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... Povera Vipera

Antico rimedio del passato

  • Loredana Matonti
  • dicembre 2012
  • Venerdì, 28 Dicembre 2012
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Che i serpenti non siano mai stati particolarmente amati è cosa nota anche nel Nuovo testamento. Troppi simbolismi e troppa perfidia con quel loro veleno e quel subdolo strisciare e colpire basso. La vipera, unico serpente velenoso delle nostre latitudini, ha subito secoli di persecuzioni con un bilancio non certo a suo favore. Forse è per difendersi dal pericolo che il nostro rettile rappresentava, se in forza della "teoria del simile" a partire dalla remota antichità, la carne di vipera è rientrata nella preparazione di portentosi preparati medicinali. Ad iniziare dalla mitica teriaca (dal greco antico thériakè, cioè antidoto, oppure secondo alcuni dal sanscrito táraca dove tár significa salva), preparato farmaceutico dalle supposte virtù miracolose di origine antichissima. Sebbene con molte variazioni di ricetta, questo elettuario è stato utilizzato per secoli, addirittura fino all'inizio del XX secolo. Molte testimonianze hanno dimostrato l'importanza della vipera (vipra nel dialetto locale) anche nella medicina popolare delle nostre valli. In un manoscritto dell'800, ritrovato in alta Val di Susa, era elencata tra i rimedi che "fortificano il cuore", al pari della cannella e delle violette e la si consigliava in una sorta di "brodo" per purificare il sangue e come antidoto contro i suoi stessi morsi velenosi, da assumere ogni mattina a digiuno per 15 giorni. Il nostro perseguitato serpente entrava a far parte anche della "Triaca'" locale: del malcapitato rettile non si buttava via niente: ogni parte era considerata medicinale. A scopo digestivo si faceva un decotto della carcassa privata del veleno. Fatta essiccare, la stessa si propinava anche alle partorienti (spesso a loro insaputa, per non inorridire le poverelle), per mitigare i dolori del parto; si racconta che provocasse un'immediata dilatazione dell'utero. La stessa veniva anche utilizzata in impacco per le ferite. Il grasso poi, dal formidabile potere di penetrazione nei tessuti (si diceva che posta sul dorso della mano trasudasse fino al palmo), sciolto al sole in una conchiglia di lumaca, era utilizzato contro i dolori delle articolazioni, le distorsioni, la sciatica, frizionandolo sulla parte dolente. Si narra pure che qualcuno, che ne uccideva abbondantemente, utilizzasse il grasso sciolto per friggere le patate e che, così cotte, fossero buonissime! Un altro medicamento assai importante era "l'aricle o anicle", ovvero la pelle delle vipera ridotta in polvere finissima e somministrata col latte a chi soffriva di perniciosi mal di ventre. Il decotto della stessa veniva impiegato con successo contro la polmonite e la pleurite perché faceva sudare, oppure, per uso esterno, per guarire le ferite suppuranti e anche per estrarre corpi estranei dall'occhio. Era sufficiente porla sulla parte dolorante per ottenere un immediato sollievo. Ancora, per il mal di orecchie si facevano impacchi con mollica di pane, intrisa di latte caldo e pezzi di pelle di vipera. Fra i tanti usi popolari, uno dei più curiosi è senz'altro la "grappa alla vipera". Tradizione copiata da usi veneti e friulani, oppure arrivata dalla Francia, dalle montagne della Savoia. Sempre ricordando l'antico principio del simile, la vipera veniva impiegata come antidoto per i veleni: a scopo magico-scaramantico, gli anziani la pelavano e la facevano seccare, tenendo poi dei pezzetti in tasca come amuleto contro i morsi. Rimedio forse di dubbia efficacia, ma assai rassicurante.

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