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Intervista a Claude Levi Strauss

Bruxelles, 28 novembre 1908 – Parigi, 30 ottobre 2009

  • Mariano Salvatore
  • dicembre 2010
  • Venerdì, 3 Dicembre 2010
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«Più che dare risposte sensate, una mente scientifica formula domande sensate.» Per l’ultima delle interviste impossibili ho preparato un vero scoop giornalistico. Sto per incontrare il padre dell’antropologia moderna, il professor Claude Levi Strauss. Professore, lei è divenuto famoso per gli studi sulle popolazioni indigene del Mato Grosso. Ci vuole raccontare che cosa l’ha portata in Brasile? Nel corso della mia vita, come forse saprà, ho viaggiato molto. Una peregrinazione da un capo all’atro del pianeta: il Belgio, la Francia, l’America, il Brasile e molte altre mete. Mi sono spostato spesso per motivi di lavoro, ma a causa delle mie origini ebraiche sono stato costretto a viaggiare anche per motivi meno piacevoli, come nel 1941, quando ho dovuto lasciare Parigi per sfuggire alle persecuzioni naziste. Fortunatamente i viaggi che ho compiuto si sono sempre trasformati in grandi opportunità lavorative e conoscitive. Il Mato Grosso è stato il luogo che ha cambiato la mia vita e mi ha dato l’occasione di scrivere Tristi Tropici. Tristi Tropici è stato il suo più grande successo letterario; un testo essenziale per l’antropologia moderna. Ci racconta come è nato? È essenzialmente un diario di viaggio nel quale ho annotato le mie impressioni sul mondo primitivo amazzonico, una realtà che nel 1930 era del tutto sconosciuta. Vivere a contatto con le popolazioni indie dell’Amazzonia è stata un’esperienza rivelatrice, fondamentale per la mia carriera. Che cosa è successo? Ho compreso che se si voleva dare scientificità agli studi etnografici non bastavano osservazioni empiriche, ma occorreva elaborare modelli di ricerca. Cosa ben più importante, ho capito che alla base di ogni comunità risiedono analoghi schemi comportamentali e relazionali. Questo è stato un traguardo fondamentale per scardinare la convinzione di superiorità culturale da parte delle civiltà occidentali. Un tema di grande attualità. In quest’ottica di convergenza culturale si colloca il suo lavoro sulla creazione dei miti. Di che cosa si tratta? Ho percorso l’intero continente americano, dalla Terra del Fuoco all’Alaska, per dimostrare che in fondo i meccanismi che sottendono alla costruzione dei miti sono simili in qualsiasi comunità. Detto in parole povere: i miti sono sempre gli stessi. D’accordo, cambiano un po’ nell’aspetto, ma solo in funzione dell’ambiente in cui vengono elaborati. Ho dimostrato in questo modo che le società che consideravamo primitive hanno mentalità logiche e non caratterizzate da una partecipazione esclusivamente affettiva e mistica con le cose. L’elemento importante dei miei studi è che possiamo scoprire molto di noi stessi avvicinandoci senza pregiudizi a culture distanti. Per lei, quindi, la conoscenza autentica dell’altro è alla base di un rapporto di pace tra i popoli? Certamente, la conoscenza è fondamentale per la comprensione di chi è diverso da noi e per raggiungere una reale integrazione basata sulla condivisione dei rispettivi bagagli culturali, e non viziata dalla convinzione che esista una presunta superiorità di alcuni sui molti. La rubrica “Interviste impossibili” termina qui, con le domande rivolte a Claude Levi Strauss in attesa di “incontrare” altri personaggi interessanti e dediti alla Natura.

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