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Un guardiaparco senza frontiere

Agostino Pela ha dismesso la divisa da guardiaparco lo scorso 1 dicembre, dopo 42 anni di servizio al Parco delle Lame del Sesia. Dai tempi del secondo concorso per la vigilanza bandito dalla Regione Piemonte a oggi, il mondo dei parchi è cambiato e la sua storia professionale ha molti punti di contatto con quella delle aree naturali protette piemontesi. Ecco cosa ci ha raccontato...

  • di Emanuela Celona e Massimo Losito
  • Gennaio 2026
  • Lunedì, 26 Gennaio 2026
Agostino Pela al lavoro sul campo. In basso, a destra, una foto con alcuni colleghi: lo riconoscete?  - Foto p.g.c Ente di gestione Aree protette del Ticino e Lago Maggiore Agostino Pela al lavoro sul campo. In basso, a destra, una foto con alcuni colleghi: lo riconoscete? - Foto p.g.c Ente di gestione Aree protette del Ticino e Lago Maggiore

Quando e come inizia la tua carriera da guardiaparco? Comincia così la nostra intervista ad Agostino Pela, in pensione dal 1 dicembre 2025 dopo 42 anni di vigilanza al Parco delle Lame del Sesia. Agostino, infatti, prende servizio il 1 settembre 1983, in quella che lui definisce «la seconda infornata dei guardiaparco regionali: la prima era avvenuta qualche anno prima, nel 1981» ma il protagonista della nostra storia non vi ha partecipato, perché in servizio di leva militare obbligatoria.

All'inizio, ricorda Agostino «alle Lame del Sesia eravamo cinque guardiaparco: dopo un anno e mezzo, in seguito all'istituzione della Riserva naturale della Palude di Casalbeltrame, aumentammo di numero e nel 1985 eravamo già in nove». E adesso, in quanti vigilano sul territorio?
«Siamo rimasti in tre, ci dice, amaramente. I primi pensionamenti sono iniziati 20 anni fa e, per darvi un'idea, quando io venni assunto ero il guardiaparco più giovane... e ho continuato a esserlo ancora per molti anni a seguire», racconta per farci comprendere come il turnover, cioè quel ricambio generazionale indispensabile in ogni realtà lavorativa, nei parchi, stenti ad avvenire. Tre soli guardiparco non bastano per vigilare su un territorio che non è più di 900 ettari ma si è ampliato notevolmente, in seguito agli accorpamenti, ed entrando a far parte dell'Ente di gestione delle Aree protette del Ticino e Lago Maggiore, comprendendo la Riserva naturale delle Baragge e più SIC (Siti d'Importanza Comunitaria) e ZPS (Zone di Protezione Speciale).

Agostino Pela racconta la sua storia con una passione tale che sembra non aver voluto fare altro, nella sua vita professionale: invece, ci rivela che la sua aspirazione era diventare un vigile del fuoco. «Io sono un perito agrario e l'Istituto di agraria, a Vercelli, era accanto alla caserma dei pompieri. Ho trascorso cinque anni a osservare le loro esercitazioni, a seguirli nei movimenti... Ho provato anche a dare il concorso, ma sono stato scartato perché ero troppo alto! Dopo il militare – sono stato un alpino in Valle d'Aosta - ho provato il concorso da guardiaparco alle Lame del Sesia e, al tempo, fummo assunti in due», racconta Pela.

La caccia, un male necessario?

In 42 anni il mondo cambia, e cambia anche una professione. Chiediamo ad Agostino quali siano gli aspetti che, secondo la sua esperienza, hanno subito una profonda trasformazione.
«Negli anni Ottanta, quando si apriva la stagione della caccia, vivevamo momenti molto delicati. I cacciatori arrivavano dalla Lombardia anche all'alba per sparare dalle posizioni migliori e il fuoco era davvero continuo: naturalmente non dentro il parco, ma appena fuori i confini – a 200 metri, come da disposizioni legislative – e noi, come servizio di vigilanza, ci trovavamo spesso a dover rincorrere i cacciatori, soprattutto nei 'fuori orario', cioè quando finisce l'orario di caccia e gli animali si spostano così che il cacciatore ha maggiori possibilità di colpire il bersaglio.

Oggi, invece, quando inizia la stagione della caccia non te ne accorgi quasi più. Intanto perché i cacciatori sono sempre di meno, e poi perché si va quasi a cercarli per ricevere da loro un supporto nell'attività venatoria. Per capirci: nel 2025, nelle aree dell'Ente parco dove c'è il selecontrollo (ovvero dove vige un'attività controllata di gestione faunistica), sono stati abbattuti 1.000 cinghiali: tenere la popolazione di questo ungulato sotto controllo è fondamentale per evitare incidenti automobilistici, per consentire attività agricole, per contenere la diffusione della PSA, la peste suina africana. Numeri che non avremmo mai raggiunto senza la collaborazione dei selecontrollori, cioè cacciatori formati e istruiti sugli abbattimenti selettivi.
Badate bene: è un ragionamento che 30 anni fa non avrei mai pensato di fare! Ma le condizioni cambiano e per tenere sotto controllo la popolazione di cinghiale, i guardiparco non possono fare i 'cinghialai' a tempo pieno. La collaborazione dei cacciatori nelle attività di contenimento e abbattimento di esemplari appartenenti a specie particolarmente prolifiche è diventata quindi preziosa e, nelle aree protette, avviene a seguito di un processo di integrazione che si basa su attività di coordinamento e formazione specifica», specifica Agostino.

L'evoluzione dei parchi

All'inizio degli Anni '80, l'Ente parco Lame del Sesia aveva dimora in una sala dell'asilo-nido del Comune di Albano Vercellese: non esistevano né uffici tecnici, né di promozione.
I dipendenti del parco erano costituiti da un dirigente e una segreteria amministrativa: insieme gestivano nove guardiaparco, una dotazione organica che ha visto una drastica riduzione nel corso degli anni. Va da sé che i guardiaparco non erano impegnati solo in compiti di vigilanza e monitoraggio - peraltro spostandosi a piedi, in bicicletta o, nel migliore dei casi, con una vecchia jeep Campagnola - ma si occupavano anche di interventi di pulizia e manutenzione del territorio, e spesso utilizzando mezzi di fortuna anziché ruspe, trattori e motoseghe come fanno oggi, invece, le squadre di operai manutentori specializzati. Ai guardiaparco toccava fare anche una parte di lavoro burocratico-amministrativo di supporto (come la stesura verbali) redatti con "moderne" macchine da scrivere a testina rotante anziché personal computer e stampanti-laser...

Agostino ci racconta diversi aneddoti, ma ne ha a cuore uno in particolare: la grande nevicata del 1985. «Nella primavera del 1984 con i guardiaparco piantammo più di un ettaro nei terreni del Comune di Albano a suon di pale e badili - un ettaro di querce autoctone, contraddicendo i desiderata dei vivai forestali che ci avevano proposto solo querce rosse (alloctone!). Senonché, l'inverno dell'anno successivo, sommerse di neve le giovani piantine e così, in quella occasione, imparai a fare sci da fondo... La neve rimasta sul terreno, infatti, gelò in fretta e l'unico modo per monitorare il nostro 'vivaio' era arrivarci con gli sci: e quindi scovare e controllare – a mani nude – che le reti anti-roditore fossero correttamente posizionate. A pensarci, cose d'altri tempi!», riflette Agostino.
Oggi fortunatamente gli enti si sono evoluti e le professionalità che lavorano nel parco sono differenziate. Ci sono, ad esempio, sia tecnici con competenze naturalistiche e sia squadre di operai dediti alla manutenzione che possono intervenire anche in situazioni di emergenza.

La figura del guardiaparco, poi, è cambiata nel tempo e la vigilanza è diventa «spuria», secondo Agostino. E aggiunge: «Vigilare sul territorio è una competenza che oggi potrebbe essere assunta dai Carabinieri Forestali dello Stato. Lo dico provocatoriamente, ma nel nostro Paese abbiamo un Corpo che viene formato, che ha la dotazione necessaria per vigilare e che, sul territorio, non lascia uscire soli. Se venisse delegata la funzione di vigilanza, il guardiaparco potrebbe dedicarsi ad altre attività altrettanto necessarie all'ente, come ad esempio la didattica che è diventata la cenerentola dei parchi. Vi porto un esempio: negli anni 1990-2000, solo al Parco delle Lame del Sesia, abbiamo intercettato 70 gruppi scolastici paganti, una scelta della direzione dell'Ente di allora per avere le risorse economiche necessarie ad acquistare l'attrezzatura per attività didattiche sui macro-invertebrati. Anche l'evoluzione della tecnologia ha contribuito a modificare il nostro lavoro: da un lato, a livello operativo, l'uso di smartphone, droni, video-trappole e altri dispositivi di sicurezza hanno agevolato le attività ordinarie; dall'altro, i nuovi strumenti di comunicazione – come i social media - hanno ridefinito il nostro ruolo e il guardiaparco è diventato un divulgatore scientifico, che esce dal bosco per diffondere conoscenza con video didattici o messaggi riportati dagli organi di stampa o, ancora, come relatore in convegni, conferenze, tavole rotonde su temi attinenti alla biodiversità».

Il fascino (ancora attuale) di una professione

Cercando con Agostino le ragioni per cui la sua professione sia ancora oggi molto ambita, ragioniamo sul fatto che sia un plus la prospettiva di lavorare prevalentemente all'aperto e a contatto con la natura. Peraltro, la professione di guardiaparco rimane uno degli sbocchi occupazionali privilegiati per i neo laureati in scienze naturali, biologia e scienze forestali. E nel mentre, ci racconta una 'chicca': «Lo sapete che negli Anni '90 ho acquistato un cavallo che ho usato per servizio?!? Naturalmente sono stato autorizzato, e per quattro o cinque anni, ho vigilato sul territorio in groppa al mio destriero».

Nei suoi 42 anni al parco, Pela ci confida che si è trovato a lavorare sempre con persone preparate e appassionate. «Colleghi a cui spero di aver insegnato qualcosa, ma da cui ho sicuramente imparato molto, racconta. Lo abbiamo già detto, in quarant'anni la professione è molto cambiata e oggi, ancora di più dei tempi passati, serve un giusto 'mixaggio' di competenze: anche per questo è fondamentale il lavoro di squadra», racconta.

Il ruolo delle aree naturali protette oggi

Non possiamo non concludere questa chiacchierata con dai suoi 1.95 metri (di altezza) - e di esperienza - non chiedendo qual è, secondo lui, il ruolo dei parchi oggi.
«Vi rispondo con una provocazione: i parchi naturali non dovrebbero esserci, perché tutto dovrebbe essere un parco. Ma siccome così non è, le aree naturali protette devono essere un buon esempio. Se un Comune chiede di entrare in un parco, significa che sul quel territorio si è lavorato bene, perché si è compreso il senso di un'area protetta. Viceversa, se chiede di uscire per i vincoli e divieti che un parco impone, allora significa che c'è ancora molto da lavorare sulla consapevolezza delle persone». Agostino si sofferma su un concetto: siamo in un contesto contemporaneo in cui 'apparire' è più importante di 'essere', in cui la visibilità virtuale è più importante dell'azione reale.

E aggiunge: «Dovremmo tornare ai cosiddetti 'piani quinquennali' per avere una programmazione e costruire una nuova visione della tutela della biodiversità. Vi racconto anche questa: Ad Albano Vercellese, sede storica del Parco Lame del Sesia, c'è un piccolo museo naturalistico gestito dall'ente. La collezione ornitologica esposta è stata acquistata tempo fa per 20 milioni di lire ed è stata messa a disposizione del pubblico, soprattutto scolaresche, a fronte di un biglietto di ingresso che combinava la visita al museo e il noleggio delle biciclette per una gita nel parco. Si tratta di una collezione in stile ottocentesco, con animali 'cadaverici' nelle teche. Mi sono chiesto più volte come potevamo rendere interessante quella collezione per dei ragazzi cresciuti con lo smartphone. Bene, io spesso raccontavo loro che molti di quegli animali, 40 anni fa, nel parco, non c'erano: vuoi per fattori "antropici", vuoi per conseguenze connesse a una nuova disponibilità di cibo o vuoi per effetto dei cambiamenti climatici. Si tratta del picchio nero, delle gru, dell'ibis sacro!  Ma quarant'anni fa non c'era nemmeno il lupo nelle Aree protette del Ticino e del Lago Maggiore, mentre oggi è arrivato. Così come la nutria, la martora (il mustelide più comune) mentre la donnola, un tempo diffusa, è sempre più rara.
La funzione di un parco sta nel monitorare questi cambiamenti di habitat e specie che ci fanno capire da dove veniamo, ma anche dove stiamo andando».

Un guardiparco senza frontiere

L'esperienza di Agostino travalica i confini regionali e nazionali. Nei suoi racconti c'è anche l'esotica esperienza di missioni africane, nei parchi del Burkina Faso, dove ha dato il suo contributo per portare aiuti, medicine e attrezzature a popolazioni in difficoltà. Parliamo di un periodo in cui gli Enti gestori delle Aree naturali protette del Piemonte erano coinvolti in progetti di cooperazione internazionale (scarica dal nostro archivio Cooperazione. La solidarietà senza frontiere) e avviavano rapporti di scambio con realtà molto lontane: iniziative che, forse, oggi sarebbero impensabili per scarsità di risorse e per non mettere a rischio l'incolumità degli operatori in seguito ai cambiamenti nella geopolitica mondiale.

Oggi Agostino Pela è una 'Sentinella della Natura' perché ha aderito a quel corpo di volontari - collaboratori preziosi e motivati - di cui fanno parte i guardiaparco in pensione nonché i giovani operatori del Servizio Civile che supportano l'ente in attività ordinarie e tamponano l'emorragia di personale. «Me lo hanno proposto e ho accettato volentieri. È un modo per rimanere in contatto con l'Ente e con questo ambiente... purché l'impegno richiesto non entri in conflitto con il mio orto, dice Agostino. Perché la cura dei miei ortaggi viene prima di ogni cosa...».

Sembra essere decisamente perentorio mentre lo dice. Ma noi sappiamo che Agostino Pela, in pensione dal 1 dicembre 2025 dopo 42 anni di vigilanza al Parco delle Lame del Sesia, non trascurerà né l'ente, né l'orto: perché in ogni cosa che fa, ci mette il cuore.

Grazie Agostino, da parte di tutta la 'fantastica gente dei parchi'!

 

 

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