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Il clima cambia, anche per l’avifauna alpina

Gli effetti del cambiamento climatico non risparmiano gli ecosistemi di alta quota e le specie di uccelli che li popolano. Ne abbiamo parlato con Daniel Edward Chamberlain, docente di ecologia all'Università degli Studi di Torino, impegnato in progetti di ricerca per la conservazione della biodiversità alpina, in particolare della comunità ornitica. Ecco cosa ci ha raccontato.

  • Sonia Biasutto
  • Dicembre 2023
  • Giovedì, 25 Gennaio 2024
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Esemplare di Pernice bianca - Foto Pixabay Esemplare di Pernice bianca - Foto Pixabay

Professore, perché l'avifauna di alta quota è minacciata dal cambiamento climatico?

In primo luogo c'è un discorso correlato alla topografia delle montagne, ma questo non riguarda solo l'avifauna: lo spazio disponibile per gli animali che seguono uno shift altitudinale (termine che indica la risalita di quota delle specie dettata dall'aumento delle temperature), risulta sempre più ridotto e l'habitat adatto rimpicciolisce in maniera esponenziale, così come risulta ridotta la disponibilità di ossigeno presente in alta quota. Inoltre, le montagne sono sistemi isolati (potremmo pensare a ogni picco come a una sorta di isola). Questo potrebbe rappresentare un problema per quelle specie che non volano molto bene e in generale per quegli animali che non volano, come piccoli mammiferi, ragni e carabidi. Infine, non conosciamo ancora i limiti di sopportazione termica di molti animali e ciò potrebbe risultare problematico in un'ottica di cambiamento climatico. Sono però tutte ipotesi: non sappiamo ancora abbastanza sull'ecologia generale delle specie di alta quota ed è sicuramente necessario un maggiore investimento nella ricerca.

Potrebbe parlarci delle conseguenze del cambiamento climatico sugli uccelli di alta quota? Ci sono esempi particolari, relativi alla situazione in Piemonte?

Riguardo alla nostra Regione, sappiamo che in alcune zone si sta verificando uno spostamento del limite degli alberi, in parte dovuto al cambiamento climatico, in parte dovuto all'abbandono del pascolo. Situazione che potrebbe costituire una minaccia per le specie di alta quota che nidificano e vivono negli ambienti aperti. In questo ambito abbiamo però, più che altrove, evidenze in Svizzera, Paese nel quale avviene lo shift altitudinale più estremo, che è quello della pernice bianca. Questo Paese, infatti, ha a disposizione per alcune specie di avifauna dei dati che coprono un periodo di oltre trent'anni: cosa che qui non abbiamo. Noi, invece, non possiamo misurare bene i cambiamenti a livello di distribuzione e dimensione delle popolazioni: non c'è molta evidenza per quanto riguarda l'impatto attuale, ovviamente non nel senso che non ci siano effetti, ma in termini di dati disponibili. La preoccupazione per quanto riguarda il futuro però c'è, e sarebbe necessaria maggiore ricerca.

Negli ecosistemi alpini ci sono specie invasive che stanno soppiantando le specie autoctone?

Direi di no. Consideri che io lavoro sopra i 1700 metri e, al contrario di quello che avviene per le specie fluviali, quello delle specie invasive non rappresenta ancora un problema per gli uccelli di alta quota.

L'aumento delle specie generaliste si osserva anche nelle comunità di avifauna alpina?

Non sono presenti dati ufficiali, ma posso riportare delle osservazioni che ho fatto personalmente: sto notando, infatti, un aumento di capinere nelle foreste alpine (in Val Chisone, ad esempio, vicino a Pragelato, è una delle specie più comuni). Non so se sia dovuto al cambiamento climatico, all'urbanizzazione o a entrambi i fenomeni. Diciamo che si tratta di una specie fortemente legata alla presenza dell'uomo (il Parco del Valentino di Torino ne è pieno, per fare un esempio). Stesso discorso per quanto riguarda il merlo. Quindi ci sono osservazioni, ma sono ancora da analizzare. Probabilmente sortirà un qualche tipo di effetto, ma al momento non è ancora presente nessuna prova scientifica.

Gli uccelli delle Alpi si sono adattati al cambiamento climatico?

Non possiamo ancora dirlo, perché sul territorio c'è ancora poca ricerca in questo ambito. A differenza di Canada e Stati Uniti dove, ad esempio, sono stati effettivamente osservati degli adattamenti.

Il cambiamento climatico sta esasperando la correlazione tra piste da sci e uccelli di alta quota (oltre a quello con altri animali). Cosa pensa in merito?

Conosciamo bene gli effetti delle piste e dell'attività sciistica sugli uccelli e sulla biodiversità. Ci sono studi a tale riguardo che affermano un'ingerenza negativa sugli habitat per molte specie. C'è poi un discorso sulla neve artificiale, dannosa per il suolo. Gli uccelli inoltre tendono a evitare habitat confinanti con le piste: quindi anche senza cambiamento climatico, sono già di per sé fortemente impattanti.
In un'ottica di cambiamento climatico, possiamo affermare che le condizioni favorevoli affinché si possa creare un impianto sciistico saranno sempre più traslate verso l'alto (potremmo parlare anche in questo caso di uno "shift altitudinale"). Personalmente ho partecipato a un progetto che ha modellizzato gli shift futuri dell'attività sciistica e degli uccelli alpini causati dal cambiamento climatico: abbiamo stimato che la sovrapposizione tra la distribuzione di specie come il fringuello alpino e l'area usata per l'attività sciistica sarà sempre maggiore. Visti gli effetti negativi di cui abbiamo appena parlato, potrebbero sorgere problemi piuttosto considerevoli in futuro se non vengono escogitati metodi di gestione delle attività sciistiche che possano garantire un minore impatto a livello ambientale.

Ci sono misure di contrasto per salvaguardare l'avifauna alpina?

Per la maggior parte delle specie, la minaccia più evidente è la perdita di habitat. Dobbiamo quindi lavorare in questa direzione, mantenendo gli habitat aperti e fermando lo spostamento del limite degli alberi e la colonizzazione della prateria da parte di specie arbustive e arboree. In questo contesto, l'uso del pascolo come strumento di conservazione è importante e in generale è importante mantenere quelle che sono le pratiche tradizionali. C'è la concezione diffusa (anche se errata) secondo cui questa tipologia di attività non sia da incentivare, semplicemente perché di origine antropica.

Secondo lei, c'è sufficiente consapevolezza sulle conseguenze che il cambiamento climatico ha sulla biodiversità alpina?

In generale, la popolazione è maggiormente sensibilizzata rispetto a dieci o vent'anni fa, ma non in maniera così evidente per quanto riguarda gli uccelli, le montagne e in generale per quanto riguarda la biodiversità alpina. Anche perché non sono presenti specie particolarmente carismatiche che richiamano l'attenzione, eccetto i rapaci, che non sono però particolarmente influenzati dal cambiamento climatico: la minaccia più grande che li riguarda è, infatti, il bracconaggio. Tutt'altra storia.

In questo scenario, che ruolo rivestono le Aree protette?

Avere un habitat intatto e ben gestito caratterizzato da alti livelli di ricchezza specifica e diversità, porta ad avere un certo livello di resistenza e resilienza. Quindi le Aree protette generano benefici, non solo per l'avifauna. Più resistenza significa che, anche se il clima cambia, non si osservano cambi nella comunità. L'ideale, per facilitare l'adattamento delle specie, sarebbe avere una serie di Aree protette con un certo grado di connettività. In quest'ottica risulta molto importante essere in grado di gestirle e pianificarle bene, oltre a crearne di nuove.

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