La storia tassonomica del tritone crestato italiano o tritone carnefice (Triturus carnifex) è un racconto di scoperta e di unicità. Considerato per decenni una sottospecie del più ampio gruppo del tritone crestato, ha infine conquistato il rango di specie distinta, un riconoscimento che evidenzia il suo percorso evolutivo distintivo e lo eleva a endemismo quasi esclusivo del nostro Paese. La sua distribuzione occupa una mappa legata all'Italia peninsulare e continentale, dalla Pianura Padana fino all'aspra Calabria, con propaggini nella Slovenia meridionale, in alcune aree della Croazia e nel Cantone Ticino. Antiche segnalazioni e reperti museali, seppur affascinanti, lasciano nel vago la sua storica presenza in Sicilia, un mistero biogeografico che accresce l'aura di particolarità di questo animale.
Triturus carnifex detiene il titolo di uno degli anfibi più maestosi d'Italia, potendo raggiungere, in totale, una lunghezza che sfiora i 18 centimetri. La sua estetica è un vero contrasto: il dorso, in tonalità criptiche che vanno dal bruno-olivastro a un nero vellutato, serve a mimetizzarsi nel fondale melmoso o tra le foglie morte. È però il ventre a rappresentare il suo manifesto di pop-art più audace: una tela di un arancio o giallo-arancio squillante, sulla quale la natura ha tracciato con apparente casualità, ma con precisione unica per ogni individuo, un disegno irregolare di macchie nere. Questo pattern ventrale è così distintivo da poter funzionare come un'impronta digitale biologica! Il dimorfismo sessuale raggiunge l'apice del suo spettacolo nel periodo degli amori, quando la vita della specie si sposta in acqua. Il maschio si trasforma, sviluppando un'alta e vistosa cresta dorsale seghettata, continua e sinuosa dalla nuca fino all'estremità della coda, uno strumento di seduzione e di display. La femmina, più grande e corpacciuta, rimane invece più sobria, priva di ornamenti così appariscenti, spesso limitandosi a mostrare una sottile linea vertebrale chiara, segno della sua diversa strategia riproduttiva, tutta votata alla produzione di uova. Il tritone crestato italiano, al pari di altri suoi congenerici e di molti tritoni esibisce tutta una serie di corteggiamenti sott'acqua, che lo caratterizzano fortemente.
I maschi, di fatto, sono anche territoriali, e occupano dei veri e propri "lek", ove si esibiscono in danze stereotipate molto articolate, tutte a beneficio delle femmine. Il classico movimento è quello del "fan", quando viene agitata la punta della coda, non senza dei veri e propri colpi di frusta. Tutti questi movimenti servono a indirizzare una corrente d'acqua verso la femmina, e nel contempo vengono anche emessi dei veri e propri feromoni che, letteralmente, ammaliano la femmina. Al pari di altri tritoni (come per il tritone punteggiato di cui abbiamo già disegnato il ritratto) non vi è un vero e proprio contatto fisico tra maschio e femmina, ma la fecondazione, interna, avviene tramite la deposizione di una spermatofora, una sorta di pacchetto gelatinoso di spermi, che viene raccolto dalla femmina. Questa peculiare strategia permette ai tritoni di enfatizzare enormemente la comunicazione visiva e chimica.
Un anfibio dell'hinterland torinese
La mia storia personale e biografica con questo meraviglioso anfibio è intima e ha segnato una svolta irrevocabile nel mio percorso scientifico. La scelta di dedicargli la tesi di laurea (oltre che la mia anima, come una sorta di Dorian Gray della zoologia) fu quasi estemporanea, ma guidata da una fortuita scoperta pratica: l'esistenza di popolazioni floride e accessibili a pochi passi dalla mia casa di allora, a Druento, nell'hinterland torinese.
Il teatro di questa scoperta era uno stagno lungo la strada della Misterletta, un luogo che per me univa due epoche: quella del ragazzino in Vespa Primavera degli anni Ottanta e quella del giovane naturalista in erba. Quella ricerca sul campo, che costruii con le mie mani e che ancora oggi custodisco nel cuore, fu la porta d'ingress o nel mondo magico e rigoroso dell'eco-etologia. Fu una scelta coraggiosa: abbandonai una tesi già avviata in endocrinologia e accettai persino di perdere un anno accademico, spinto dalla certezza che ne valesse la pena. Ne nacque il mio primo, pionieristico studio sul campo, condotto in autarchia e pubblicato nel 1989 sulle pagine della prestigiosa Holarctic Ecology (oggi Ecography).
Lo stagno della Misterletta, purtroppo, è oggi un ricordo, scomparso dall'avanzare del territorio, e la sua assenza lascia in me una nostalgia profonda. Eppure, quel lavoro fu molto più di una semplice descrizione comportamentale; fu un laboratorio di metodologie innovative. Riuscii per esempio a importare e adattare, forse per la prima volta in Italia in modo sistematico per gli anfibi, tecniche all'avanguardia. Implementai con successo un sistema di barriere con trappole a caduta (pitfall traps), una maglia invisibile per catturare il flusso migratorio da e verso l'acqua. Ricordo con emozione i controlli quotidiani e meticolosi di quella primavera del 1984, l'attesa prima di sollevare ogni barattolo, la sorpresa nel trovare a volte un grappolo di 4-5 tritoni, in promiscua compagnia con i più piccoli tritoni punteggiati. Ogni esemplare era di fatto un dato: lunghezza del corpo, peso, condizioni. Spinsi l'innovazione oltre, sviluppando una tecnica di riconoscimento individuale non invasiva basata sulla fotografia del belly pattern – sfruttando quel ventre unico come un codice a barre naturale. Sperimentai, forse in modo un po' bizzarro ma efficace, persino l'uso di una delle prime fotocopiatrici a carta termica su tritoni delicatamente anestetizzati (e portati a casa mia nella mia mitica R4 blu). E non mi fermai lì: investigai a fondo anche la tecnica dell'autotrapianto epidermico, un micro-intervento chirurgico che prevedeva il prelievo e il riposizionamento di un millimetro quadrato di pelle colorata del ventre sul dorso, un marchio biologico e irreversibile per il monitoraggio a lungo termine.
I dati raccolti in quell'Ultima Tule costituiscono ancora una pietra miliare per la comprensione della specie in Italia. Essi rivelarono i ritmi segreti della sua esistenza: la vita terrestre e notturna durante i mesi caldi, trascorsi in anfratti umidi e spesso del tutto invisibili all'occhio umano, e la radicale trasformazione in creature acquatiche tra la fine dell'inverno e la primavera, innescata dal cocktail di piogge battenti e temperature miti. Le migrazioni non erano ovviamente un flusso continuo, ma mostravano una precisa fenologia a doppio picco: un'ondata poderosa e riproduttiva tra marzo e aprile, seguita da una seconda, più modesta, in autunno, probabilmente legata a dispersioni giovanili o a cambiamenti microclimatici. Nel regno acquatico, i maschi, trasformati in eleganti danzatori dalla cresta, diventano predatori insaziabili di invertebrati e ingaggiano complesse parate nuziali per convincere le più pragmatiche femmine.
Un mini drago che si sa difendere
Questo mini-drago, tuttavia, non è una vittima designata. La sua sopravvivenza è protetta da un arsenale difensivo sofisticato. Quando minacciato, abbandona la fuga silenziosa per un avvertimento plateale. Assume la classica posizione da "unkenreflex": inarca violentemente il dorso, torce la coda e, soprattutto, mostra in tutta la sua evidenza i colori di avvertimento del ventre, l'arancio e il nero. Questo aposematismo è un segnale onesto: la sua pelle secerne un cocktail di sostanze tossiche (come la tetrodotossina) potenzialmente irritanti o letali per un predatore, un messaggio che molti imparano a rispettare dopo una prima, spiacevole esperienza.
Purtroppo, nonostante queste difese chimiche e comportamentali, le popolazioni piemontesi, e in generale italiane, di tritone crestato sono in forte e preoccupante declino, schiacciate da una convergenza di minacce spesso di origine antropica. La causa più evidente è la progressiva scomparsa, degrado e frammentazione degli habitat acquatici di piccole dimensioni, come stagni, fossati e pozze primaverili, sacrificati al dio dell'agricoltura intensiva o dell'espansione urbana. A questo si somma il disastro ecologico delle introduzioni faunistiche: l'immissione di pesci predatori alloctoni, come il pesce rosso o il persico sole, in corpi d'acqua prima isolati, equivale a una condanna a morte per uova, larve e spesso anche adulti di tritone. Una minaccia più subdola e globale è infine rappresentata dal fungo chitridio Batrachochytrium dendrobatidis (Bd), agente della letale chitridiomicosi, una malattia che ha sterminato popolazioni anfibie in tutto il mondo e il cui spettro si aggira ora anche per l'Italia settentrionale. Per ultimo, la collisione con il traffico veicolare durante le migrazioni stagionali rappresenta una fonte di mortalità diretta e insostenibile, soprattutto in contesti paesaggistici ormai crivellati di strade.
Di fronte a questo quadro, la conservazione del tritone crestato italiano si trasforma da opportunità in un dovere etico e scientifico per regioni come il Piemonte, che ne custodiscono significative popolazioni.
Proteggere questo autentico patrimonio di biodiversità richiede un approccio multifattoriale, proattivo e basato su solide evidenze. È imperativo impegnarsi nella creazione, ripristino e corretta gestione di una rete di zone umide, garantendo che siano libere da ittiofauna aliena e con caratteristiche ecologiche idonee. Parallelamente, vanno istituiti programmi di monitoraggio sanitario per tracciare la presenza e la diffusione del fungo Bd.
La mitigazione della frammentazione non può essere un'opzione, ma una priorità: lo studio e la realizzazione di corridoi ecologici, ecodotti e sottopassi anfibi specifici, attivi soprattutto durante i periodi di picco migratorio, sono interventi non più ritardabili.
La sopravvivenza di questo elegante e resiliente urodelo, simbolo di un equilibrio ambientale delicato, dipende in ultima analisi dalla nostra capacità di tradurre la conoscenza scientifica – quella che con fatica e passione abbiamo iniziato a raccogliere anche in piccoli stagni destinati a scomparire – in azioni concrete di governance del territorio, affrontando con lungimiranza sia le minacce storiche che le emergenti crisi globali. La sua persistenza è un termometro sensibile della salute dei nostri ambienti umidi, e la sua eventuale scomparsa sarebbe una perdita irreparabile, non solo biologica, ma anche di bellezza e di complessità nel nostro mondo naturale.
* Franco Andreone è Conservatore di Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro del gruppo di coordinamento dell' IUCN/SSC Amphibian Specialist Group, Co-Editor di FrogLog e Co-Chair di IUCN/SSC Italia
