli – che una caratteristica comune in molti naturalisti appassionati di montagna, come è stato mio padre, sia la pratica giovanile dell'alpinismo. È una sorta di percorso logico: dalla ricerca dell'avventura e dell'esposizione agli elementi si passa all'interesse per il contesto ambientale in cui ci si trova. Nella parabola di Fausto si individua un momento specifico nel 1935, quando acquista e legge il volume L'orso bruno nella Venezia Tridentina di Guido Castelli, che gli accende un entusiasmo travolgente per questo straordinario animale. Posso solo immaginare il trasporto, il febbrile fervore con cui si avvicina alla conoscenza e allo studio della natura nel suo complesso e che lo porterà a entrare a pieno diritto in quel gruppo di illuminati pionieri dell'ecologia che dopo la Seconda Guerra Mondiale porranno le basi per una cultura della conservazione ambientale a cui ancora oggi si guarda come modello. Oltretutto non aveva una formazione scientifica specifica e nel frattempo era costretto a svolgere altri lavori per guadagnarsi da vivere. Dopo le dimissioni dalla Scuola di Alpinismo CAI diventerà direttore dell'Azienda Autonoma del Turismo nel Parco Nazionale dello Stelvio, poi contabile della ditta tessile Gruber a Bolzano: proprio lui che si considerava un brocco in matematica! Come ulteriore dimostrazione delle sue capacità e competenze, diventò anche presidente delle Guide alpine dell'Alto Adige. È perfino difficile immaginarlo: un italiano, per di più di corporatura minuta ed esile, a capo di uno dei consessi più radicati nella tradizione montanara germanofona...»

L'approdo al Gran Paradiso e il ritorno alle origini

L'ultima svolta professionale di Fausto Stefenelli è probabilmente quella più agognata, che si realizza nel 1959 quando si trasferisce a Torino per lavorare presso la sede del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

«Avevo 7 anni – ricorda il figlio Paolo – cambiai scuola a metà della seconda elementare. Il passaggio alla grande città non fu troppo traumatico anche perché già da qualche anno eravamo andati a vivere a Bolzano, dove affittavamo l'alloggio dalla figlia Pia del grande alpinista Tita Piaz, ribattezzato "il diavolo delle Dolomiti". Papà era stato chiamato al Parco espressamente dallo storico direttore Renzo Videsott perché aveva maturato una certa esperienza nel campo dopo che, nel 1946, era stato incaricato di preparare un progetto tecnico e finanziario per l'istituzione di un grande parco nazionale nei territori dell'Adamello e del Brenta. L'iniziativa non aveva visto la luce, ma gli aveva consentito di avviare uno scambio epistolare con Videsott e poi di conoscerlo personalmente nel 1948 al Castello di Sarre, vicino ad Aosta, quando entrambi parteciparono attivamente alla fondazione del Movimento Italiano per la Protezione della Natura, poi divenuto Pro Natura. Si erano trovati in grande sintonia, evidentemente anche grazie alla comune passione giovanile per l'alpinismo. Ma è anche affascinante il contesto del loro incontro, tra persone dotate di una lungimiranza quasi profetica che, nel pieno della ricostruzione dopo la guerra, già si occupavano scientificamente e concretamente di conservazione ambientale».

Videsott si dimetterà dal PNGP nel 1969, e Stefenelli ne raccoglierà le redini per poco meno di un anno, fino al 1970, quando andrà a sua volta in pensione per trasferirsi nell'amata Val di Ledro, in Trentino, dove si occuperà delle sue passioni fino alla morte nel 1989.

«Nel Gran Paradiso ho trascorso le estati – ricostruisce Paolo –, quando ci spostavamo per il periodo delle vacanze scolastiche dapprima ospiti della cosiddetta Casermetta, la foresteria del Parco che sorgeva a Cogne, e poi nella frazione di Lillaz. Ricordo le lunghe escursioni con papà nel vallone del Loson sopra il pianoro dove sorgono il rifugio Vittorio Sella e il casotto dei guardiaparco, e poi lo scenario roccioso della Valleille. Camminava a passo lento e regolare indossando sempre un gilet realizzato espressamente sotto sua indicazione con una serie di tasche che dovevano contenere il taccuino, le penne, la bussola e l'altimetro. Uno scomparto, in particolare, era dedicato alle mappe al 25.000 che ripiegava e univa di volta in volta per avere la porzione esatta del territorio su cui si svolgeva il percorso e su cui segnava le indicazioni topografiche degli avvistamenti. Accompagnava ogni passo con la descrizione di una specie o di un fiore non per il desiderio di sfoggiare le proprie conoscenze, ma spinto esclusivamente dall'amore che nutriva verso quelle forme di vita. Venendo da una realtà come l'Alto Adige, si era subito impegnato nella manutenzione e nel ripristino della rete dei sentieri per incentivare la fruizione escursionistica del patrimonio ecologico del Parco. Crescendo, venivo mandato a dare una mano nei lavori di manovalanza all'interno del Giardino Botanico di Paradisia dove, nel frattempo, era stato impiegato mio fratello Silvio, di 10 anni più grande, che ne diventerà direttore prima della tragica morte in un incidente di elicottero a Cogne nel 1983».

Nell'esperienza comune di molte persone, si impara a conoscere davvero i propri genitori in alcuni momenti specifici della vita capaci di creare un'identificazione profonda. Nel caso di Paolo, che ha trascorso una vita tra i libri prima come correttore di bozze presso Einaudi poi come instancabile lettore, proprio un volume ha rappresentato un nuovo innesco dell'interesse per la figura paterna.

«Ho finito da poco l'interessantissimo L'orso e noi di Matteo Zeni, un trattato davvero completo per la capacità dell'autore di presentare l'animale in maniera scientificamente corretta e interessante dal punto di vista divulgativo. Proprio un libro aveva acceso l'interesse di Fausto per il plantigrado; nel mio caso, un libro mi ha portato a ripensare a lui. Nel 1970, il giorno dopo il mio orale della maturità, lui e mamma sono andati a vivere nella casa ribattezzata "Nido verde" che si erano costruiti in Val di Ledro. Lì aveva ripreso a occuparsi dell'orso coordinando le attività di ricerca su quello sparuto nucleo di individui che rischiavano di scomparire definitivamente dalle montagne del Trentino. Oggi, dopo le reintroduzioni, la specie è un po' meno a rischio, ma in compenso sono sorte complesse problematiche di convivenza con gli esseri umani. Chissà cosa avrebbe pensato mio papà...».

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