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Elegia del rospo smeraldino, il Luffy delle nostre periferie

Si tratta di una specie di anfibio nostrano meno minacciata di altre, spesso l'unica che si riesca ancora a trovare nelle nostre città. Si è infatti adattata a vivere nelle periferie, tra gli orti urbani e nelle pozze temporanee che si formano dopo un piovasco nei cantieri abbandonati.

  • Franco Andreone*
  • Ottobre 2025
  • Venerdì, 24 Ottobre 2025
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Elegia del rospo smeraldino, il Luffy delle nostre periferie

Anfibi minacciati, protetti (solo?) sulla carta

Eh sì, perché ho già detto, forse anche ripetuto fino alla noia, che gli anfibi stanno soffrendo a causa della nostra benedetta impronta ecologica. Molte specie sono in declino a causa dell'alterazione degli habitat, della comparsa di patologie emergenti (come il famigerato chitridio, per esempio) e dei cambiamenti climatici. E giustamente ce ne preoccupiamo. Non quanto dovremmo, però. L'impegno economico per la loro conservazione non è davvero adeguato.

Dallo studio di J. Luetdke et al., a cui ho partecipato come coautore, risulta che ben il 41% delle specie è minacciato di estinzione, in quanto è il primo tra i vertebrati terrestri a soffrire per la perdita di biodiversità e per l'Antropocene. Ci si aspetterebbe, dunque, un impegno concreto e immediato da parte delle pubbliche amministrazioni, delle ONG e delle associazioni ambientaliste per la loro conservazione, inserendole tra le proprie "top-priority". E invece no, ci mancherebbe! Nella classifica dei progetti di salvaguardia, quelli dedicati agli anfibi si piazzano addirittura solo all'ottavo posto, dopo mammiferi, uccelli, pesci rettili, piante, insetti e molluschi e solo prima dei funghi (B. Guénard et al., 2025. Limited and biased global conservation funding means most threatened species remain unsupported)! Ora, io penso che questa classifica, a meno che non sia "sballata" (e proprio non ritengo che lo sia) è piuttosto "offensiva", visto che fra tutti i vertebrati terrestri (lasciamo i pesci a parte per il momento) dovrebbero essere gli anfibi a beneficiare maggiormente degli investimenti economici per la conservazione.

Come mi disse una volta un noto zoologo italiano (non rivelerò il suo nome per omertà corporativa), oggi consigliere di una fondazione internazionale per la conservazione della biodiversità, al quale mi ero rivolto per chiedergli un impegno concreto a favore degli anfibi: "Meglio rivolgersi ai mammiferi", sicuramente più teneri e pelosi. Eh, niente, ho dovuto desistere e abbandonare (a malincuore) l'idea di presentare un progetto di conservazione su un anfibio minacciato del Madagascar! Davvero un peccato, comunque, che gli anfibi vengano in qualche modo celebrati, ma poi, in pratica, non beneficiano di azioni concrete come meriterebbero.

L'estetica del rospo: non una bellezza classica, ma un vero carisma

Oggi, in particolare, vorrei parlarvi di un altro anfibio della nostra regione: il rospo smeraldino (Bufotes viridis balearicus). Si tratta di una specie di anfibio nostrano apparentemente meno minacciata, anche se, purtroppo, non troppo. Fra le righe, vi spiegherò anche il perché con un po' di ironia (amara). Mentre i suoi cugini sono delle vere e proprie dive dell'ecologia, vertebrati schizzinosi che si struggono per acque cristalline e foreste pluviali da cartolina, il rospo smeraldino si presenta come un anfibio piuttosto scapestrato. Aggiungerei anche che è un po' ottimista e che ha capito tutto (o quasi) dell'arte della sopravvivenza. Il nostro eroe ha scelto come scenografia non un bosco rigoglioso o un torrente cristallino, ma l'asfalto delle periferie, gli orti urbani e le pozze temporanee che si formano dopo un piovasco in un cantiere abbandonato. Lo si trova infatti in zone anche abbastanza alterate, nelle periferie delle nostre città, talvolta anche nelle città stesse.

Il rospo smeraldino non è il Sanji del mondo anuro, ma sicuramente fa colpo per la sua eleganza e la sua armocromia. Di medie dimensioni (8-10 cm), come tutti i rospi (o quasi) ha un corpo tozzo e alquanto verrucoso (si dice in effetti "sei brutto come un rospo" proprio per questo motivo, o no?), con due voluminose ghiandole parotoidi dietro gli occhi, che gli servono per emettere un essudato tossico per proteggersi dai predatori. A differenza però di quanto noto nel rospo comune, queste ghiandole sono parallele fra di loro e non divergenti. Inoltre, ha un aspetto da lottatore, con quel non so che, che nei fumetti manga si chiama carisma.

Innanzitutto, il rospo smeraldino vanta questo bel nome d'arte, in virtù della sua colorazione verde nelle sue molte declinazioni. Le femmine di solito presentano macchie verdastre più definite su uno sfondo grigiastro o verdastro, spesso con piccole macchiette rosse sparse a mò di decorazione. I maschi, invece, sono più piccoli , più discreti e con colori sfumati, spesso più tenui e macchie e marezzature meno evidenti. Per una volta, nel mondo anfibio (rigidamente patriarcale), sono le femmine ad avere una colorazione più gradevole e affascinante. Di solito, infatti, sono i maschi ad avere colori vivaci, proprio per attrarre le femmine, come i tritoni di cui vi ho già parlato qualche mese fa. Ho però un sospetto sul perché i maschi del nostro caro rospetto non abbiano colori vivaci: probabilmente perché per attrarre il "sesso debole" usano il canto piuttosto che l'arte della moda e del colore. Le femmine, invece, hanno un colore più vivace, forse a mo' di "aposematismo", vale a dire come avvertimento per i propri nemici e predatori. Non saprei, però: questa è solo un'ipotesi, non supportata da dati oggettivi. Bisognerebbe studiare molte popolazioni della specie per verificare quanto questo dicromatismo sessuale sia davvero presente e regolare.

Insomma, a confronto con il rospo comune, di cui abbiamo parlato qualche puntata fa, possiamo vedere lo smeraldino come l'equivalente batrace del pirata cappello di paglia Monkey D. Luffy (o Rufy) di One Piece. Non è certamente il più bello né il più elegante tra gli anfibi, ma ha un sogno strampalato da realizzare - quello di colonizzare il mondo - e una resilienza da far impallidire un partigiano della seconda guerra mondiale. Personalmente, avendo dedicato gran parte della mia vita alla ricerca del raro e snob pelobate fosco (Pelobates fuscus) e allo studio della salamandra di Lanza (Salamandra lanzai), da me ribattezzata il "Mauro Corona del mondo batrace", posso garantirvi che il rospo smeraldino è davvero il re dei pirati delle zone umide dimenticate e delle periferie urbane. Ovviamente non è un animale bello in senso classico, ma è un vero e proprio personaggio dei comics.

Una complessa storia tassonomica

Ora non lamentatevi troppo! Questo articolo è stato scritto da un conservatore di un museo di storia naturale (il sottoscritto), e, quindi, è naturale che adesso vi "tedi" un po' con alcuni aspetti riguardanti la tassonomia e la nomenclatura del nostro eroe.

La storia tassonomica del rospo smeraldino rappresenta infatti un caso tipico di come il progresso delle metodologie di ricerca, indagine ed analisi, dall'anatomia comparata alla genetica, abbia portato a una rapida revisione della sua classificazione. Questo processo dimostra come la sistematica e la tassonomia siano discipline vive e in continua evoluzione, di particolare interesse per i musei di storia naturale che conservano esemplari storici e per i conservazionisti. Infatti, solo con nomi scientifici ben precisi e, quindi, con una tassonomia affinata, è possibile definire il grado di conservazione di una specie.

La vicenda tassonomica del "nostro" ha inizio sostanzialmente nel 1768, quando il naturalista austriaco Josephus Nicolaus Laurenti lo descrisse con il nome latino di Rana viridis. Per oltre due secoli, la specie è rimasta stabilmente inclusa nel genere Bufo (il genere classico dei rospi europei), diventando un ben noto rappresentante della fauna europea con il nome di Bufo viridis. Questa classificazione, basata principalmente su caratteri morfologici e osteologici condivisi con altri rospi, sembrava indiscutibile: tutti i rospi sono, in effetti, dei rospi (e non c'è considerazione di carattere estetico!). La prima grande svolta si verificò a cavallo tra gli anni '90 e il primo decennio del 2000. Con l'avvento e l'avanzamento delle metodiche di filogenesi molecolare, che analizzano il DNA per ricostruire le relazioni evolutive, si comprese che il genere Bufo, così come era tradizionalmente inteso all'epoca, non era un gruppo monofiletico (cioè con un solo antenato comune), ma piuttosto un insieme piuttosto artificiale di lignaggi distinti. Il rospo smeraldino e una serie di specie affini distribuite in Eurasia si rivelarono geneticamente assai distanti dal rospo comune (Bufo bufo), più o meno quanto quest'ultimo lo fosse da alcuni rospi del Nord America.

Questa scoperta rese necessaria una riorganizzazione tassonomica. Nel 2006, uno studio di Darrell R. Frost e colleghi (2006. The Amphibian Tree of Life. Bulletin of the American Museum of Natural History) propose di suddividere il genere Bufo in diversi generi più ristretti e naturali. In questo contesto, il complesso di viridis fu inizialmente ascritto al genere Pseudepidalea. Tuttavia, la tassonomia, che è una scienza che combina dati molecolari e regole nomenclaturali ben precise, ha dimostrato che il nome Pseudepidalea non era il più antico disponibile per questo gruppo. La sistemazione definitiva, oggi accettata, è stata raggiunta con l'adozione del nome generico Bufotes. Questo epiteto è stato rivalutato in base al principio di priorità del Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica. Questo cambiamento non è stato un semplice capriccio accademico, ma il riconoscimento formale che i "rospi verdi" eurasiatici rappresentano un genere a sé stante, frutto di un percorso evolutivo indipendente da milioni di anni e distinto sia dal genere Bufo sensu stricto che da altri generi "resuscitati" tassonomicamente, come Epidalea (che comprende il rospo dei canneti, Epidalea calamita).

La risoluzione della questione generica non ha però posto fine alle indagini tassonomiche. Le analisi genetiche hanno rivelato che Bufotes viridis, un tempo considerato una singola specie ampiamente distribuita dall'Europa centrale all'Asia, è in realtà un insieme di linee evolutive spesso morfologicamente quasi indistinguibili, ma geneticamente divergenti. Ad esempio, nel 1879 lo zoologo Fernand Lataste descrisse degli esemplari provenienti dal Marocco come una varietà dell'allora onnicomprensivo Bufo viridis, battezzandola scientificamente Bufo viridis var. boulengeri. Per decenni, questa entità è stata quindi considerata una semplice sottospecie nordafricana del rospo verde con il nome Bufo viridis boulengeri. Studi filogenetici molecolari condotti tra la fine degli anni '90 e i primi anni 2000 hanno rivelato che il complesso di specie Bufo viridis era in realtà costituito da lignaggi distinti, dimostrando che la popolazione nordafricana, così come quelle di alcune isole come Pantelleria e della Sicilia occidentale, è geneticamente distinta da quella europea e merita un distinto status specifico. Ciò ha portato all'elevazione della popolazione nordafricana e (almeno in parte) sicule al rango di specie a pieno titolo, vale a dire Bufotes boulengeri, ma a una sottospecie particolare, B. boulengeri siculus.

In conclusione, il percorso che va da Rana viridis a Bufotes viridis, passando per Bufo viridis e Pseudepidalea viridis e toccando realtà specifiche come Bufo boulengeri, sintetizza l'evoluzione della sistematica stessa, che passa da una scienza puramente descrittiva a una disciplina dinamica e ipotetico-deduttiva. Ogni cambiamento di nomenclatura, lungi dall'essere una sterile pedanteria, è la spia di una comprensione più profonda della storia della vita che musei e ricercatori continuano a documentare e aggiornare, permettendo così alla comunità scientifica di parlare un linguaggio comune e sempre più preciso.

Un rospo piuttosto adattabile

Il rospo smeraldino è diffuso in un territorio che si estende dall'Asia centrale all'Europa centrale, dal Nord Africa alle principali isole del Mediterraneo. In Italia, la specie B. viridis è presente in tutta la penisola, incluse le isole maggiori, anche se in Sicilia solo nella parte nord-orientale, ed è assente dall'isola di Lampedusa. La sottospecie B. v. balearicus è presente in tutta Italia, eccetto il Veneto orientale e il Friuli-Venezia Giulia. G. e probabilmente in alcune aree del Trentino-A. In Trentino-Alto Adige è presente la sottospecie B. v. viridis. Come abbiamo poi già detto, in Sicilia occidentale e a Pantelleria è presente B. boulengeri siculus.

La sua straordinaria adattabilità lo rende un pioniere ecologico: per riprodursi, non ha bisogno di grandi laghi, ma predilige acque basse, temporanee e ben assolate, come pozze primaverili, stagni, fossi e, da vero opportunista, anche abbeveratoi e vasche artificiali in campagna. La sua straordinaria adattabilità gli permette persino di tollerare brevi periodi in acque leggermente salmastre, cosa rara nel mondo degli anfibi. Mentre molti anfibi rimangono legati all'ambiente umido, il rospo smeraldino diventa un esploratore terrestre. Si disperde in ambienti aperti e aridi che sembrano inadatti a un anfibio: la macchia mediterranea, le garighe profumate di timo, i pascoli, le dune costiere e i muretti a secco. Di giorno si nasconde sotto le pietre per poi uscire al crepuscolo o nelle notti umide alla ricerca di cibo. Quando è il momento, il maschio gonfia il sacco vocale e inizia a emettere un trillo potente e persistente: un crrr-crrr-crrr. Non una grande serenata ovviamente, ma indubbiamente attraente per chi, come me, si diletta ogni qual volta ode il canto di un anfibio.

Vorrei infine condividere con voi alcuni ricordi legati al rospo smeraldino, tratti dalla mia esperienza personale. Il primo che affiora alla mente è quello dei grandi concerti primaverili dei maschi in canto, che ascoltavo a Cascina Bellezza mentre studiavo il pelobate fosco. Nei mesi di aprile e maggio, decine di rospi smeraldini si radunavano in specchi d'acqua poco profondi e intonavano potenti cori, facendo gonfiare e vibrare i loro sacchi vocali. Con un po' di nostalgia, ripenso anche a quando questi anfibi erano ancora presenti nella cosiddetta Piazza d'Armi, lungo Corso Filippo Turati, nel cuore di Torino. Qui, nel 2006, il mio amico e professore Riccardo Fortina, allora Presidente del WWF Piemonte, collaborò con gli architetti del Palazzo Olimpico appositamente per creare uno stagno appositamente concepito per accogliere una colonia di rospi smeraldini, che erano stati sfrattati dal loro laghetto originario. Purtroppo, dopo la realizzazione di questo nuovo habitat, furono introdotte indiscriminatamente delle testuggini palustri esotiche, principalmente del genere Trachemys. Questi rettili, come era prevedibile, hanno decimato la popolazione di rospi, che oggi può considerarsi praticamente estinta in quell'area. È un vero peccato, perché poter contare su una popolazione urbana di anfibi è un valore inestimabile.

Anche se il rospo smeraldino non è globalmente minacciato (è classificato come "Rischio Minimo"), resta spesso l'unico anfibio che si riesce a trovare nelle nostre città. A Torino, non so se esistano ancora popolazioni vitali nel centro urbano: qualche anno fa ho rinvenuto un individuo investito (e appiattito) dal traffico proprio dietro casa mia, a Mirafiori Sud. Oltre a conservarlo come un prezioso esemplare per la nostra collezione erpetologica, quella scoperta mi ha spinto a una breve riflessione: riusciremo mai a progettare le città future lasciando spazio alla fauna autoctona? I prossimi "archistar alla Renzo Piano" sapranno considerare l'insediamento di animali pionieri, come il nostro rospo smeraldino, un vero e proprio plusvalore? Mi piacerebbe davvero crederlo.

* Franco Andreone è Conservatore di Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro del gruppo di coordinamento dell' IUCN/SSC Amphibian Specialist Group , co-editor di FrogLog e Focal Person per l'Italia di IUCN/SSC

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