Un canto melodioso, un vero e proprio concerto di decine, centinaia di "triii-triii", di trilli liquidi, simili ai gorgheggi del pettirosso, ci accompagna nelle notti d'estate. Una delle sinfonie naturali più emozionanti della fascia temperata calda dell'Eurasia, la cui intensità, con l'avvicinarsi dell'autunno, si farà via via sempre più flebile, fino a scomparire. È quella del grillo canterino, per la scienza Oecanthus pellucens, nome scelto da un grande naturalista, Giovanni Antonio Scopoli, a Gorizia, nel lontano 1763.
Il grillon d'Italie (così lo chiamano i francesi) raggiunge una lunghezza di 10/13 mm nei maschi e di 14/20 mm nelle femmine. Il suo aspetto è delicato come il suo canto: appare quasi diafano, traslucido (pellucens, appunto). A produrre il caratteristico suono sono le tegmine (le elitre che ricoprono le ali) che l'animale alza sopra il dorso, sfrega a mo' di plettri con una frequenza rapidissima e inclina in varie direzioni per modulare la potenza sonora.
La vita da adulto di questa specie dura poco più di quattro mesi, il ciclo completo di sviluppo copre un anno, con la deposizione delle uova in estate e cinque stadi larvali tra la primavera e l'inizio dell'estate successiva. Il grillo canterino appartiene all'ordine degli ortotteri, insetti antichissimi i cui resti fossili risalgono al Carbonifero (360-290 milioni di anni fa); comparsi prima dei dinosauri, verosimilmente vivranno più a lungo dell'Homo sapiens.
La sua "musica", da sempre colonna sonora dell'umanità, fa parte del nostro paesaggio sonoro estivo, un paesaggio che, come altri (quelli visivi o mentali), diamo per scontato, senza preoccuparci di sapere quali sono i singoli elementi che lo compongono e come essi si susseguono con il mutare delle stagioni. E così solo alcuni, dall'orecchio più sensibile, si accorgeranno che dopo le piogge di ottobre e i primi freddi qualche cosa non ci sarà più, che il nostro insetto smetterà di cantare e di vivere.
Il mio incontro con questo delicato ortottero - per me una straordinaria epifania - è avvenuto 15 anni fa quando l'ho fotografato per la prima volta e ho imparato finalmente ad associare un'immagine e un nome a quella melodia, a quel evanescente suono che sembra allontanarsi non appena cerchiamo di localizzarlo nel folto dei cespugli o tra i rami bassi degli alberi.
Ora che l'autunno lo porterà via con sé e che dovremo aspettare la prossima estate per ascoltare ancora queste piccole serenate della natura, mi piace salutarlo insieme a voi con questa foto scattata in una notte d'agosto, nel Parco naturale delle Capanne di Marcarolo.
*Sono nato nel 1972 a Genova . Lì sono cresciuto (se così si può dire, almeno anagraficamente) e mi sono laureato in Lettere moderne. Da quell'incredibile città verticale il mio cuore, i miei occhi, il mio obiettivo fotografico spesso erano rivolti a quei monti dietro casa che presto sarebbero diventati il mio luogo di lavoro. La città di Eugenio Montale e di Giorgio Caproni confina infatti col Parco naturale delle Capanne di Marcarolo, un Parco dai panorami sublimi, un Parco piemontese da cui si vedono il mare, la Corsica, l'arco alpino, dalle Alpi Liguri alle Giulie e le Apuane. Un'area naturale protetta sconosciuta ai più, uno scrigno di Natura da scoprire, anche per chi come me, da trent'anni, ha la fortuna di viverla come Guardaparco. Fin da ragazzo, ho coltivato un'inguaribile passione per la natura che ho sempre cercato di documentare attraverso la fotografia. Amo soffermarmi sui dettagli, sui particolari dei fiori, soprattutto delle orchidee, protagoniste del libro fotografico "Orchidee spontanee tra Marcarolo, la Val Lemme e il Piota", scritto insieme al professor Enrico Martini nel 2010.
