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Domani che tempo fa?

L'ONU ha proclamato il triennio 2007-2009 "Anno Internazionale del Pianeta Terra". Scopo dell'iniziativa è "dimostrare gli straordinari risultati ottenuti negli ultimi anni delle scienze della terra e spingere amministratori e politici ad applicare le conoscenze acquisiste per il beneficio dell'umanità e per favorire lo sviluppo sostenibile". Questa la premessa dell'articolo uscito nel 2008 a firma Enrico Camanni, con alcune considerazioni e riflessioni sull'emergenza climatica ancora attualissime.

  • Enrico Camanni
  • Maggio 2023
  • Martedì, 9 Maggio 2023
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Il Ghiacciaio est del Monte Clapier nelle Marittime - Foto G. Bernardi Il Ghiacciaio est del Monte Clapier nelle Marittime - Foto G. Bernardi

Proviamo a decifrare il messaggio. Primo punto: la Terra è malata. Secondo punto: i medici hanno fatto la diagnosi e saprebbero come curarla. Terzo punto: se muore la Terra ce ne andiamo anche noi, che paradossalmente siamo i responsabili della malattia. Quarto punto: ci può ancora essere sviluppo, purché sia sostenibile.

Ora proviamo a essere sinceri. Che la Terra sia stressata, inquinata, soffocata dallo sviluppo umano lo diceva già Aurelio Peccei nei primi anni Settanta del Novecento, anche se nessuno ascoltò le scomode profezie del Club di Roma. Che sia necessario cambiare rotta lo sappiamo da quei tempi là, o almeno da quando – verso la fine del secolo breve – gli scienziati hanno messo a punto strumenti di analisi così raffinati da tacitare (quasi) tutti gli scettici. Che i gas prodotti dal sistema industriale siano i principali responsabili della malattia terrestre lo ammettono ormai (quasi) tutti, uomini di potere e uomini di scienza, con l'eccezione di qualche illuminista così abbagliato dal mito del progresso, o di qualche fatalista così sordo al grido della ragione, da credere che riusciremo a salvarci con un miracolo della tecnologia o che, al contrario, la natura troverà gli anticorpi per difendersi da sola. Due favole per rimuovere la responsabilità. Tutti gli altri, con in testa l'Onu e le grandi istituzioni scientifiche mondiali, gridano che non c'è altro tempo da perdere: o si cambia subito o saranno le conseguenze dei nostri errori a cambiare noi. Per sempre.

Resta il quarto punto, il cosidetto "sviluppo sostenibile", e qui ci accorgiamo di quanto siamo confusi, divisi, lontani dalla soluzione. È triste ammetterlo, ma vent'anni sembrano essere passati invano dall'ormai lontano 1987, quando la Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite, pubblicando il Rapporto Bruntland sul futuro dell'umanità, portò il concetto di "sostenibilità" agli onori del mondo. Nel Rapporto la definizione era la seguente: «Quello sviluppo che soddisfa le esigenze delle generazioni di oggi, senza rischiare di impedire alle generazioni di domani di soddisfare le loro». Poi venne il Vertice sull'ambiente di Rio de Janeiro del 1992 a suggellare definitivamente il nuovo (teorico) indirizzo politico mondiale. L'Agenda 21 varò un piano operativo per realizzare uno sviluppo in grado di condurre il pianeta nel terzo millennio, si intensificarono gli incontri internazionali, si giunse al Protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas serra (1997) e ovunque nel mondo industrializzato, dalle grandi metropoli ai villaggi isolati sulle montagne, la formula magica dello "sviluppo sostenibile" cominciò a colorare il lessico degli amministratori, dei giornalisti, delle persone di mondo, come a dire: «Abbiamo trovato la ricetta, dunque il male è sconfitto per sempre».

Purtroppo non era così, perché "sostenibiltà" è solo una parola forbita che si presta a infinite interpretazioni, ed è un concetto così vago, ambiguo e sfuggente da entrare nel lessico di tutti senza cambiare la vita di nessuno. Tutti siamo disponibili a piccole operazioni di maquillage ecologico, abbiamo appreso l'importanza di riciclare i rifiuti (una conquista culturale), abbiamo imparato a mangiare "lento" e "consapevole" (un'altra conquista), i parchi sono più puliti, la gente affolla le mostre e i musei, ma se ci chiedono di rinunciare a qualche privilegio – l'auto in città o a duemila metri, il quinto regalo di Natale, il cellulare di ultima generazione buttando quello vecchio – allora ci sentiamo profondamente offesi nella nostra libertà, e i propositi di "sostenibilità" sfumano come nebbia al vento.

Come sempre, prima del cambiamento economico serve un cambiamento culturale. Abitando quella parte di mondo che spreca e inquina per dieci, e fonda il proprio primato simbolico su un modello di crescita illimitata, dunque "insostenibile", sono ormai cinquant'anni che consideriamo "moderno" chi produce e consuma senza sosta, in un incremento bulimico di bisogni e soddisfazioni materiali, e sono cinquant'anni che immaginiamo "vecchio" e sorpassato chi risparmia (energia, tempo, risorse) e antepone all'accrescimento dei beni una migliore condizione della vita.

Scriveva Alexander Langer nel 1996: «Sinora si è agito all'insegna del motto olimpico "citius, altius, fortius" (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l'agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana e onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in "lentius, profundius, suavius" (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall'essere ostinatamente osteggiato, eluso e semplicemente disatteso. Ecco perché una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate – come è ovvio – in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche».

Se l'Anno Internazionale del Pianeta Terra servirà a dar voce anche a queste convinzioni, che necessariamente abbracciano ogni sfera del sapere e rovesciano vecchie scale di valori – morali, etiche – allora, potremo rallegrarci, non sarà passato invano.

 

Enrico Camanni (Torino, 1957) è uno scrittore, giornalista e alpinista italiano. È stato redattore capo della Rivista della Montagna dal 1977 al 1984. Nel 1985 ha fondato il mensile ALP, che ha diretto per tredici anni. Dal 2008 al 2011 ha diretto Piemonte Parchi. Si è contemporaneamente dedicato alla narrativa, pubblicando diversi romanzi ambientati in differenti periodi storici. Dal 2009 è vicepresidente dell'Associazione Dislivelli, che si occupa di ricerca e comunicazione sulla montagna.

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