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Le zone umide dell'Appennino piemontese

In occasione della giornata mondiale delle zone umide, le Aree Protette dell'Appennino Piemontese sottolineano l'impegno nella tutela e la conservazione delle zone del Parco Capanne di Marcarolo e del Parco Alta Val Borbera e delle Aree della Natura 2000. 

  • Lorenzo Vay
Venerdì, 31 Gennaio 2020
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Di Böhringer Friedrich - Opera propria, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11358643 Di Böhringer Friedrich - Opera propria, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11358643


A cosa serve un parco? Ad esempio a tutelare le zone umide che insistono sul proprio terriitorio. Nelle Aree protette dell'Appennino piemontese ci sono zone umide di piccole dimensioni ma, spesso, di alto valore naturalistico come pozze, piccoli stagni, piccole torbiere, prati umidi; in tantissimi casi, inoltre, sono presenti vecchie infrastrutture tradizionali come vecchi lavatoi, abbeveratoi, cisterne, pozzi, che hanno quindi, oltre a un'importanza storico-culturale, anche un valore naturalistico per la conservazione di molti anfibi tutelati dalla Direttiva "Habitat" tra cui il tritone crestato (Triturus carnifex), la rana montana (Rana temporaria), la rana appenninica (Rana italica) e la salamandrina di Savi (Salamandrina perspicillata).
Queste piccole zone umide, anche chiamate Important Areas for Ponds (IAP), rappresentano rifugi o componenti di una rete ecologica estremamente importante per molta della fauna acquatica cosiddetta "minore" (invertebrati, pesci, anfibi e rettili).

Nel recupero di queste piccole aree umide un ruolo determinante è svolto dall'Ente di gestione delle Aree Protette dell'Appennino Piemontese in qualità di Centro di referenza "Erpetofauna" della Regione Piemonte. Nell'ambito del recupero di siti semi-naturali per rettili e anfibi, per esempio, sono stati realizzati tre progetti esemplificativi nel Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo e nel Sito Natura 2000 "Massiccio dell'Antola, Monte Carmo e Monte Legnà".

I progetti del Centro di referenza Erpetofauna

Il primo, descritto nell'articolo "La storia del tritone che trovò casa in Appennino", è stato il ripristino del "lavatoio delle donne" presso la sede dell'Ecomuseo di Cascina Moglioni (Bosio, AL); la pozza, che si è progressivamente ri-naturalizzata, è stata ripristinata con un lavoro di pulizia del fondo naturale, ormai totalmente interrato e invaso dalla vegetazione, una regimazione dell'acqua per avere un ruscellamento lento e continuo e una semplice sistemazione delle sponde con il ripristino di un muretto a secco. Questo recupero ha permesso il ritorno di una discreta popolazione di tritone appenninico (Ichthyosaura alpestris apuana) e di diventare rifugio e zona di caccia del Colubro liscio (Coronella austriaca), specie di rilievo conservazionistico, presente nell'allegato IV della Direttiva Habitat.

Sempre all'Ecomuseo di Cascina Moglioni, nel 2017, grazie a un finanziamento europeo, è stato realizzato un progetto più ampio di ripristino della funzionalità e connessione ecologica dei prati da sfalcio e prati pascolo nelle pertinenze della cascina, che ha permesso il ripristino anche del prato umido a monte, habitat: Paludi calcaree con Cladium mariscus e specie del Caricion davallianae" di interesse comunitario classificato come prioritario, garantendo quindi anche la conservazione delle specie associate, in particolare di Eriophorum angustifolium, Caltha palustris e Anacamptis laxiflora.

Nella Zona Speciale di Conservazione "Massiccio dell'Antola, Monte Carmo e Monte Legnà", invece, a Carrega Ligure (AL), in località Lavaggio, è stata recuperata, in una pozza per la raccolta dell'acqua per le attività anti-incendio boschive, una zona umida che ospita il più importante sito riproduttivo noto per la Rana temporaria all'interno del Sito Natura 2000 .

Inoltre il Centro di Referenza "Erpetofauna" ha svolto attività di supporto scientifico per la sistemazione e il ripristino di manufatti ri-naturalizzati, tra le quali rientra una collaborazione con il Comune di Grondona (AL) per il recupero di un pozzo con annesso abbeveratoio in pietra in località Lemmi. Dopo un sopralluogo effettuato con l'Università di Genova, sono state fornite indicazioni per un ripristino compatibile con le specie di anfibi presenti, secondo quanto previsto dal testo di riferimento per la ristrutturazione di siti artificiali idonei alla riproduzione degli anfibi (A. Romano. 2014. La Salvaguardia degli anfibi nei siti acquatici artificiali dell'Appennino. Linee guida per la costruzione, manutenzione e gestione).

 

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