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A Venezia, il museo delle emozioni

Affacciato sul Canal Grande, il Fontego dei Turchi, uno dei più noti edifici civili di Venezia, ospita dal 1923 il Museo civico di Storia Naturale, oggi Museo di Storia Naturale G. Ligabue. Scopriamolo insieme.

  • Mauro Bon
  • Ottobre 2025
  • Martedì, 21 Ottobre 2025
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Il Fontego dei Turchi, edificio storico che sorge sul Canal Grande e ospita il Museo di Storia Naturale di Venezia dal 1923 - Foto arch. Museo Il Fontego dei Turchi, edificio storico che sorge sul Canal Grande e ospita il Museo di Storia Naturale di Venezia dal 1923 - Foto arch. Museo

Se la fondazione del museo può sembrare recente rispetto ad altre istituzioni italiane, l'idea di un museo naturalistico a Venezia risale ad un secolo prima e si deve ad uno studioso di Chioggia, Gian Domenico Nardo che, nel 1834, presentò al viceré del Regno Lombardo-Veneto un progetto di riordino delle collezioni naturalistiche già presenti in città: quelle del Civico Museo e Raccolta Correr e quelle del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Oggi oltre due milioni di esemplari (animali, vegetali, fossili, minerali, reperti etnografici, ecc.) costituiscono il vasto patrimonio del museo frutto di donazioni, depositi e acquisizioni.

Le collezioni scientifiche

Il Museo comprende ampie sezioni zoologiche e botaniche, frutto di raccolte e ricerche sul territorio. Conserva erbari del XVIII secolo e il prezioso Algario di Giovanni Zanardini. Del patrimonio storico fanno parte anche i modelli di imbarcazioni e strumenti di pesca in uso nella laguna di Venezia, donati nel 1880 dal conte veneziano di origine greca Alessandro Pericle Ninni (1837-1892) e realizzati dall'artigiano chioggiotto Angelo Marella. In tutto 153 pezzi oltre a 567 disegni raffiguranti gli emblemi dipinti sulle vele dei pescatori.

Nelle sale del Fontego sono ospitati anche i reperti etnografici provenienti dai viaggi di Giovanni Miani (1810-1872), eclettico esploratore veneto che, nel 1859, organizzò una spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo durante la quale risalì il fiume fino al punto più avanzato mai raggiunto da un europeo. Non riuscì nel suo intento: le sorgenti sarebbero state scoperte nel 1862 dagli inglesi. Nel corso della sua permanenza in Africa, dove morì, raccolse armi, oggetti rituali e di uso quotidiano donati alla città.

Tra le raccolte ottocentesche vanno citati gli oltre 2000 preparati anatomici di Enrico Filippo Trois (1838-1918), spesso ottenuti con tecniche tutt'ora non conosciute. La sua collezione è stata completamente restaurata ed è quasi integralmente esposta.

Il nuovo allestimento, tra innovazione e tradizione

Dopo i lavori di restauro dell'edificio, è stato avviato un nuovo progetto di allestimento delle sale e dell'area di accoglienza, concluso nel 2001. La vista del museo inizia con la sezione "Sulle tracce della vita": la prima sala è dedicata alla spedizione Ligabue che, nel 1973, portò alla luce reperti di oltre 100 milioni d'anni fa tra cui lo scheletro quasi completo di un dinosauro lungo oltre sette metri (Ouranosaurus nigeriensis) e parti del gigantesco coccodrillo Sarchosuchus imperator.

Il percorso poi si snoda attraverso le sale mostrando animali e piante, ricostruzioni di organismi e ambienti nei diversi periodi geologici. Gli icnofossili, cioè le tracce fossili lasciate da diversi organismi nel corso dell'evoluzione, di cui il Museo possiede una ricca e originale collezione, accompagnano il visitatore lungo tale particolare viaggio. La sezione "Raccogliere per stupire, raccogliere per studiare" illustra l'evoluzione del collezionismo naturalistico: dalle raccolte con finalità prevalentemente estetiche a quelle di classificazione scientifica. Un contesto culturale e storico particolare, tra positivismo e colonialismo italiano, viene riassunto nelle sale africane dedicate alle collezioni Miani e De Reali. Il tema dell'evoluzione della museologia naturalistica è riassunto nelle sale successive: prima in una Wunderkammer, ovvero la cinquecentesca Camera delle Meraviglie in cui si affollavano oggetti preziosi, rari, bizzarri, grotteschi o mostruosi, con lo scopo di stupire.

Rievocando stili e canoni d'epoca sono state anche riorganizzate le principali collezioni storiche, insieme alle strumentazioni scientifiche e a pubblicazioni dei naturalisti veneziani."Le strategie della vita" sono invece il tema trasversale sviluppato nel prosieguo del percorso che spazia dal significato del movimento al ruolo della nutrizione ricostruendo una sorta di catena alimentare formata da vegetali, erbivori, carnivori e decompositori. Il percorso si conclude nella "Galleria dei Cetacei".Qui ha trovato nuova collocazione un importante reperto, una balenottera comune rinvenuta spiaggiata nel 1928 sul litorale di San Giovanni a Teduccio, presso Napoli. Lo scheletro di 20 metri, dopo accurati lavori di pulizia, restauro, studio e documentazione, è stato ricomposto ed esposto con una scenografia semplice ma attraente.

Le attività scientifiche ed educative

Il Museo coordina e realizza attività di ricerca in laboratorio e sul territorio. Di particolare significato sono il monitoraggio e le ricerche rivolte alla Laguna di Venezia e alla sua fauna, i censimenti ornitologici, la raccolta di dati riguardante la fauna aliena e il supporto nell'attività di repressione del commercio di specie protette e in estinzione. Dal 2016 gestisce un centro di primo soccorso per tartarughe marine, ubicato nel Lido di Venezia. La biblioteca scientifica, che conta oltre 40 mila titoli e 2500 periodici, conserva edizioni cinquecentesche e seicentesche e manoscritti ottocenteschi dei naturalisti veneziani. Il Museo accoglie circa 80.000 visitatori l'anno, e propone un'ampia offerta di attività e servizi educativi, rivolti alle scuole, agli esperti del settore e al pubblico non specializzato, con particolare attenzione all'accessibilità e alle esigenze delle persone con bisogni specifici. Rappresenta un punto di riferimento per la comunità scientifica locale e un luogo privilegiato per l'organizzazione e l'accoglienza di convegni, conferenze ed eventi scientifici aperti al pubblico.

I basilischi

Frutto della manualità di abili mistificatori, i basilischi hanno popolato i miti e le leggende fin dall'antichità. Parti di animali diversi venivano montate con maestria a formare mostri artificiali, venduti per veri. Sono descritti con grande varietà di fattezze che vanno dal serpentello con una corona sulla testa al gallo con coda di serpente, ed erano comunque ritenuti fonte di influssi malefici.

Nonostante oggi sia chiaro che queste creature non sono animali realmente esistiti, in passato essi hanno interessato scienziati di tutte le epoche storiche, alcuni dei quali già ne confutavano l'origine naturale. Ne parla, ad esempio, il naturalista Edoardo De Betta al capitolo "Delle favole e pregiudizij della storia dei Rettili" in "Erpetologia delle provincie Venete e del Tirolo meridionale" (1857). I basilischi più semplici venivano realizzati con resti essiccati di pesci cartilaginei, per lo più razza chiodata (Raja clavata) e pesce angelo (Squatina sp.), modificandone ad arte le fattezze con abili contorcimenti e applicandovi occhi di vetro.

Al Museo di Venezia sono esposti due esemplari storici, la cui provenienza rimane misteriosa. Il primo, datato alla metà del XVI secolo, è realizzato con un individuo di piccole dimensioni di Squatinas quatina, in veneziano squalena. È attribuito con qualche dubbio a Leone Tartaglini di Fojano della Chiana, esperto imbalsamatore toscano che viveva a Venezia attorno alla metà del Cinquecento e possedeva un "teatro delle varie cose naturali", comprendente anche basilischi. Il secondo esemplare, di difficile datazione, inizialmente descritto come "torso di scimmia unito ad una coda di pesce", in base a recenti interventi di restauro ha rivelato una natura più complessa. È costruito con parti anatomiche animali assemblate a strutture in legno e ad altri materiali tra cui peli di mammiferi; per l'addome e la dentatura sono state utilizzate parti di pesci, mentre le unghie appartengono a un mammifero di medie dimensioni, il tutto completato da maligni occhietti rossi.

Gli articoli "I Musei delle Meraviglie" sono curati da Sabrina Lo Brutto, Università degli Studi di Palermo e National Biodiversity Future Center; Vittorio Ferrero, Università degli Studi di Torino; Franco Andreone, Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.

Le foto di questo articolo sono gentilmente concesse dal Museo di Storia Naturale G. Ligabue

Aperitivi al museo: un’attività di incontri che si tiene nell’esotico chiostro del Fontego dei Turchi
Attività didattiche
Basilisco (seconda metà del XVI sec.) attribuito al preparatore Leone Tartaglini
Sala di Paleontologia
 La galleria dei Cetacei, con il gigantesco scheletro sospeso di Balenottera comune
Il suggestivo allestimento della sala dedicata al movimento degli organismi nell’acqua
Il dinosauro Ouranosaurusnigeriensis nella sala dedicata alla spedizione scientifica di G. Ligabue in Niger
Visite guidate nella grande sala dedicata alle collezioni storiche del Museo
Basilisco (XIX sec.)

 

 

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scienze naturali

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