Ogni inverno sotto la coltre bianca delle Alpi va in scena una lotta silenziosa per la vita. Per noi la neve è svago o paesaggio, per la fauna selvatica è un microhabitat termico, un confine sottile tra la sopravvivenza e la morte. Gli animali alpini sono ingegneri della resistenza: hanno imparato a rallentare il cuore, a scavare tane nella neve, a cambiarsi d'abito per mimetizzarsi. Ma oggi, quell'equilibrio perfezionato in millenni di evoluzione sta vacillando. L'inverno non è più quello di una volta, ma le strategie degli animali sì. La neve scarseggia – salvo anni eccezionali come quello in corso sulle Marittime – le temperature oscillano, "non esistono più le mezze stagioni". In questo scenario, le strategie che per secoli sono state la chiave del successo – e della sopravvivenza – delle specie alpine faticano ad adattarsi, rischiando di trasformarsi in trappole ecologiche.
Per comprendere meglio questa fragilità, dobbiamo osservare chi, come il fagiano di monte, ha fatto della neve la propria dimora.
L'architetto della neve
Il fagiano di monte (Tetrao tetrix), o gallo forcello, ha sviluppato un meccanismo altamente ingegnoso per superare gli inverni più rigidi. Quando inizia a nevicare, scava delle tane sotto la coltre bianca, chiamate snow roosts, in cui trascorre fino al 94% del suo tempo, uscendone solo per brevi momenti, solitamente al mattino, per nutrirsi.
Tanti i vantaggi derivanti da questa strategia: in primo luogo l'isolamento termico. La temperatura interna di queste tane ipogee può essere di 15-20° superiore a quella esterna. Inoltre, l'"igloo" è un'ottima protezione dai predatori. Trascorrendo così tanto tempo all'interno di questi rifugi, il fagiano di monte minimizza il consumo di energia e si prepara per arrivare alla primavera in ottima forma.
L'attuale scarsità di precipitazioni nevose diventa un ostacolo alla realizzazione di rifugi sotto la neve efficaci; inoltre, l'alternanza di cicli di gelo-disgelo può creare croste di ghiaccio superficiali che impediscono la costruzione di tane o che rischiano di imprigionare gli animali e costringerli a un maggior consumo energetico, letale in pieno inverno.
Un ulteriore ostacolo alla sopravvivenza invernale del fagiano di monte è il disturbo antropico. Sciatori, scialpinisti, ciaspolatori che passano troppo vicino al suo rifugio rischiano di spaventarlo e di farlo volare via dalla sua tana, facendogli sprecare moltissime energie e causandogli stress. Per questo motivo, l'Ente delle Aree Protette delle Alpi Marittime promuove ogni anno la campagna #attentialfagianodimonte attraverso post sui canali social per sensibilizzare i frequentatori della montagna invernale sul tema. Oltre a ciò, in aree a forte vocazione per le attività invernali outdoor sono state individuate zone di protezione sperimentale mediante l'apposizione di cartelli triangolari gialli molto visibili. Da un lato, un invito per chi frequenta la montagna in inverno a entrarci in punta di piedi, dall'altro uno strumento utile a raccogliere dati, attraverso monitoraggi costanti, sull'efficacia della misura di protezione.
Il grande sonno interrotto
Mentre il fagiano resta vigile sotto la neve, la marmotta alpina (Marmota marmota) sceglie il letargo. Si tratta di una strategia sociale complessa: i gruppi familiari si ammassano nelle tane per ridurre la dispersione di calore e il metabolismo, il battito cardiaco e la temperatura corporea di ogni individuo si riducono notevolmente, permettendo la sopravvivenza per mesi grazie anche alle riserve di grasso accumulate prima dell'inverno.
Quando però, come sta accadendo sempre più spesso, nevica meno le marmotte sono a rischio. Gli studi della rete LTER (Long-Term Ecosystem Research) rivelano infatti che meno neve significa meno isolamento. Senza una "coperta" spessa, il freddo penetra nel suolo, costringendo le marmotte a risvegli improvvisi per la termoregolazione e questo provoca il consumo di riserve preziose.
Il dato più critico riguarda però il "collasso sociale": lo stress energetico colpisce duramente i giovani. La perdita degli individui giovani riduce il numero di helpers – aiutanti – nella colonia negli anni successivi. Si innesca così una spirale che compromette la sopravvivenza delle future cucciolate.
Il cambio armadio
Specie come la pernice bianca (Lagopus muta), la lepre variabile (Lepus timidus) e l'ermellino (Mustela erminea), quando arriva l'inverno cambiano il loro aspetto: il pelo e le piume si infoltiscono per ripararli dal freddo e diventano candide letteralmente bianche come la neve, una strategia che permette loro di nascondersi facilmente ai predatori, mimetizzandosi con l'ambiente invernale. La loro muta stagionale, però, è regolata dal fotoperiodo, ovvero dalla durata della luce, e non dalla presenza o meno della neve. Cosa succede quando questa manca? Il risultato è un fantasma bianco che spicca come un bersaglio luminoso contro lo sfondo scuro del suolo e delle rocce.
Questo fenomeno, chiamato camouflage mismatch, è una condanna: secondo alcuni studi, il costante diminuire delle precipitazioni e della copertura nevosa porterebbe queste specie a trovarsi, entro la fine del secolo, con l'"abito" sbagliato per un periodo da 4 a 8 volte superiore rispetto al passato, rendendole così prede facili in un mondo che ha perso il suo candore protettivo.
La marcia verso l'alto
Per gli ungulati l'inverno, a causa della scarsità di risorse in quota, imponeva tradizionalmente una discesa verso le valli. Oggi, con la crisi climatica, assistiamo invece a una totale inversione di questa tendenza, un fenomeno noto come "corsa verso il cielo".
La "normalità" prevede che specie come camosci (Rupicapra rupicapra) e cervi (Cervus elaphus) si spostino a quote inferiori durante l'inverno per una maggiore disponibilità di cibo e di pascoli non coperti da neve; con la crisi climatica, però, lo scioglimento anticipato della neve e le scarse precipitazioni alterano tempi e percorsi migratori, creando una discordanza tra i bisogni degli animali e la disponibilità di risorse vegetali.
Diversi gli studi, come quello realizzato nel Cantone dei Grigioni che ha raccolto i dati dal 1991 al 2013, che dimostrano che ungulati come camosci, cervi e stambecchi (Capra ibex) stanno invertendo le loro abitudini e si stanno spostando, spinti da autunni e inverni troppo caldi, a quote medie più elevate dove ancora trovano pascoli liberi da neve.
In punta di piedi
La crisi climatica non sta solamente cambiando il volto delle Alpi: sta modificando le regole del gioco. La neve che per millenni è stata rifugio, nascondiglio, coperta e bussola stagionale, cade sempre meno. E gli animali, che di quella neve hanno fatto uno strumento di sopravvivenza, si trovano intrappolati in strategie anticamente perfette per un mondo che sta scomparendo e che, presto, probabilmente non esisterà più.
E mentre noi ci adattiamo con costose giacche tecniche e inquinanti piste artificiali, gli animali restano fedeli a un copione immutabile, un copione che oggi rischia di trasformarsi in un vicolo cieco evolutivo.
Forse il primo passo per convivere con questo nuovo inverno alpino è riconoscere che la montagna non è il nostro parco giochi invernale, ma un sistema delicato che richiede rispetto e attenzione. Perché in un mondo in veloce mutamento, anche entrare in punta di piedi può fare la differenza tra conservazione e scomparsa.
