Non si tratta solo di "dare una mano", ma di far parte di un progetto condiviso. Dalla raccolta dei rifiuti lungo i sentieri alla cura di aiuole fiorite: ogni gesto contribuisce a rendere spazi di verde urbano più gradevoli, accoglienti e vivi. E allo stesso tempo, queste esperienze offrono occasioni concrete di autonomia, relazione e crescita personale.
Il contatto diretto con la natura ha un valore speciale: stimola i sensi, favorisce il benessere e rafforza il legame con il territorio. Per molte persone con disabilità, lavorare all'aperto significa anche acquisire nuove competenze, sviluppare abilità pratiche e sentirsi parte integrante di una comunità. È un modo per superare barriere, non solo fisiche ma anche culturali.
I parchi, da parte loro, si arricchiscono di una presenza attenta, motivata e capace di portare uno sguardo diverso, spesso più sensibile e rispettoso verso l'ambiente. In questo scambio reciproco, l'inclusione diventa una risorsa, non un limite: un'opportunità per costruire spazi davvero accessibili, in cui la biodiversità si intreccia con la diversità umana.
Sono queste le caratteristiche salienti del progetto avviato al Parco urbano Le Vallere, all'interno dell''Ente di gestione delle Aree protette del Po piemontese, su iniziativa dell'Unione dei comuni di Moncalieri, Trofarello e La Loggia e realizzato dalla Cooperativa Frassati.
La storia di questa esperienza la raccontano in due, perché in fondo è proprio così che funziona nel progetto per il Parco Le Vallere: a incastri, a staffette, a voci che si sovrappongono. La voce è quella di Luca e Lorenzo, che da circa sei, sette anni accompagnano questo gruppo un po' speciale, un po' rumoroso, ma unico, fatto da una ventina di persone, dall'età media di 25 anni. Fanno parte di un gruppo di lavoro formato di educatori professionali del servizio territoriale che operano nell'ambito della disabilità. Luca e Lorenzo rappresentano una presenza consolidata, grazie ai loro vent'anni di esperienza. Con il tempo si sono aggiunti nuovi colleghi, arricchendo la squadra di competenze e professionalità: ora anche Federica è nel gruppo delle Vallere.
"Il gruppo è un bel miscuglio, e lo diciamo con un sorriso: sono persone con radici che affondano non solo in Italia ma anche in Romania, Albania, Tunisia. C'è Emanuela che non sta mai ferma, Giovanni che è un precisino, Mohamed che osserva e poi agisce, Floarea con le sue risate improvvise, Cinzia sempre pronta a collaborare. E poi tanti altri, nomi di fantasia, ma storie reali, quotidiane.
La collaborazione è iniziata anni fa e nel tempo abbiamo fatto un po' di tutto dentro questo parco di 34 ettari che ormai conosciamo palmo a palmo. L'attività di base, quella che non salta mai, è la raccolta dei piccoli rifiuti: ogni settimana, lungo i sentieri più frequentati, soprattutto in primavera e in estate, quando il parco si riempie. È un lavoro semplice, apparentemente, ma ha una sua ritualità: pinza alla mano, noi la chiamiamo il ciapa ciapa - che in piemontese significa prendi prendi - sacchi, sguardi bassi e attenzione ai dettagli. Questo è anche un modo per sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Poi siamo intervenuti nel giardino didattico. Qui gli strumenti sono diversi: guanti, forbici, rastrelli, e via a togliere rovi ed erbacce che soffocavano gli alberi più grandi. Un lavoro manuale, concreto. Alcuni ragazzi all'inizio erano titubanti, poi ci hanno preso gusto, nessuno è rimasto indietro, con soddisfazione di tutti.
In quel giardino abbiamo anche costruito un piccolo orto. Proprio davanti alla casetta del progetto MoVITo dell'Università di Torino*, un hotel per gli impollinatori. Una struttura delicata, che a fine ottobre mettiamo al riparo per proteggerla dalle intemperie e che a marzo rimettiamo al suo posto, dando una sistemata alle cortecce, alle pigne, ai rametti utili a varie specie di insetti che lì trovano riparo, possono fare il nido e riprodursi e grazie alla quale i ricercatori registrano la loro presenza. Il nostro orto è proprio lì davanti: salvia, timo, lavanda, maggiorana, un angolino semplice, ma vivo. Dal produttore al consumatore, diciamo noi con soddisfazione. Lo stesso spirito e piante aromatiche li abbiamo portati altrove, in un vascone vicino agli uffici dei guardaparco, anche le ortensie le abbiamo piantate da noi.
Non sono mancati lavori più «di servizio»: dipingere locali, spostare faldoni, svuotare stanze di materiale accumulato negli anni. Sembrano dettagli, ma fanno la differenza. Negli ultimi tempi, una bella avventura è stata la ciclofficina, in collaborazione con l'Associazione Torino Bike Experience. Una scuola ci ha donato una cinquantina di biciclette, quasi nuove ma bisognose di cura. Imparando giorno dopo giorno i segreti del mestiere le abbiamo sistemate: gomme gonfiate, ruggine controllata, copertoni e camere d'aria sostituiti, freni regolati. Ora l'idea è di usarle con i ragazzi delle scuole, per far loro conoscere il parco pedalando, come già accaduto la scorsa primavera durante il Festival del cicloturismo.
Noi lavoriamo qui il mercoledì e il giovedì con tre gruppi diversi. Il mercoledì è delle persone più autonome e si fa anche lavoro più complesso, come dare il bianco per esempio. Il giovedì pomeriggio invece ci sono ragazzi con più difficoltà e le attività diventano più mirate, più calme, ma non meno importanti.
E poi ci sono le storie singole, che fanno la differenza. Abbiamo un ragazzo nello spettro autistico: per lui l'attenzione è fragile, sfuggente. Ma quando lavora la terra cambia tutto, si concentra, si calma, trova il suo spazio, è maestro nell'utilizzare zappa, rastrello, forbici. Pure quando andiamo a pulire il parco, arriva, determinato, con il suo attrezzo per raccogliere cartacce già pronto in mano.
Un'altra soddisfazione grande è vedere i risultati concreti. Ridipingere le stanze che sono a nostra disposizione ad esempio: il prima e il dopo sono evidenti. I ragazzi lo vedono, lo toccano, ne sono orgogliosi. È lo stesso è stato quando abbiamo costruito un piccolo circuito per le biciclette con cumuli di terra, salti, avvallamenti. Non sarà un lavoro da manuale, ma è lì, visibile, utilizzabile da tutti. E loro lo sanno. Ci diamo da fare anche per gli eventi: montiamo gazebo, sistemiamo tavoli e sedie, prepariamo gli spazi. Ogni volta è diversa dalla precedente e ogni volta c'è la volontà di dare aiuto.
Ad alcuni minori è stato dedicato un progetto nel progetto, alcune sessioni di Pet therapy, con l'associazione Viva. Abbiamo coinvolto le famiglie, d'accordo fin dal primo momento a procedere. È stata un'esperienza forte. All'inizio qualcuno era spaventato, tra questi alcuni ragazzi musulmani per i quali il cane è un animale con cui non hanno familiarità. E piano piano è sbocciato qualcosa di bello: Mohamed, sulle prime timoroso, ha iniziato a lanciare la pallina, poi a farsi più vicino, fino ad accarezzare il cane, meraviglioso amico e tutore. Un piccolo grande passo. Lui parla poco in pubblico, ma con i cani si è espresso, senza parole in una vicinanza non verbale che sblocca le emozioni e per persone come lui significa tanto.
Alla fine, se ci chiedete cos'è tutto questo, rispondiamo che non è solo lavoro: è continuità, è fiducia, è vedere persone crescere dentro attività semplici ma significative. È uno spazio dove ognuno trova il suo ritmo".
* MoVITo: Progetto di citizen science dell'Ateneo per mappare la presenza degli impollinatori nell'area metropolitana torinese. Coinvolge attivamente cittadini e studenti nella raccolta dati tramite l'app iNaturalist e prevede l'installazione di "BeeHotels" negli orti urbani per favorire la nidificazione MoVITo - Monitoraggio e Valorizzazione degli Impollinatori nella Città Metropolitana di Torino | Università di Torino
