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Il Progetto Gloria nell’alto dei monti

Sono stati pubblicati i risultati del monitoraggio effettuato da un team guidato da ARPA Valle d'Aosta con il contributo del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi (DBIOS) dell'Università degli Studi di Torino, delle Aree Protette delle Alpi Cozie e del Parco Naturale del Mont Avic nell'ambito del progetto internazionale GLobal Observation Research Initiative in Alpine environments (GLORIA). Il lavoro sul campo è stato effettuato in Valle d'Aosta nell'estate del 2022 con l'obiettivo di raccogliere indicazioni sull'interazione tra flora alpina e cambiamenti climatici.

  • Simone Bobbio
  • Maggio 2026
Martedì, 26 Maggio 2026
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Foto di gruppo con i ricercatori che hanno partecipato ai rilievi presso il sito a quota 3014 m.  Foto di gruppo con i ricercatori che hanno partecipato ai rilievi presso il sito a quota 3014 m.

Il progetto Gloria

L'iniziativa affonda le proprie radici alla fine degli anni '90 del '900, in Austria, con il fine di documentare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla flora di montagna, in particolare sulla migrazione delle specie verso l'alto, alla ricerca di condizioni ecologiche più adeguate e in risposta all'aumento delle temperature che nei territori montani avviene a velocità doppia rispetto alla pianura. I primi monitoraggi avvengono a livello europeo nelle principali catene montuose del vecchio continente, poi ci si allarga alle montagne di tutti i sei continenti.

Concretamente vengono scelte alcune aree sentinella situate alle quote comprese tra il limite della vegetazione arborea e quella dove le condizioni climatiche impediscono lo sviluppo della flora. All'interno di questa fascia altitudinale, si individua un rilievo (preferibilmente non frequentato a fini turistici) su cui sia possibile effettuare il monitoraggio a tutte le esposizioni (quadranti) rispetto al sole. In ogni quadrante vengono perimetrate porzioni di terreno da un metro quadrato, all'interno delle quali ci si dedica ad una minuziosa analisi delle specie floristiche presenti. Ripetendo questo studio negli stessi punti ogni 5/6 anni si potranno misurare le variazioni di specie, rilevando eventuali nuovi insediamenti da parte di quelle provenienti da quote più basse e la scomparsa di altre specie. Sul versante italiano delle Alpi occidentali, già nel 2002, ARPA Valle d'Aosta ha individuato quattro siti campione. Di questi, tre si trovano all'interno del Parco Naturale del Mont Avic e uno nel sito della Rete Natura 2000 "Ambienti glaciali del Monte Rosa" presso il colle delle Cime Bianche in Valtournenche.

Il coinvolgimento delle Aree Protette delle Alpi Cozie

«In occasione del monitoraggio nel 2022 – racconta Debora Barolin, guardiaparco nelle Aree Protette delle Alpi Cozie – il Dipartimento Dbios dell'Università di Torino ha chiesto a me e al collega Guido Teppa di dare un contributo alla nuova stagione di monitoraggio in qualità di rilevatori. Poiché avevamo già partecipato alla precedente campagna, nel 2017, quando non eravamo ancora dipendenti dell'Ente Parco, la nostra esperienza poteva dimostrarsi utile per dare maggiore continuità e omogeneità ai rilievi. Michele Ottino, all'epoca direttore dei Parchi delle Alpi Cozie, autorizzò con generosità la missione dal momento che non era solo fuori dai confini dell'Ente, ma addirittura fuori Regione».

Si è così formata una squadra che vedeva impegnato il personale delle Aree Protette delle Alpi Cozie, del Parco Naturale Mont Avic, insieme ai ricercatori del Dipartimento DBIOS dell'Università di Torino e di ARPA Valle d'Aosta.

«I siti su cui è stata effettuata la ricerca – prosegue Guido Teppa, anche lui Guardiaparco nelle Aree Protette delle Alpi Cozie – sono cime situate alle quote di 2.340 m, 2584 m, 2.790 m e 3.014 m. Su ognuno dei quattro punti cardinali delle cime, sono stati delimitati quattro quadrati di 1 metro quadrato di superficie. Complessivamente, quindi, l'analisi è stata effettuata con estremo dettaglio su 64 porzioni di territorio, a cui si aggiungono alcuni rilievi meno approfonditi effettuati nelle aree circostanti per individuare ulteriori specie prevalenti. Tutti i dati rilevati, insieme alla temperatura del suolo (misurata dai data logger posizionati, per ogni punto cardinale della cima, al centro dei quattro quadrati permanenti in cui si è rilevata la vegetazione), sono stati inviati al gruppo di coordinamento a Vienna».

I risultati

La campagna del 2022, la quarta dall'inizio dei rilevamenti nel 2002, segna anche il ventennale del progetto in Valle d'Aosta e consente di tracciare alcuni primi bilanci.

«Complessivamente – riprende il discorso Debora Barolin – abbiamo assistito a un incremento delle specie in tutte le stazioni dove abbiamo eseguito i rilievi in questi vent'anni. A una lettura superficiale potrebbe sembrare un aspetto positivo, un arricchimento nella biodiversità delle montagne. In realtà avviene esattamente il contrario se analizziamo in maniera approfondita quali sono le specie di piante di cui abbiamo registrato la crescita e la loro abbondanza rispetto alle altre specie. Si tratta infatti di specie generaliste, quindi non adattate specificamente a questi ambienti, che risalgono di quota approfittando del miglioramento delle condizioni ambientali, quali l'aumento delle temperature medie e la diminuzione della permanenza al suolo della neve. Invece, sembra che le specie che nel corso di un lungo percorso evolutivo si sono adeguate alle condizioni climatiche severe, tipiche di questi ambienti, siano in netta diminuzione. Dal punto di vista della biodiversità, queste ultime rappresentano il vero patrimonio in pericolo perché sono particolarità presenti soltanto in determinati ambienti che rischiamo di perdere per sempre. Per esempio potrebbe verificarsi una situazione in cui specie che troviamo abbondanti alle fasce altitudinali inferiori (es. il mirtillo), conquistano terreno verso l'alto, andando a sostituire le popolazioni di specie criofile, letteralmente amiche del freddo, come Silene acaulis e alcune specie del genere Saxifraga, il cui areale di distribuzione si riduce sempre di più. Sono specie fragili e sensibili che non possono salire oltre le cime delle montagne, dove si sono barricate!»

«Nel dettaglio – aggiunge Guido Teppa – si possono estrarre dai dati generali alcuni aspetti maggiormente significativi. A livello di popolazioni erbacee, abbiamo registrato una diminuzione nelle due stazioni alle quote più basse, dove invece sono aumentate quelle arbustive, e un aumento nelle stazioni più elevate dove il cambiamento delle condizioni climatiche ha favorito un sostanziale "rinverdimento". Al contempo sembra aumentata a tutte le quote la presenze di specie che compiono il loro sviluppo nell'arco della stessa stagione vegetativa, perché, evidentemente, il prolungamento delle condizioni climatiche favorevoli e la riduzione della copertura nevosa ostacolano meno questa modalità riproduttiva (in cui la pianta è in grado di nascere da seme ogni anno e arrivare alla fruttificazione entro il termine della stagione) rispetto a un tempo passato in cui le rigide condizioni ambientali favorivano quasi unicamente le piante perenni, che invece non partono dallo stadio di seme ogni anno».

In questo quadro che denota un complessivo degrado qualitativo della biodiversità presente nei siti di studio, emerge un elemento che si può interpretare come esempio positivo di resilienza da parte degli habitat di montagna, che però potrebbero andare incontro a una ulteriore banalizzazione della diversità vegetale, con il rischio di una successiva compromissione di vitalità sul lungo periodo a causa della comparsa di ulteriori fattori di perturbazione.

«La stazione di studio situata a 2790 m – conclude Teppa – denota una migliore persistenza di condizioni stazionarie nel corso del ventennio. Significa che qui le specie criofile si sono maggiormente conservate, mentre l'arrivo di quelle nuove è stato contenuto. Questo fatto è presumibilmente legato a particolari condizioni microclimatiche estremamente localizzate e all'isolamento geografico della cima che potrebbe aver mitigato gli effetti del cambiamento climatico. Ci spinge a sperare che l'eterogeneità e la complessità degli habitat alpini possano consentire la sopravvivenza di piccole isole immuni dagli stravolgimenti a cui assistiamo su scala globale. Può essere un buon punto di partenza, per gli Enti Parco e per tutte quelle realtà che si occupano di conservazione ambientale, nello sviluppo delle strategie mirate per la tutela degli ecosistemi più fragili».

Per ulteriori approfondimenti:

Articolo scientifico "Accelerated increase in plant species richness on mountain summits is linked to warming" 2018, rivista Nature.

 

Fioritura di Eriophorum scheuchzeri in prossimità dell’area umida tra i siti a quota 2584 m e 2790 m (Foto G.Teppa)
Area di studio nel sito a quota 2340 m, Parco Naturale del Mont Avic, operazioni di rilievo della vegetazione in uno dei plot cluster di 3mx3m. (Foto G.Teppa)
Operazioni di rilievo della vegetazione e quantificazione di frequenza e abbondanza delle varie specie botaniche in uno dei plot cluster di 3mx3m nell’area di studio a quota 2790 m nel Parco Naturale Mont Avic. (Foto D. Barolin)
Alcuni esemplari di Linaria alpina che crescono all’interno di un cuscinetto di Silene acaulis nell’area di studio a quota 2790 m. (Foto G. Teppa)

 

 

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