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Tante proposte, due parchi nazionali

Continua il nostro viaggio nella storia delle aree protette itaiiane. Vediamo come nacquero i primi due parchi nazionali.

  • Luigi Piccioni
  • Settembre 2025
  • Giovedì, 11 Settembre 2025
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Un panorama del Parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise - Foto A. Iannarelli Un panorama del Parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise - Foto A. Iannarelli

L'iniziativa della Pro montibus in favore dell'istituzione della riserva abruzzese propiziò un ampio dibattito nazionale tra il 1917 e il 1921 che approfondì e chiarì molti aspetti della questione dei parchi nazionali, prefigurando così le realizzazioni successive e la fisionomia di lungo periodo delle aree protette italiane. In questa vivace atmosfera, per quanto condizionata dalla guerra e dalle sue conseguenze, non vennero proposti solo singoli parchi ma anche "pacchetti" o sistemi di parchi. Nel 1918, ad esempio, il presidente dell'ormai potente Touring Club si inserì nel dibattito in corso scrivendo e promuovendo una serie di articoli sul popolarissimo bollettino dell'associazione, "Le vie d'Italia". Qui venne suggerita l'idea di creare un parco nazionale per ciascuna macroarea del Paese, ognuno con uno specifico profilo naturalistico: un parco appenninico in Abruzzo, uno o anche più parchi alpini in Trentino, uno nel Mezzogiorno continentale in Sila, un parco vulcanico delle isole sull'Etna, uno insulare delle paludi ad Oristano e infine un parco sotterraneo nella zona del Carso.

L'individuazione delle aree destinate a Parco Nazionale

La Pro Montibus, dal canto suo, molto più determinata e convinta e forte di numerosi appoggi parlamentari e ministeriali, finì col concentrare la sua campagna di comunicazione e di lobbying su tre aree di sicuro interesse naturalistico ma per le quali soprattutto le possibilità di successo apparivano maggiori: Abruzzo, Gran Paradiso e Sila. Il parco abruzzese godeva dell'essere stato oggetto di progetto ministeriale sin dal 1914, era il più vicino a Roma, aveva sponsor scientifici di prim'ordine e soprattutto era attivamente sostenuto dal notabilato locale coordinato dal suo principale esponente, il deputato marsicano Sipari. All'interesse dei naturalisti per l'istituzione del parco alpino si era aggiunto alla fine della guerra il desiderio di Vittorio Emanuele III di convertire la storica riserva reale di caccia in una riserva naturale, né mancavano tra i politici locali diversi sostenitori. Il parco calabrese, pur immaginato in una delle aree forestali più pregiate d'Italia, si faceva forte essenzialmente del calcolo delle élite locali di svilupparvi un'intensa attività turistica.

Turismo e tutela

La questione del rapporto tra tutela e sviluppo turistico condizionò in effetti già questa primissima fase della storia delle aree protette italiane, generando subito qualche conflitto e qualche fallimento. A questo riguardo, ad esempio, le tre proposte della Pro montibus apparivano molto diverse tra loro. Sul Gran Paradiso non c'era molto interesse al riguardo al turismo. Tra i sostenitori del parco abruzzese la questione non veniva apertamente sollevata, ma essa - per quanto non dichiarata - costituiva una delle motivazioni di fondo del suo principale promotore, Erminio Sipari. Nel caso della Sila, invece, gli scienziati erano praticamente assenti e la proposta si inseriva saldamente in una strategia di sviluppo economico dell'altopiano in cui il proprio turismo avrebbe dovuto avere un ruolo centrale.

A complicare le cose ci fu una presa di posizione molto dura di Bertarelli - e con lui del Touring Club - che accusarono i promotori della riserva abruzzese di voler fare un parco non "all'americana", essenzialmente turistico come avrebbe dovuto essere, bensì un parco "alla svizzera", cioè una sorta di grande riserva integrale. La presa di posizione di Bertarelli, che provocò una frattura nel fronte ambientalista destinata a durare oltre la sua morte nel 1926, era fondata su un malinteso e su un pregiudizio ma metteva in chiaro come il Touring aderisse all'idea di aree protette finalizzate anzitutto allo sviluppo delle attività turistiche, mentre il nucleo di personalità raccolte attorno alla Pro Montibus accettavano in sostanza l'impostazione e le finalità protezioniste di botanici e zoologi. Tutto questo fece in modo che nel momento in cui si creò un minimo di condizioni favorevoli all'istituzione di parchi nazionali in Italia di tutte le proposte avanzate a partire dal 1911 solo due rimanevano saldamente in campo: quella abruzzese dell'Alta Val di Sangro e quella del Gran Paradiso.

Un percorso accidentato

Ma anche per esse il percorso si rivelò accidentato. Nel gennaio 1921 anche i politici più vicini al movimento respinsero, in un'importante discussione parlamentare, l'idea di mettere formalmente in agenda la questione: soldi per i parchi non ce n'erano. Questo schiaffo indusse la Pro Montibus a moltiplicare gli sforzi, anche se in condizioni di grande difficoltà, al punto tale che in Abruzzo si decise di forzare la mano al parlamento e al governo istituendo privatamente la riserva, nel novembre 1921, con lo scopo di farla riconoscere ufficialmente al più presto. Pur non avendo mai mostrato alcun interesse per la questione ma desideroso di dare segnali di innovazione rispetto al denunciato immobilismo della classe dirigente liberale, tra il novembre 1922 e il gennaio 1923 Mussolini firmò infine i decreti istitutivi dei due parchi.

Non fu cosa da poco. Se le due riserve non erano estese come quelle nordamericane o del nord della Svezia, esse si estendevano però su decine di migliaia di ettari, erano fittamente insediate sia al proprio interno che all'esterno ed erano prossime a grandi città come Torino, Roma e Napoli: tre condizioni sino a quel momento mai viste insieme e che non si sarebbero ripetute fino alla creazione di analoghi parchi in Giappone, più di dieci anni dopo. Esse inoltre erano amministrate da un ente in cui erano rappresentati gli studiosi, le associazioni, i ministeri e le comunità locali, insomma un ente democratico mai visto fino a quel momento in Italia. Infine la loro creazione poneva l'Italia all'avanguardia della tutela ambientale in Europa, seconda soltanto a Svezia, Svizzera e Spagna.

Iniziava così l'avventura delle aree protette italiane, con soddisfazione e grandi speranze, destinate ad essere in gran parte deluse di lì a poco.

 

*Luigi Piccioni insegna storia economica nell'Università della Calabria. Questo articolo e i successivi che pubblicheremo sono tratti dal volume 'Parchi naturali. Storia delle aree protette in Italia', Il Mulino (ed. 2023).

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