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Le memorie di un accumulatore seriale

Quando l'inverno arriva e le temperature scendono sotto lo zero, molte specie alpine ricorrono a una strategia tanto semplice quanto ingegnosa per sfruttare le poche risorse disponibili: accumulare scorte di cibo e ricordarne il nascondiglio.

  • Cecilia Dutto
  • Dicembre 2025
  • Mercoledì, 14 Gennaio 2026
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Scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris) - Foto M. Giordano Scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris) - Foto M. Giordano

Quando le temperature si avvicinano alle zero e le foglie secche dell'autunno lasciano il posto alla brina e alla neve, gli animali devono trovare dei modi, spesso inaspettati e geniali, per superare l'inverno e non sprecare le poche risorse alimentari che la stagione fredda concede.

Una delle soluzioni che alcune specie hanno ideato è quella di accumulare riserve nelle stagioni in cui le risorse alimentari sono abbondanti per poterle poi consumare quando arriva l'inverno. Questa strategia viene definita caching and remembering - ovvero "nascondi (il cibo) e ricorda (dove l'hai messo)".

Con il termine caching si intende l'immagazzinamento di scorte di cibo da parte di un animale con lo scopo di consumarle in un secondo momento. Il caching si divide in due tipologie: il larder caching, poco presente in ambiente alpino, si verifica quando l'animale deposita tutte le sue scorte in un unico luogo; lo scatter hoarding, invece, si ha quando la dispersione avviene in tante piccole zone, definite cache, ed è una strategia funzionale tipica della fauna alpina che riduce il rischio che le scorte accumulate vengano rubate o danneggiate da altri animali.

Il caching è strettamente legato al remembering, ossia la capacità di ricordare i nascondigli delle scorte, localizzarli e recuperare gli alimenti, anche dopo settimane o addirittura mesi, per alcune specie.

I campioni del caching and remembering: gli uccelli

Al primo posto sul podio degli animali "accumulatori" troviamo la nocciolaia (Nucifraga caryocatactes): è la specie simbolo del caching in ambiente alpino ed è famosa per il suo stretto rapporto con il pino cembro (Pinus cembra).

I semi di questa conifera, infatti, non sono molto portati alla diffusione e, di conseguenza, alla propagazione della specie: non hanno mezzi per "volare" e disperdersi, sono pesanti e la pigna che li ospita non si apre da sola come avviene per altre piante. Ed è qui che entra in gioco la nocciolaia: riesce infatti ad aprire la pigna con il becco e a nutrirsi dei semi al suo interno. Quando non li consuma subito, però, li nasconde in diversi punti del terreno e spaccature delle rocce e riesce a ricordare la posizione delle sue cache grazie alla sua incredibile memoria e capacità di orientamento basata su punti di riferimento ambientali, distanze e altitudini.

Alcuni esperimenti con animali in cattività hanno dimostrato che questa specie ricorda con grande precisione la posizione dei suoi depositi anche dopo settimane o mesi, grazie a una memoria spaziale sofisticata e a una rappresentazione tridimensionale del territorio. Questa capacità è fondamentale per la nocciolaia che, alimentandosi dei semi immagazzinati durante l'estate e l'autunno, riesce a superare l'inverno.

Ma capita a tutti di dimenticarsi dove si mettono le chiavi della macchina e così, ogni tanto, anche la nocciolaia non ricorda dove ha lasciato i semi di pino cembro; quelli che non riesce a recuperare contribuiscono alla rigenerazione naturale delle cembrete.

La nocciolaia nel caching lotta per il podio con un altro corvide, la ghiandaia (Garrulus glandarius); questa specie accumula grandi quantità di ghiande, nocciole e semi durante l'autunno, seppellendoli in depositi sparsi di cui ricorda la posizione per mesi grazie a una memoria spaziale molto sviluppata, basata su riferimenti visivi e mappatura del territorio.

Alcuni studi hanno dimostrato che le distanze di dispersione variano da pochi metri fino a oltre 500 metri, con una preferenza per depositi in ambienti boschivi o al margine del bosco. Questo comportamento svolge un ruolo ecologico fondamentale nella rigenerazione delle querce.

Anche le cince, ad esempio la cincia alpestre (Poecila montanus), sono efficienti accumulatrici. Nascondono infatti semi, ma anche piccoli invertebrati, in migliaia di micro-siti nascosti nelle fessure delle cortecce, nel sottobosco e nel muschio, e riescono a ricordarne la posizione anche dopo diverso tempo. Gli scienziati hanno visto che sono dotate di un'incredibile plasticità cerebrale stagionale. Cosa significa? Che le aree del loro cervello deputate alla memoria spaziale, come l'ippocampo, variano di volume nei periodi di caching.

Le fessure delle cortecce degli alberi vengono sfruttate anche da un'altra specie, il picchio muratore (Sitta europaea), che vi nasconde le sue scorte e le "chiude a chiave", sigillandole con il fango per proteggerle.

E i mammiferi?

Non sono solamente gli uccelli a praticare questa tecnica.

Questo comportamento è stato infatti osservato in alcuni mammiferi, tra cui lo scoiattolo, sia rosso (Sciurus vulgaris) che grigio (Sciurus carolinensis). Questi animali nascondono semi e noci in centinaia di siti diversi e dimostrano una memoria spaziale accurata in quanto riescono a ricordarne la posizione anche dopo settimane.

E quando se ne dimenticano uno? Nessun problema, stanno semplicemente contribuendo alla dispersione secondaria dei semi, principalmente di querce e conifere, e alla rigenerazione forestale.

Anche tra i predatori ci sono evidenze del comportamento di caching: la volpe rossa (Vulpes vulpes) sotterra le prede in eccesso per consumarle in seguito e copre i depositi con terra o vegetazione per ridurre gli odori che potrebbero attirare altri animali.

La volpe, inoltre, come ci raccontava la fiaba di Pinocchio, è un'ottima ladra! È stato infatti osservato che questa specie ruba, a suo rischio e pericolo, le scorte accumulate da un altro carnivoro: la lince (Lynx lynx).

Questo grande felino solitario accumula le proprie prede e le copre con vegetazione o, in inverno, con la neve, proprio per ridurre il rischio di furti. Alcuni studi, effettuati grazie ai video realizzati con diverse fototrappole, hanno dimostrato che le linci coprono l'80% delle loro prede e tornano ai nascondigli solo una volta per notte per nutrirsi. Nel resto del tempo, si sa, "quando la lince non c'è, le volpi... mangiano!".

Ma non è l'unico caso in cui un animale, dopo aver accuratamente nascosto tutte le sue scorte per affrontare l'inverno, si ritrova derubato della sua "spesa": parliamo di cleptoparassitismo.

L'occasione fa l'animale ladro

Il cleptoparassitismo è un fenomeno diffuso tra gli animali che praticano il caching e consiste nel furto delle scorte accumulate da un soggetto, conspecifico oppure no.

Le volpi sono abbastanza abili da rubare cibo alle linci (cleptoparassitismo interspecifico, ossia tra specie diverse), mentre un esempio di cleptoparassitismo intraspecifico - all'interno della stessa specie - si ha nei corvidi.

In questa famiglia, in cui si annoverano i campioni del caching come la ghiandaia e la nocciolaia, il cleptoparassitismo ha portato all'evoluzione di comportamenti cognitivamente complessi: finte manovre di occultamento, ricollocazione delle scorte (ricaching), controllo delle interazioni sociali.

Tra i ladri migliori possiamo trovare i corvi imperiali (Corvus corax). È stato osservato, sia in ambiente naturale che in cattività, che l'Arsenio Lupin corvino di turno raramente si avvicina a un deposito di cibo quando chi ha accumulato quelle scorte è nei paraggi. Non solo: gli scienziati, durante un esperimento, hanno impedito ai corvi accumulatori di allontanarsi dall'area per vedere come si sarebbero comportati i potenziali ladri. Hanno così scoperto che, in questa situazione, questi ultimi hanno iniziato a cercare il cibo in luoghi diversi da quelli dove erano effettivamente nascosti.

Questo suggerisce che i corvi potrebbero essere in grado di trattenere temporaneamente le proprie intenzioni "disoneste" per non essere scoperti durante il furto e, quindi, evitare di essere aggrediti dal conspecifico che difende le proprie scorte.

Il caching and remembering e il cleptoparassitismo non sono soltanto una curiosità etologica; le specie che li praticano, infatti, rappresentano un ingranaggio fondamentale nella dinamica degli ecosistemi e nella salute degli ambienti naturali.

 

Bibliografia camera-2112207 960 720

 

Nocciolaia (Nucifraga caryocatactes) - Foto P. Bolla
Picchio muratore (Sitta europaea) - Foto A. Rivelli
Volpe (vulpes vulpes) - Foto P. Bolla
Corvo imperiale (Corvus corax) - Foto A. Rivelli

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