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Siamo tutti ambientalisti?

Fred Pearce, Confessioni di un eco-peccatore. Viaggio all'origine delle cose che compriamo, ed. Ambiente, € 22.

  • Emanuela Celona
  • gennaio 2010
  • Sabato, 30 Gennaio 2010
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Chi conosce bene Fred Pearce, sa che tiene una rubrica dedicata al greenwashing sul settimanale Internazionale. Chi lo conosce un po' meno, ne avrà sentito parlare in relazione ai "fagiolini africani": «Mi piacciono i fagiolini del Kenya perché mi piacciono gli agricoltori che li coltivano!», ha affermato lo scrittore. Strana convinzione per un inglese, cosulente ambientale di New Scientist, quotato giornalista ambientale che ha scritto un libro per capire i costi per l'ambiente dei prodotti che acquistiamo abitualmente.
«Scopo di Confessioni di un eco-peccatore. Viaggio all'origine delle cose che compriamo - si legge nel primo capitolo - è scoprire il mondo nascosto che ci permette di portare avanti il tenore di vita a cui siamo abituati. Per farlo, ho esplorato i confini della mia impronta individuale. Ho viaggiato in tutto il mondo (180.000 chilometri percorsi, più di 20 Paesi visitati ndr) per scoprire da dove vengono il cotone della mia maglietta, il caffè nella mia tazza, i miei scampi al curry, il computer della mia scrivania, il telefono che tengo in mano [...] e capire se avrei dovuto vergognarmi dei miei acqusiti e del loro impatto sul pianeta».
Consideriamo, ad esempio, il settore alimentare. Il Regno Unito importa un terzo degli alimenti che consuma (il 95% di frutta e il 50% di verdura). Trend (aumentato di 7 volte rispetto gli Anni '60) che inizia a preoccupar, considerando che un piatto tipico di cibi saltati in padella di mini pannocchie e gamberi della Thailandia, spinaci della California, fagioli del Marocco e carote del Sudafrica, richiede complessivamente un percorso di oltre 50.000 chilometri.
Ma è interessante notare che la maggior parte dei consumi di energia non derivano dal trasporto, ma dai processi di produzione e coltivazione.
Molte persone sono contrarie al trasporto alimentare in aereo. «Abbastanza giusto», sostiene Peirce: ma solo abbastanza. Bisogna, infatti, chiedersi chi realmente ci guadagna, e chi ci perde, in queste transazioni. E torniamo ai fagiolini del Kenya.
L'International Institute for Environment and Development di Londra afferma che un milione di agricoltori africani vivono grazie ai consumatori inglesi. La maggior parte dei fagiolini consumati nel Paese anglosassone (circa 12 tonnellate giornaliere tra fagiolini, piselli, zucchine e mini pannocchie) proviene da un'azienda chiamata Homegrown, fondata da un kenyota di origini inglesi, coltivati in campi appartenenti a piccoli proprietari. E grazie a queste esportazioni, in Kenya, l'agricoltura comincia a attirare la popolazione più giovane che aspira a un reddito decente. Oggi l'area coltivata a fagiolini, solo cinquant'anni fa destinata alla desertificazione, dà lavoro a operai di cui l'80% assunto a tempo indeterminato (percentuale superiore a quella di molte industrie alimentari del Regno Unito) con un salario maggiore della media keniota. Perché, dunque, comprare fagiolini kenyoti in Inghilterra dev'essere considerato insostenibile?
«Molte delle persone che rifiutano di acquistare verdure trasportate in aereo vogliono anche aiutare i Paesi poveri», afferma Peirce. E se sapessero che i fagiolini kenyoti costituiscono la principale merce da esportazione del Paese e che il 70% è diretto in Inghilterra? Cambierebbero opinione?
Sono molti i luoghi comuni condivisi da una parte del pensiero ambientalista che Peirce mette in discussione. «D'altra parte, sostiene l'autore, siamo diventati consumatori globali e siamo costretti a ragionare in questi termini».

 

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