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Ottobre, raccogliamo le forze per l'inverno

Un mese molto rosso e con molto cuore: ci fa pensare a Fenoglio, al vino, alla vendemmia. Ma nei miei ricordi c'è posto anche per ippopotami, giraffe e yak

  • Carlo Grande
  • ottobre 2014
  • Mercoledì, 8 Ottobre 2014
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Vino e vendemmia, Fenoglio e le vigne, Jean Giono e la meravigliosa descrizione delle foreste in livrea autunnale: a questo fa pensare ottobre, mese molto rosso e con molto cuore. Vengono in mente tre animali incontrati in questo periodo in varie parti del mondo: una giraffa a Parigi, uno yak nel Piccolo Tibet, un ippopotamo in Africa. Tutti legati all'ottobre. L'ippopotamo inseguiva un guardiano del Parco Nazionale delle Cascate Murchison, in Uganda, che durante il pranzo l'aveva disturbato: il bestione, di quasi tre tonnellate, caricava a 30 chilometri l'ora. Quell'animale apparentemente pacioso e tondeggiante è un essere imprevedibile: in Africa è considerato più pericoloso del leone, ha una forza sbalorditiva e un caratteraccio. E ottobre è un buon periodo per gli ippopotami in Uganda, perché piove molto. Da novembre arriverà la stagione secca, l'acqua del lago Vittoria sarà vitale per loro e ogni singola pozza.

In ottobre, ma nell'800, sbarcò nel porto di Marsiglia il primo esemplare di giraffa giunto in Europa in epoca moderna. Si chiamava Zarafa: "zerafa" in arabo significa "bello", "affascinante". Era il 1826, era un prodigio della natura donato dal viceré d'Egitto al re di Francia. Attraversò la Francia a piedi, 25 chilometri al giorno, tra folle entusiaste. In un mese arrivò a Parigi, la gente si precipitò ad ammirarla al Jardin des Plantes: si organizzarono soirées "à la girafe", i bambini nei parchi compravano dolci a forma di giraffa. Zarafa ebbe il suo momento di gloria ma visse quasi 18 anni da sola, lontana dalle rive del tiepido lago africano in cui era nata, soffrendo molto, anche se era docile, timida e silenziosa.

Un po' come lo yak, altro simbolo dell'autunno, grande alleato dell'uomo per difendersi dal freddo. Ha lunghe corna arcuate, è forte e resistente, trasporta merci e uomini. Ne ho incontrati tanti, andando in Ladakh per scrivere il romanzo "La cavalcata selvaggia". In queste settimane i nomadi scendono dalle montagne del Piccolo Tibet e dell'Altai, come i pastori lasciano i nostri alpeggi e portano le bestie a valle. Nel ventre dell'Asia (lontane regioni come Mongolia, Tibet e Ladakh, con caratteri simili) si smontano le tende, le yurte: presto lassù non ci sarà che neve. Si scende, sulle Alpi come nei deserti d'alta quota, in spazi infiniti senza alberi, fra pietre e laghi salati.

Per vivere bisogna avere un cuore grande così: come l'ippopotamo corridore, come Zarafa in quell'ottobre eroico attraversando la Francia, come gli yak nei deserti d'alta quota. Tutti compagni di strada, in questo tempo autunnale buono per scendere a valle, per prepararsi all'inverno e raccogliere le forze. "One more cup of coffee", diceva Bob Dylan. "Quello che manca al mondo (I. Fossati, "Decadancing") è un poco di silenzio". Noi aspettiamo in silenzio, attraversando l'autunno, con una tazza di caffè in mano o se preferite una tazza bollente di tè ladako, nel quale è sciolto burro di yak. Sogniamo l'altipiano barocco d'Oriente.

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