2a puntata
«Ti sembra normale ritrovarsi un lupo che gironzola in via Pinancichero?» chiede una conoscente all'ufficiale di polizia, in quella prima telefonata. Incomincia così il racconto di Ruth Pozzi, ufficiale di Polizia provinciale di Alessandria e agente di pubblica sicurezza che manda immediatamente il filmato al gruppo operativo della WPIU (dall'acronimo inglese Wolf Prevention Intervention Units) che monitora la provincia per dare supporto alla prevenzione delle predazioni da lupo.
Il gruppo si attiva subito e dal 22 giugno, cioè esattamente dal giorno dopo che è stata ricevuta la prima segnalazione, incominciano i sopralluoghi nel quartiere di via Pinancichero (da cui il nome della lupa, Pinina ndr) seguendo le regole del protocollo per l'identificazione e la gestione dei lupi confidenti dell'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) allo scopo di verificare: la segnalazione (è un lupo oppure si tratta di un cane inselvatichito?), programmare gli appostamenti (la segnalazione riferiva di un lupo che si faceva vedere: ma si trattava effettivamente di avvistamenti seriali oppure più sporadici?), monitorare l'animale (quando esce? come si comporta? quali sono i suoi movimenti?) e il grado di confidenza (con quale frequenza si reca in zone antropizzate?).
Un lavoro di squadra
«Gli appostamenti cominciano, congiuntamente, da parte della Polizia municipale di Alessandria, dei guardiaparco delle Aree protette dell'Appennino piemontese – oltre a Germano Ferrando c'è impeganta sul campo Iolanda Russo, rispettivamente guardiparco e funzionario tecnico dell'Ente - dei Carabinieri forestali della stazione di Stazzano e dureranno parecchio, racconta Ruth. Uno degli aspetti che ci ha insegnato questa vicenda è l'importanza della collaborazione tra enti diversi: se c'è unità di intenti, si può intervenire in maniera utile, veloce e coordinata. Dobbiamo credere di più nel lavoro di squadra: perché se siamo capaci di osservare, apprendere e condividere con gli altri, l'arricchimento professionale e umano è davvero a portata di mano!».
Quella stessa 'squadra' di guardiaparco, ufficiali di polizia e carabinieri, incomincia a parlare con gli abitanti del luogo e la percezione è di avere a che fare con un animale che tiene un comportamento particolare e, come spesso succede in questi casi, gli atteggiamenti delle persone che lo hanno visto si suddividono tra chi prova commiserazione per l'animale e chi, invece, si preoccupa per gli esseri umani.
«Effettivamente la lupa - capimmo quasi subito che si trattava di una giovane femmina - dimostrò di avere una sua mappa geografica, tornando nei luoghi dove probabilmente aveva trovato del cibo. Nell'arco di un mese, scoprimmo che usciva quasi tutte le sere, all'imbrunire, abbandonava la zona rurale in cui trovava rifugio, attraversava la strada e andava in cerca di cibo verso le zone abitate». Le due foto-trappole piazzate da Germano Ferrando (per tutti Gerry ndr), mostrarono una lupa che rovistava tra i sacchetti dell'umido e che si comportava più come un cane, che come un lupo.
Il problema della confidenza
«La lupa non era affatto aggressiva - racconta l'ufficiale di polizia giudiziaria - peraltro in un contesto in cui le persone non avevano alcuna consapevolezza sui comportamenti corretti da tenere nei confronti della fauna selvatica: non mi stupirei se qualcuno abbia anche tentato di accarezzarla. Abbiamo così cominciato a istruire la popolazione locale sui comportamenti più sicuri da tenere nei confronti del predatore - sia nei casi in cui si è accompagnati da cani domestici (che vanno sempre tenuti al guinzaglio) sia che ci si trovi da soli, e abbiamo misurato la soglia metrica di 'tolleranza' che l'esemplare teneva nei confronti dell'uomo: dopo un mese di frequentazione di zone abitate, quei 10 metri di distanza di sicurezza che l'ISPRA suggerisce di mantenere, non venivano rispettati.
La situazione andava quindi affrontata e alla svelta, per garantire l'incolumità degli abitanti della zona che continuavano ad avvicinarla, ma anche dell'animale che continuava ad avvicinarsi», racconta Ruth Pozzi mentre fa un passo indietro - insieme a noi - con la memoria.
E ripercorre la storia di quella femmina con cinque cuccioli avvistata dal guardiaparco delle Aree protette dell'Appennino piemontese soltanto l'estate prima.
La sensazione è che Pinina sia l'unica sopravvissuta di quella cucciolata e che, rimasta sola, senza mamma, non abbia avuto modo di imparare nessuno di quei comportamenti da animale selvatico che contraddistinguono la sua specie, anzi. Probabilmente quella giovane lupa era cresciuta e aveva trovato rifugio in una zona di confine con la città, abituandosi a zone di quartiere.
La cattura
L'unica soluzione, così come previsto anche da Protocollo ISPRA, era la cattura, e quindi ci si è organizzati. «Abbiamo interpellato Francesca Marucco (docente del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell'Università di Torino, ndr) che ha suggerito di utilizzare la tele-narcosi o teleanestesia, ovvero una tecnica veterinaria che permette di somministrare farmaci sedativi o anestetici a distanza per immobilizzare gli animali selvatici, aggressivi o difficili da avvicinare, utilizzando dardi-siringa lanciati con fucili speciali. Ci siamo quindi rivolti alla vigilanza della Regione Liguria che è dotata di un fucile narcotico e insieme ai Carabinieri forestali di Stazzano abbiamo organizzato la cattura», racconta Ruth.
Di solito, quando si procede con la cattura di un animale selvatico, si cinta la parte interessata alle operazioni di cattura, perché l'animale colpito dal narcotico non si addormenta subito ma sviluppa una carica di adrenalina che aumenta e che induce la fuga. Ma dove scappa, non è prevedibile.
Per questo, la sera della cattura «abbiamo tenuto sotto tiro – con auto appostate e personale di vigilanza – tutto il quartiere: la zona di campi incolti è stata monitirata da guardiaparco e Carabinieri forestali dotati di visore notturno, mentre la Polizia municipale aveva personale distribuito sulle strade circostanti. Una volta sparato il dardo, Pinina però ha fatto poca strada ed è venuta verso di me...», rivela l'ufficiale di polizia giudiziaria mentre il ricordo va a quel momento.
Forse perchè si trattava di un esemplare dal comportamento tranquillo, poco abituato alla selvaticità e cresciuto in un ambiente antropizzato: mantenendo una distanza di sicurezza, si è attesa la fase di completa sedazione. Successivamente, sarà trasportata, in sicurezza e con una supervisione veterinaria, verso il Centro Animali Non Convenzionali di Grugliasco dove verrà mantenuta in osservazione qualche giorno, in attesa di una destinazione.
(La storia continua...)
Leggi la 1a punta della storia di Pinina raccontata da Germano Ferrando (guardiaparco delle Aree protette dell'Appennino piemontese) e Francesca Mantero (volontaria del network di monitoraggio della specie Lupo della Provincia di Alessandria).
