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Il Rocciamelone, montagna sacra e protetta

«Sulla destra del monastero s'inalza, e sovrasta tutte le cime ad esso contigue, il monte Romuleo, su cui si racconta che per la frescura e l'amenità del sito e per la presenza di un lago, abitasse, durante l'estate, Romolo, un Re ...» (Cronaca di Novalesa)

  • Aldo Molino
  • luglio 2010
  • Venerdì, 9 Luglio 2010
  • Stampa

staglia inconfondibile a destra del profondo solco vallivo della Valle di Susa. Viste da lontano, la Sacra di San Michele e il Rocciamelone, appiattiti nella prospettiva, paiono quasi fronteggiarsi. Storia e leggenda si intrecciano. Romuleo, il re lebbroso vi nascose favolosi tesori che nessuno mai poté trovare, custoditi com'erano da demoni e altri esseri infernali o più prosaicamente dai temporali e dalle tempeste che sconsigliavano l'avventurarsi su quelle balze. Forse per esorcizzare la natura ostile, forse perché allora creduto il monte più alto d'Italia (ma il concetto d'Italia all'epoca era alquanto incerto), Bonifacio Rotario (o Roero) d'Asti nobiluomo monferrino, il 1 settembre del 1358 per esaudire al voto fatto durante la prigionia da parte dei turchi, ascese alla cima accompagnato da numerosi famigli e recando il trittico in bronzo dedicato alla Vergine, oggi custodito nel Museo diocesano di Susa. A ridosso della cresta sud-ovest a 2854 m di quota, non troppo distante dalla vetta, per agevolare i pellegrini che ritentavano l'impresa di Bonifacio nel 1419 il Duca Amedeo VIII di Savoia fece costruire un ricovero, il primo rifugio alpino che si conosca: Cà d'Asti. Il luogo doveva essere conosciuto e frequentato da tempi immemorabili tanto che nei pressi è stata rinvenuta una punta di freccia. Nel 1673 il trittico fu riportato a valle per compiacere il duca sicuramente, ma anche perché le condizioni della montagna andavano peggiorando con una sensibile avanzata del ghiacciaio conseguente alla cosiddetta "Piccola era glaciale alpina". Nel 1899 sulla vetta nuovamente agibile venne collocata l'attuale statua dedicata alla Vergine Maria e negli anni '20 del secolo scorso fu realizzato il santuario di vetta con l'attiguo bivacco. Rocciamelone oggi è anche natura, non più una natura ostile dalla quale difendersi, ma da tutelare e valorizzare. Una natura che qualche volta fa anche paura come quando nel 2003 sul versante francese si formò un lago interglaciale che minacciava di esondare verso la valle dell'Arc e che costrinse a un arduo intervento di svuotamento. Dalla vetta della montagna a 3538 m, alla conca di Susa 500 metri s.l.m, sono 3000 metri di dislivello in meno di sette chilometri, uno dei versanti con maggior dislivello di tutte le Alpi. Ovvia conseguenza è una pluralità di ambienti e di situazioni ecologiche estremamente varie, che presentano in sequenza tutte le fasce vegetazionali, dalle latifoglie submediterranee alla vegetazione pioniera alpina.
Il versante sud-ovest della montagna in comune di Mompantero costituisce l'omonimo SIC, con una superfice di 20 kmq che comprende principalmente i due valloni del Rio Giandula e del Rio Rocciamelone. Più in basso al di sotto dei 1.000 metri troviamo le oasi xerotermiche di Chianocco e Foresto, anch'esse classificate SIC cioè Siti di Interesse Comunitario ai sensi della direttiva europea habitat. Si tratta di aree dal clima caldo e asciutto, caratterizzate da una bassa piovosità estiva che permette lo sviluppo di specie vegetali e animali spiccatamente mediterranee. Una piccola parte del territorio, gli Orridi di Foresto e di Chianocco, sono tutelali a Parco e gestiti dall'Ente dell'Orsiera-Rocciavrè. Se le morfologie sono state marcatamente modellate dalle imponenti masse glaciali del quaternario, la geologia presenta sul fianco sinistro della Valle di Susa in corrispondenza dei biotopi potenti bancate calcaree, che come si sa sono mediamente povere in quantità ma ricchissime di biodiversità. In questi affioramenti i torrenti che scendono dal Rocciamelone hanno scavato profonde forre di cui Foresto e Chianocco sono gli esempi più eclatanti. Sulla montagna e le sue creste prevalgono i calcescisti con affioramenti di pietre verdi e gneiss minuti nella parte bassa. Tra i 1900 e i 2400 metri si sviluppano estese le praterie prative tutt'oggi soggette a pascolo. Pur non presentando endemismi esclusivi, flora e fauna sono comunque di estremo interesse. Troviamo tra i vegetali la Saussarea alpina, l'Alyssum alpestre, Veronica allioni, e molte specie di orchidee selvatiche; tra i vertebrati il camoscio e la marmotta e tra gli invertebrati alcune rare farfalle come Maculinea arion e Callimorpha quadripuntata. Certo che il modo migliore per salire al Rocciamelone sarebbe quello di ripercorrere il cammino degli antichi pellegrini, impensabile compierlo in giornata (10 ore di cammino in salita), comunque spezzettabile utilizzando come punti di appoggio gli alpeggi del Truc il Rifugio La Riposa (2200 m) e Cà d'Asti 2800 m, prima dell'impennata finale. Il percorso facile ma non banale, richiede prudenza nell'ultimo tratto specie in presenza di neve o ghiaccio. Una lunga strada che sale da Mompantero, in gran parte sterrata, giunge sino al parcheggio a pochi minuti dalla Riposa: di qui la cima è raggiungibile in meno di 4 ore.
Indispensabile comunque partire presto perché nubi e nebbie lassù sulla sommità sono sempre in agguato. La Grande Montagna ha in qualche modo plasmato il carattere, l'identità e l'immaginario dei suoi abitanti: come ha recentemente annotato l'antropologo Pier Carlo Grimaldi ci troviamo di fronte ad una delle aree a maggior concentrazione folclorica del Piemonte. A Venaus e a Giaglione le spade danzano in senso propiziatorio alla primavera, a Chiomonte si porta in processione l'albero fiorito della Puento, a Novalesa un'antica processione conduce le reliquie del santo taumaturgo Eldrado all'antica cappella del monastero, a Mompantero infine nel giorno di sant'Orso, l'orso, il selvatico, il barbaro nascosto nei boschi del Rocciamelone, viene stanato, portato in paese e addomesticato dalla ragazza più bella con cui ballerà. Un aspetto poco noto e relativamente recente del Rocciamelone sono le incisioni rupestri meandriformi e spiraliformi: con la roccia a cerchi concentrici della Val Cenischia presentano tipologie raffrontabili ad altre aree europee.

La spada sulla Roccia

È il recentissimo libro curato da Andrea Arcà, uno dei massimi esperti piemontesi di arte rupestre. Il volume oltre a proporre gli atti dell'omonimo convegno li arricchisce con le schede del corpus petroglifo delle aree dei versanti del Rocciamelone. Particolarmente interessanti sono le figure incise interpretate come "Armato di spade" scoperte alle pendici della Testa del Carolei, che ricordano da vicino le posizioni assunte dagli Spadonari. Una conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che ci troviamo al cospetto di una "montagna sacra".

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