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Ascensioni in montagna, chi è stato il primo?

La conquista delle vette più iconiche del pianeta ha lasciato traccia nella storia e chiunque di noi può accedere facilmente a questo tipo di informazioni.  Ma quando si tratta di una montagna semisconosciuta e di modeste dimensioni, come si fa a sapere chi è stato il primo a raggiungerne la vetta?

  • Bruno Usseglio
  • Novembre 2025
  • Martedì, 18 Novembre 2025
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Un "omino" o "ometto", tradizionale segno di passaggio umano in montagna - Foto B. Usseglio Un "omino" o "ometto", tradizionale segno di passaggio umano in montagna - Foto B. Usseglio

Le aree protette piemontesi racchiudono al loro interno gli ambienti più svariati, da quelli di pianura a quelli di alta montagna. Laddove terminano le strade, per raggiungere le cime, possiamo avvalerci di sentieri, mulattiere, o lievi tracce.

Un viaggio fatto di fatica, ma appagante per diverse ragioni: i numerosi panorami che cambiano di volta in volta, gli incontri con la natura, con gli altri o, semplicemente, con se stessi. Spesso, arrivati sul culmine, il nostro sguardo può raggiungere luoghi davvero distanti. Poi, la discesa. Diciamoci la verità, chi non ha assaporato un po' di piacere nel scendere e nell'incontrare chi è in salita, salutandolo con un lieve tono divertito e con la classica frase: "Coraggio, manca poco!"

Davvero i primi?

In occasione di un'ascensione capita di chiedersi "saremo i primi ad essere saliti in cima oggi?" Forse siamo stati davvero i primi in quel giorno, ma esiste un modo per sapere chi è stato in assoluto il primo, soprattutto per quelle cime "diversamente mitiche" che non hanno richiamato nel passato le attenzioni degli alpinisti più famosi?

I segni sul terreno e sulla carta

Per scoprire i nomi di coloro che hanno compiuto le prime salite sulle cime dobbiamo partire da una considerazione iniziale: coloro che le hanno realizzate, ma che non hanno lasciato una traccia della loro fatica, rimarranno per sempre ignoti.

Non possiamo sapere nulla dei cacciatori, pastori, contrabbandieri, emigranti o militari, che possono essere saliti, ciascuno con le proprie motivazioni, su questa o su quell'altra cima. Tutte queste persone rimarranno purtroppo nel buio della storia.

Come fare dunque a lasciare traccia del proprio salire? Immaginiamo di appartenere a quel mondo di precursori che si sono lanciati nelle conquiste delle "prime". Avvolti dalle nebbie del tempo, eccoci giunti in cima. La prima modalità che possiamo utilizzare per accorgerci se siamo davvero i primi a calpestare il suolo della vetta prescelta, consiste nel guardarci semplicemente attorno: se vediamo un cumulo di pietre, un bastone verticale o un qualsiasi drappo sventolante, qualcuno ci ha preceduto.

Al contrario, fantastichiamo ancora per un attimo di essere noi i primi conquistatori di una vetta. Raggiunta una cima vergine, eccoci impegnati a cercare immediatamente delle pietre per erigere un "omino", un piccolo insieme di sassi addossati uno sopra l'altro. Poi, preso dallo zaino un contenitore con chiusura ermetica, lo poniamo con attenzione nel cumulo roccioso appena costruito. È un prezioso testimone, una vera e propria reliquia: contiene, al suo interno, un bigliettino riportante i nostri nomi, la data, eventualmente l'itinerario compiuto, qualche nostro pensiero.

Chi arriva dopo, passata la delusione per il primato svanito, cerca all'interno del cumulo la scatoletta, l'apre, legge il suo contenuto e, a sua volta, lascia un segno della sua salita. Un vero e proprio precursore del "moderno" quaderno di vetta.

La nascita dei sodalizi di montagna, il CAI fra tutti, ha consentito di produrre e diffondere le relazioni scritte delle prime salite, grazie alle pubblicazioni sociali. Spesso, anche i giornali locali non disdegnavano di dare qualche notizia in merito.

Ciononostante, in un'epoca in cui i "social" non erano ancora portatili e immediati, poteva persino accadere che un riconosciuto alpinista salisse una cima ignaro di essere stato preceduto da altri. Prendiamo l'esempio del Bric Bucie nelle Alpi Cozie.

Carlo Ratti, Cesare Fiorio e C. Rossi lo salgono il 23 luglio 1876 passando dalla val Pellice. Qualche settimana più tardi, il 5 settembre, Paul Guillemin, membro del Club Alpino Francese, con due guide, scala la stessa cima, ricevendo una cocente delusione. Quest'ultimo, nella sua relazione, si sofferma sull'impresa dei torinesi che lo hanno preceduto, scrivendo che "la loro riuscita era sconosciuta nel Queyras".

Dunque, in conclusione, i metodi per sapere se si stava eseguendo una "prima" erano tendenzialmente due: constatare l'assenza di segnali sulla cima e fare una accurata ricerca nelle sempre più ricche pubblicazioni.

Oggi, grazie alle diverse relazioni scritte, è possibile ricostruire le prime ascensioni di buona parte delle vette delle montagne piemontesi, anche di quelle meno note. Un primo passo per conoscere le prime salite "documentate" può essere quello di consultare presso qualche biblioteca il volume scritto da Luigi Vaccarone dal titolo Statistica delle prime ascensioni nelle Alpi Occidentali, edito dalla tipografia L. Roux e c. a Torino nel lontano 1890.

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