Tra complessità tassonomiche e una progressiva scomparsa dai contesti urbani, la sua storia racconta in modo eloquente quanto stiamo perdendo. Dalle campagne del Novarese alle sponde del Po, l'indagine è aperta: e stavolta, per tenerla in vita, possono fare la differenza anche un giardino, una pozza d'acqua e un'app sul telefono.
La voce della primavera e la resistenza della natura
Eccoci a una nuova puntata dello Sherlock Holmes degli anfibi, dedicata a una specie che non ha bisogno di presentazioni: la raganella italiana, Hyla intermedia, forse il più amato tra i nostri anuri. Il suo portamento grazioso, la vita arboricola, il canto ritmato e quel verde brillante quasi fluo ne fanno da sempre una sorta di mascotte del mondo anfibio italiano. Non è sempre facile da incontrare, ma è ancora presente in gran parte dell'Italia continentale - e anche nel nostro Piemonte, sebbene la sua presenza si faccia sempre più rarefatta man mano che ci si addentra nei contesti urbanizzati.
Chi passeggia la sera lungo le sponde della Stura, o nei prati umidi della cintura periurbana torinese, nella stagione giusta può però ancora imbattersi in un coro notturno inconfondibile: un "cra-cra-cra" ritmato e insistente, capace di dominare l'aria primaverile anche a notevole distanza. Nel panorama della biodiversità europea, pochi suoni sono altrettanto caratteristici - e altrettanto evocativi dell'arrivo della primavera. Ma la raganella non è solo una presenza sonora: per la tradizione scientifica del Vecchio Continente, questa specie ha rappresentato per secoli ben più di un semplice anfibio. È stata il simbolo della vitalità delle zone umide, l'ambasciatore degli stagni ancora intatti, e al tempo stesso un modello biologico d'elezione per i pionieri dell'etologia e della bioacustica. Lo testimoniano anche le ricerche condotte nell'ateneo torinese da Sergio Castellano e colleghi sull'advertisement call delle raganelle europee.
Fin dai tempi dei naturalisti ottocenteschi, questo minuscolo acrobata verde ha attirato i ricercatori per almeno due ragioni: la capacità di produrre decibel sproporzionati alla taglia, e la peculiare morfologia dei dischi adesivi che ne fanno un perfetto conquistatore delle superfici verticali. Ma c'è un terzo aspetto, forse il più popolare: la raganella è stata a lungo considerata un autentico barometro vivente. La sua straordinaria sensibilità alle variazioni di umidità e pressione atmosferica ha alimentato per generazioni la credenza che il suo canto anticipasse infallibilmente l'arrivo della pioggia. Una credenza non del tutto infondata, come già osservava Michele Lessona nella sua monumentale cura dell'edizione italiana de "La vita degli animali" di Alfred E. Brehm, dove distingueva con precisione tra il dato folkloristico e la reale risposta biologica dell'animale agli stimoli ambientali.
La resistenza contro il cemento
Oggi, in un'accezione più squisitamente ambientale, questo anuro funge da barometro della salute degli ecosistemi: la sua scomparsa è il segnale che abbiamo superato una soglia critica di degrado. Per chi si occupa di ricerca zoologica, il gracidio di Hyla intermedia non è solo un segnale biologico, ma la conferma di una resistenza - quasi partigiana – nei confronti della progressiva erosione degli habitat naturali. I dati relativi al tessuto urbano di Torino restituiscono un quadro sconfortante: all'interno della città le segnalazioni sono praticamente nulle. La raganella è stata sfrattata dal centro urbano da decenni, e non solo da Torino: lo stesso vale per pressoché tutte le grandi città italiane. A differenza del rospo smeraldino - di cui abbiamo già parlato in questa rubrica, esempio classico di specie antropofila - la raganella non è in grado, se non limitatamente, di adattarsi: ha bisogno di corpi d'acqua, certo, ma anche di connettività arborea, di quella trama verde e umida che il cemento e l'asfalto hanno quasi ovunque reciso.
Hyla intermedia non è mai stata al centro della mia ricerca in senso stretto, eppure è sempre stata una presenza costante nel corso dei miei studi erpetologici - una compagna fedele di tante notti sul campo. La ricordo bene per esempio durante le attività di conservazione sul pelobate fosco (Pelobates fuscus) nell'Eporediese, nel Torinese, nelle campagne del Novarese: mentre cercavo tracce di quel rarissimo anuro tra le risaie e i siti temporanei, il canto della raganella faceva da sottofondo a una pianura che cambiava volto troppo velocemente. Era una presenza quasi malinconica, nella sua ostinazione acustica.
Ma il ricordo più nitido è quello di "certe notti" alla Ligabue – trascorse insieme al mio caro amico Riccardo Fortina lungo un canale nei pressi del Carcere di Ivrea. Eravamo lì nel buio, torce in mano, a cercare il pelobate, mentre le raganelle "patriote" cantavano alle nostre spalle, quasi a schernirci con la loro versione di Bella ciao. Poco più in là, le guardie di un istituto di massima sicurezza - non esattamente abituate a vedere figure aggirarsi di notte con lampade frontali lungo i fossati - ci intimarono con decisione di qualificarci. Il nostro peregrinare erpetologico doveva avere, oggettivamente, qualcosa di piuttosto sinistro. Un momento sospeso tra la natura elusiva e la rigidità del luogo, con il coro degli anfibi che sembrava farsi beffe, con grazia, di tutto quanto.
Ansia tassonomica feat conservazione
A complicare ulteriormente il quadro interviene quella che Spartaco Gippoliti chiama con un'espressione quanto mai efficace, "taxonomic anxiety": l'ansia, talvolta paralizzante, che si genera nell'intersezione tra la tassonomia in rapido movimento e le esigenze pratiche della conservazione. Nel caso della raganella, questo disagio ha assunto contorni ben precisi: le popolazioni del nord Italia sono risultate geneticamente differenziate in modo significativo rispetto a quelle centro-meridionali, al punto che Christophe Dufresnes e collaboratori, nel 2018, hanno proposto di riconoscerle come entità distinta, denominandola "raganella di Perrin", oggi accettata come sottospecie, Hyla arborea perrini - separandola da Hyla intermedia sulla base di evidenze genomiche.
La distinzione, tuttavia, rimane per ora esclusivamente genetica. Sul piano morfologico e comportamentale, Hyla intermedia perrini, presente in Pianura Padana e nelle aree circostanti, è praticamente indistinguibile dalla forma più meridionale: per riconoscerla occorrono le analisi di laboratorio, non l'occhio del naturalista. Per chi osserva sul campo, si tratta dello stesso piccolo acrobata verde che da sempre popola le pianure piemontesi. È proprio su questo scarto tra la velocità della sistematica molecolare e la lentezza degli strumenti legislativi che Spartaco ha più volte acceso il dibattito. L'irritazione dei conservazionisti davanti allo "spacchettamento" delle specie è comprensibile: basta scorrere le specie elencate nella Direttiva Habitat per rendersi conto di una rigidità che non riesce a stare al passo con l'avanzare della tassonomia. Fino a qualche decennio fa si riteneva che l'erpetofauna europea fosse sostanzialmente stabile e ben conosciuta in ogni suo aspetto - un'affermazione rivelatasi, nel tempo, assai imprecisa.
Il rischio concreto è che l'incertezza sul nome diventi un alibi per l'inerzia. La conservazione ha bisogno di riferimenti tassonomici stabili; ma la scienza, per sua natura, non può smettere di correggere se stessa. Trovare un equilibrio tra questi due imperativi è forse una delle sfide più sottovalutate della biologia applicata contemporanea.
Sinfonie per habitat perduti
Il territorio torinese, nonostante la forte urbanizzazione, conserva ancora elementi favorevoli alla persistenza della raganella. Il Po e i suoi affluenti offrono fasce ripariali con vegetazione erbacea e arborea che, almeno nei tratti più periferici, possono ancora ospitare piccole popolazioni. Le aree umide relitte della pianura torinese, i fontanili, i fossi irrigui e alcuni laghetti nei parchi della cintura costituiscono potenziali siti riproduttivi: avamposti preziosi, spesso ignorati, di una biodiversità che resiste.
Il declino della raganella trova una delle sue illustrazioni più eloquenti nell'estinzione documentata in Valle d'Aosta - una perdita che impone una riflessione profonda, tanto più considerando che la specie è classificata a livello nazionale come a "Minor Preoccupazione" (LC) per la sua ampia diffusione nel resto della penisola. La popolazione valdostana, come quelle di altre valli alpine analoghe, non ha retto alle trasformazioni del territorio. Storicamente la raganella occupava le aree di fondovalle, in particolare le zone umide, i canneti e i boschi ripariali lungo l'asse della Dora Baltea.
La sua scomparsa da questa regione segue un copione tristemente ricorrente: la trasformazione del fiume e la bonifica delle aree umide per far posto ad agricoltura e urbanizzazione hanno cancellato i siti riproduttivi uno dopo l'altro. Le popolazioni alpine sono spesso relitte o pioniere; una volta distrutto l'habitat in una valle chiusa, non esiste possibilità concreta di ricolonizzazione naturale dalle aree limitrofe - tanto più quando i corridoi ecologici sono interrotti da strade e insediamenti industriali. È una trappola senza via d'uscita, e la Valle d'Aosta ne è oggi la dimostrazione più evidente.
Oltre le "città di pietra": diventare sentinelle con il progetto TO-herp
La sopravvivenza della raganella non può essere affidata solo alla resilienza biologica o al caso. Oggi abbiamo a disposizione uno strumento concreto: la citizen science. Il progetto TO-herp, coordinato dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino e dall'Università di Torino, nasce proprio per trasformare ogni cittadino in un osservatore attivo della biodiversità urbana (iNaturalist/TO-herp).
Ad oggi il progetto ha raccolto 667 segnalazioni, censendo 21 specie di anfibi e rettili che ancora resistono nel tessuto metropolitano. I numeri sono incoraggianti, ma dicono anche quanto lavoro resti da fare: Hyla intermedia compare con sole 3 segnalazioni, il che restituisce l'immagine di una presenza estremamente frammentata. È lecito sperare che si tratti almeno in parte di un silenzio da attribuire alla mancanza di osservatori, più che all'assenza reale della specie. Partecipare a TO-herp non significa solo scattare una foto: significa contribuire a una mappa che permette ai ricercatori di individuare corridoi ecologici, monitorare le specie aliene e pianificare interventi nei punti più critici.
Non servono competenze specialistiche. Nelle sere di primavera, lungo il Po, nei giardini periferici o nelle zone umide della cintura torinese, il canto della raganella è ancora lì - basta fermarsi ad ascoltarlo. Registrarlo sull'app, fotografare quel piccolo profilo verde su una foglia, è un gesto semplice con un peso reale. Un modo per decidere che il paesaggio sonoro delle nostre città non debba essere fatto solo di traffico, ma continui a fare spazio a quel coro antico che, finché c'è, ci dice che qualcosa ancora tiene.
* Franco Andreone è Conservatore di Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro del gruppo di coordinamento dell' IUCN/SSC Amphibian Specialist Group, Co-Editor di FrogLog e Co-Chair di IUCN/SSC Italia
