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Un museo di storia naturale per la città e per il territorio siciliano

Tra i pochi del suo genere, racconta la biodiversità di un territorio ai confini dell'estremo Sud italiano e si presta come strumento di educazione ambientale.

  • Vincenzo Liardo
  • Giugno 2024
  • Martedì, 4 Giugno 2024
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Una delle sale del Museo - Foto p.g.c. del CEA Una delle sale del Museo - Foto p.g.c. del CEA

Correvano gli anni '80 e in Sicilia il fermento ambientalista sfociava nella storica "marcia dello Zingaro" che avrebbe cambiato le sorti di molte aree naturali, altrimenti destinate alle devastazioni dell'abusivismo e delle speculazioni private. A Niscemi, piccolo centro della provincia di Caltanissetta, era particolarmente sentita l'esigenza di salvaguardare il più importante relitto di sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale dalle sempre più dilaganti piaghe degli incendi, dei disboscamenti e delle discariche abusive.

Per molto tempo era rimasta una sfida ardua, fin quando, nel 1989, un gruppo di insegnanti e naturalisti, associati in ciò che attualmente prende il nome di Centro Educazione Ambientale (CEA), diede vita all'istituzione del Museo Didattico Comprensoriale di Storia Naturale, dedicando ampio spazio agli ecosistemi di straordinario pregio paesaggistico e alle pregevoli emergenze floristiche e faunistiche della sughereta. La missione era quella di cambiare i comportamenti dei propri concittadini avvicinandoli alla natura attraverso la conoscenza, la salvaguardia e la valorizzazione del proprio patrimonio ambientale. Per farlo occorreva agire sulle giovani generazioni e - ben presto - il Museo divenne il punto di riferimento per l'educazione ambientale nelle scuole del territorio.

Il CEA, in un decennio, avvia un'azione divulgativa mai registrata prima: migliaia di scolaresche vengono condotte in visita al Museo e al bosco, favorendo il sorgere di una nuova cultura naturalistica nella gente del luogo. Gli studi scientifici sulla consistenza della biodiversità, inoltre, contribuirono a giustificare l'istituzione della futura riserva. Finalmente, il 25 luglio del 1997 con D.A. 475 la sughereta cambia destinazione d'uso: da "discarica" viene nobilitata a Riserva Naturale Orientata Sughereta di Niscemi.

Un museo dai numeri importanti

Trentacinque anni di attività, 600 metri quadrati di superfice espositiva, ottanta vetrine con reperti animali e vegetali, tredici diorami sugli ecosistemi naturali del bosco, del lago e di varie nicchie ecologiche, 237 cassette entomologiche con 8.282 insetti (di cui 2.916 lepidotteri, 2.246 coleotteri e 3.120 altri ordini), 756 fossili del territorio italiano, 156 minerali, 50 rettili a secco e in liquido, 316 uccelli, 68 mammiferi, 26 anfibi e pesci, 1.100 molluschi, 223 piante e altri taxa, per un totale di 11.500 reperti esposti.

Le peculiarità naturalistiche del Museo

Il museo è stato creato con un taglio principalmente didattico. Le modalità espositive, chiare e sintetiche, guidano il visitatore ad un agevole approccio alla conoscenza degli ecosistemi naturali, senza rinunciare al necessario rigore scientifico. Il materiale esposto, corredato da didascalie e grafiche accattivanti, si presta ad una facile lettura da parte di scolaresche di ogni ordine e grado. È Comprensoriale. Le varie tematiche fanno riferimento agli aspetti ecologici, ambientali e antropologici circoscritti nell'area centro-meridionale della Sicilia, in cui ricadono tre importanti ecosistemi naturali: la Sughereta di Niscemi, il Bosco di Santo Pietro e il Biviere di Gela. Di fatto, la stragrande maggioranza dei reperti provengono dal comprensorio del territorio di Niscemi e fanno di questo Museo uno strumento ideale per insegnanti e studiosi della natura desiderosi di saperne di più su questa parte di Sicilia.Nelle ampie sale del Museo l'ordine espositivo inizia con la geografia fisica, la geologia e la mineralogia, dove trovano posto minerali, rocce e fossili di tutte le ere geologiche. Tra gli Orthoceras e i trilobiti del Marocco, risaltano candidi fossili di poriferi e crinoidi, tra i più antichi della Sicilia, provenienti dai sedimenti carbonatici del Permiano della Valle del Sosio. Altrettanto rappresentati sono ammoniti, belemniti e brachiopodi del Mesozoico. Del Cenozoico spiccano i resti di pesci, i denti di squalo e gli otoliti, nonché il calco del raro crinoide sessile Cyathidium foresti. Una ricca raccolta di ittioliti, resti fossili di pesci su diatomiti messiniane di Tripoli, provenienti dalle colline limitrofe alla Piana di Gela, offre una ampia panoramica della fauna mediterranea del Miocene superiore. Tra i ritrovamenti, pesci ago, pesci lanterna, pesci sciabola, barracudina, nonché uno dei pochi tetraodontidi scoperti in Europa, Archaeotetraodon zafaranai. Numerosi diorami, di grandi e piccoli dimensioni, ricostruiscono paesaggi ed ecosistemi realizzati con materiali provenienti dai luoghi rappresentati. Tronchi, fogliame, animali impagliati e insetti veri si fondono a modelli di fiori, di piante e di funghi costruiti ad arte. Tutti offrono al visitatore lo spunto per sviluppare le tematiche ecologiche; così, il diorama col gabbiano sui rifiuti non è mera ostentazione di un uccello, ma la narrazione scenografica di un problema attuale vissuto e subito dal territorio. In exsiccata vengono proposte centinaia di specie floristiche negli erbari a fogli girevoli o fissi. Ma ciò che sorprende di più il visitatore sono le ricche collezioni entomologiche, per la maggioranza rappresentate da fauna autoctona, ma anche da fauna esotica con specie di insetti che sfoggiano colori sgargianti e dimensioni considerevoli. A queste, si aggiungono altrettanto ricche collezioni malacologiche e ornitologiche.

La soltudine di un pesce palla

Il Museo vanta la scoperta dell'unico esemplare di Archaeotetraodon zafaranai. La storia del pesce palla fossile inizia durante una fresca domenica estiva del 1995 quando, un inconsueto insegnante con avventurosi giovani seguaci, presso monte Gibliscemi, si imbatte in un masso di tripoli e inizia a sezionarlo. Meravigliati, scoprono l'impronta intatta di un pesce e, ignari del prezioso ritrovamento, ne immortalano il momento con una foto. Il fossile fu studiato nel 2010 dal prof. J. Tyler della Smithsonian Institution di Washington. Sin dalle prime osservazioni fu subito notata la sua particolarità, aveva scaglie spinulose bifide che lo differenziavano dai pochi affini conosciuti. Era vissuto sette milioni di anni fa nelle acque profonde del Mediterraneo, era adattato a tollerare basse concentrazioni di ossigeno ed aveva il corpo allungato e affusolato, con una estesa copertura di spine dal capo alla coda. Dell'esemplare raccolto la parte integra è conservata, come olotipo su cui è stata descritta la nuova specie, presso il Museo di Storia Naturale di Pisa, la parziale controparte è esposta al Museo di Niscemi insieme a due ricostruzioni. La specie è così chiamata in onore del curatore del Museo Salvatore Zafarana, che raccolse l'olotipo e ne riconobbe l'importanza.

 

Gli articoli "I Musei delle Meraviglie" sono curati da Sabrina Lo Brutto, Università degli Studi di Palermo e National Biodiversity Future Center; Vittorio Ferrero, Università degli Studi di Torino; Franco Andreone, Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.

 

Foto p.g.c. CEA Niscemi
Foto p.g.c. CEA Niscemi
Foto p.g.c. CEA Niscemi
Foto p.g.c. CEA Niscemi
Foto p.g.c. CEA Niscemi
Foto p.g.c. CEA Niscemi

 

Per approfondimenti:

Pagina Facebook CEA 

Sito internet CEA

Sito internet Geloi Wetland

Pagina Instagram Geloi Wetland

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scienze naturali

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